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4 febbraio 2014

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Camera, due giorni di guerriglia. Boldrini a M5S: “Minacce e violenze, ora sanzioni”
Commissioni bloccate, bagarre sul voto per l'Italicum, i Cinque Stelle che disertano le Aule e depositano l'impeachment a Napolitano. Finisce la giornata parlamentare più tesa dall'inizio della legislatura. E ora Montecitorio si prepara alle prime votazioni sulla riforma elettorale
Redazione su Il Fatto Quotidiano | 30 gennaio 2014

Gli insulti, gli assalti, i blocchi, una gomitata, le parolacce da bettola, voti regolari a metà, dibattiti interrotti, la disobbedienza civile insieme a quella incivile, le minacce di sanzioni, di querele, di ricorsi alla Consulta. Una guerriglia durata due giorni ha trasformato la Camera dei deputati in un ring con uno scontro perpetuo, la cui fotografia è il faccia a faccia, simile più a quello tra due centrocampisti in una semifinale che non una disputa retorica, tra il capogruppo del Pd Roberto Speranza e una delle figure di riferimento dei Cinque Stelle, Alessandro Di Battista. Insieme ad altre due immagini del giorno: le porte degli uffici della presidente della Camera Laura Boldrini sbarrate per sicurezza e i commessi che presidiano l’Aula di Montecitorio.

Un nervosismo esploso dopo la “ghigliottina” decisa dalla presidente della Camera Laura Boldrini e che ha caratterizzato l’intera giornata parlamentare: sono state bloccate le commissioni, il voto sul testo-base dell’Italicum è avvenuto nel caos e molti deputati (di vari partiti: Sel, Fratelli d’Italia, Ncd, Lega) hanno denunciato poi in Aula di non aver potuto esprimere la propria preferenza perché l’accesso era bloccato. I grillini hanno scelto per un giorno l’Aventino, disertando i lavori a Montecitorio e al Senato. Domani (31 gennaio) torneranno sui loro banchi – assicurano – ma la pace sarà lontana, come hanno già promesso nelle scorse ore. Tanto più che la stessa Boldrini ha annunciato sanzioni rapide: il M5s, ha detto, “non sa utilizzare gli strumenti che ci sono per svolgere il suo ruolo e allora ricorre ad altri mezzi: la violenza, le minacce, il turpiloquio. Tutte cose inaccettabili”. Il rischio quindi è che si entri in un circolo vizioso. Cerchio che si chiude, per inciso, con l’avvio della procedura per la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Lui non sembra preoccupato: “Faccia pure il suo corso”. Ma resta l’impronta della giornata di più alta tensione dall’inizio della legislatura e forse degli ultimi anni, con il fuoco incrociato tra istituzioni e partiti. Il segretario del Partito democratico Matteo Renzi attacca: ”Hanno scambiato il Parlamento per una sorta di ring dove bloccare la democrazia“. Lui replica: “L’iter faccia pure il suo corso”. In serata il commento anche di Guglielmo Epifani (Pd): “Il comportamento dei parlamentari del Movimento 5 Stelle in queste ore non solo viola leggi e prassi, ma tenta di minare il cuore delle nostre istituzioni. A cominciare dalla più alta magistratura, la presidenza della Repubblica, dalla presidenza della Camera, fino al funzionamento stesso del Parlamento repubblicano. Si tratta di comportamenti che vanno condannati fermamente”.

Ora il rischio è che si arrivi alle carte bollate, come minimo. Da una parte il Movimento Cinque Stelle annuncia un ricorso alla Corte Costituzionali per annullare i voti nelle commissioni e sul decreto Imu-Bankitalia. Dall’altra i deputati democratici che ventilano profili penali nel blocco del lavoro degli organismi parlamentari e le colleghe di partito che querelano il grillino Massimo De Rosa che le ha accusate durante una riunione di “essere lì perché siete brave a fare i p…”. Le 24 ore di puro stile sono completate dalla stessa Boldrini che se la prende molto con i Cinque Stelle e un pochino con il governo (“rigidità contrapposte”) e Beppe Grillo che definisce il suo movimento “la nuova Resistenza” e che si appresta a scendere a Roma per dare sostegno ai suoi.

