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14 febbraio 2014

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L'azzardo dell'acrobata
Ezio Mauro su Repubblica

Dunque tocca a Renzi, in anticipo sui tempi, cortocircuitando i modi, a dispetto forse perfino delle convenienze. Il sindaco di Firenze ha cambiato la