In questa atmosfera niente male è iniziata la discussione generale a Montecitorio sulla riforma elettorale che nelle prossime ore voterà le pregiudiziali di incostituzionalità. C’è lo spettro del voto segreto, anche se anche la minoranza Pd assicura che tutti i deputati democratici voteranno contro le pregiudiziali. Ma anche i piccoli partiti della maggioranza e dell’opposizione lamentano le modalità del voto in commissione. Lega e Fdi, non appena inizia il dibattito in Aula, chiedono di riportare subito il testo in commissione. E nella mattina del 31 gennaio la loro richiesta sarà messa in votazione. La maggioranza che può affossare la proposta di ritorno in commissione è molto larga e quindi la questione sembra destinata a morire lì. Ma con il Pd non si può mai dire.


 
I «potenziali stupratori» del MoVimento 5 Stelle rispondono a Laura Boldrini
Dopo l'affondo della presidente della Camera durante l'intervista a "Che tempo che fa", la replica dei parlamentari pentastellati. Non pochi rilanciano la richiesta di dimissioni nei confronti della terza carica dello Stato
Alberto Sofia su www.giornalettismo.com | 03 febbraio 2014

Le pesanti critiche di Laura Boldrini al MoVimento 5 Stelle, accusato durante l’intervista a Che Tempo che fa dalla presidente della Camera di «atteggiamenti eversivi», con l’etichetta di «potenziali stupratori» rivolta ad elettori e attivisti che seguono il blog di Beppe Grillo, ha scatenato le reazioni dei parlamentari pentastellati. Diversi “cittadini” hanno replicato attraverso i social network all’affondo della terza carica dello Stato, rilanciando la richiesta di dimissioni nei suoi confronti, già lanciata sul blog dell’ex comico dopo le polemiche per l’applicazione della tagliola durante la conversione del decreto Imu-Bankitalia e le tensioni a Montecitorio.

LE REPLICHE DEL MOVIMENTO 5 STELLE E LE POLEMICHE SUI POTENZIALI STUPRATORI
Laura Boldrini, vittima di accuse sessiste sul web e delle critiche pesanti dei 5 Stelle, aveva attaccato il M5S con toni forti: «Una terribile ondata di violenza si è scagliata contro i banchi del governo. Ho visto persone che gridavano, che non erano più in grado di trattenersi», aveva spiegato la presidente della Camera parlando degli scontri alla Camera, ospitata da Fabio Fazio. Ma non solo: «Sono venuti sotto due deputati che mi hanno detto qualsiasi ingiuria e insulto: non erano più in grado di fermare questa loro azione violenta. In nessun luogo di lavoro è possibile concepire questo comportamento. Poi ci sono stati altri episodi di insulti a sfondo sessista. Hanno impedito ad altri deputati di votare, di lavorare. Non era mai accaduto», ha aggiunto Boldrini. Fino a definire come «istigazione alla violenza» il filmato postato sul blog di Beppe Grillo: «Basta leggere i commenti, tutti a sfondo sessista. Vuol dire che chi partecipa al quel blog non vuole il confronto, ma soltanto offendere e umiliare. Sono potenziali stupratori», aveva concluso la presidente della Camera. Dichiarazioni che hanno aperto un nuovo capitolo dello scontro infinito tra Boldrini e 5 Stelle. C’è chi ha reagito in modo sarcastico, come Carlo Sibilia: «Da alcuni anni leggo il blog di Grillo lo ammetto. Ammetto di essere iscritto e partecipo alle votazioni online sulle leggi. Mi scuso perché ieri, Laura Boldini mi ha aperto gli occhi. Non sapevo di essere uno stupratore. È inammissibile. Mi vergogno per questo. Gli stupratori meriterebbero il taglio della testa a mezzo ghigliottina. Ma grazie a Dio la Presidente Boldrini è contraria alla pena di morte», ha scritto su Facebook il parlamentare. Non è stato il solo a replicare e non sono mancate nuove offese personali rivolte alla Boldrini.



Elicotteri, mazzette e marò: “La trattativa esiste”
Il leader dell’opposizione indiana Swami conferma il contenuto della carte rivelate dal “Fatto”: “Sonia Gandhi deve testimoniare”.
Alessio Schiesari su Il Fatto Quotidiano tramite triskel182 | 02 febbraio 2014

La pena di morte per i due marò? È un ricatto”. A sostenerlo è Subramanian Swamy, ex ministro al Commercio e alla Giustizia e uno dei colonnelli del principale partito di opposizione indiano, il Bjp. L’obiettivo del ricatto è chiaro: il governo indiano starebbe tentando di legare la sorte dei due marò al processo di Busto Arsizio, quello che vede imputati i vertici di Finmeccanica per una presunta tangente da 51 milioni di euro, soldi che sarebbero serviti a convincere Nuova Delhi ad acquistare una nuova flotta di elicotteri Agusta. I destinatari della maxi mazzetta sarebbero le più alte sfere della politica indiana e il potente segretario di Sonia Gandhi, Ahmed Patel. Come raccontato dal Fatto due giorni fa, qualcuno nell’esecutivo indiano vorrebbe giocare entrambe le partite – marò e Finmeccanica – sullo stesso tavolo. Un’ipotesi che non sorprende l’opposizione locale: “Già quando il governo italiano ha tentato di impedire il ritorno in India dei marò, qui di trattativa si è parlato molto”. Questi i termini: “gli italiani avrebbero lasciato Sonia Gandhi fuori dal caso Agusta in cambio della liberazione dei fucilieri”, aggiunge Swamy. In quell’occasione però una sollevazione popolare ha costretto il Partito del Congresso (quello di Gandhi, attualmente al governo) a tornare sui propri passi e a costringere l’allora ministro degli Esteri Terzi a restituire i militari. Dopo quello che è successo un anno fa, “il governo sa che deve fare attenzione”, aggiunge Swamy.

La cautela è venuta meno il 10 gennaio: mentre la stampa indiana raccontava del coinvolgimento di Patel nel processo di Busto Arsizio, il ministro dell’Interno Sushilkumar Shinde ha cancellato due anni di rassicurazioni sul destino dei marò e ha minacciato il ricorso al “Sua Act”, la legislazione contro il terrorismo, che renderebbe possibile il ricorso alla pena capitale. “No, non è una coincidenza. È un ricatto”, attacca Swamy.

Anche sul coinvolgimento di Ahmed Patel tra i vertici Agusta e il governo indiano il leader del Bjp ha pochi dubbi. Il nome del plenipotenziario di Sonia Gandhi compare per esteso in una lettera e, con le sole iniziali AP, in una nota (in possesso della procura di Busto) dove sono elencati i pagamenti illeciti alle controparti indiane.

Ora Swamy vuole portare i documenti, pubblicati in Italia da il Fatto e in India dal-l’Indian Express, al Cbi, la commissione indiana che si sta occupando della super-mazzetta: “Se non chiameranno Sonia Gandhi a riferire, mi rivolgerò alla magistratura ordinaria” .

Nonostante i bellicosi segnali da parte del ministero dell’Interno, non è affatto scontato che il governo di Delhi abbia la forza sufficiente per determinare le sorti dei due militari , in un senso o nell’altro. In primavera sono previste nuove elezioni e gli exit poll danno il partito di Gandhi e del premier Manmohan Singh dietro al Pjb. E la vittoria dell’opposizione potrebbe non essere una buona notizia per i due fucilieri. Uno snodo importante è previsto per domani, quando la Corte Suprema di Nuova Delhi dovrebbe esprimersi sulla possibilità di utilizzare la legge anti-terrorismo per incriminare Latorre e Girone. Il ministro degli Esteri, Emma Bonino, ostenta ottimismo e ieri, dalla conferenza di Monaco, si è detta sicura che il Sua Act (che prevede la pena di morte), “non si può applicare”.

La titolare della Farnesina ha anche ripreso le parole di Giorgio Napolitano, definendo “sconcertante” la gestione indiana del caso. A due anni dall’arresto infatti non è stato definito nemmeno il capo d’imputazione e le indagini devono ancora concludersi. “Non è normale per una vicenda di questo tipo”, aggiunge Swamy. Il portavoce del ministero degli Esteri di Delhi però rimanda al mittente le accuse italiane: “Questo non è un caso normale. E dovreste ricordarvi che è stato il vostro governo a bloccare il processo. In ogni caso, presto si arriverà a una svolta”.

  4 febbraio 2014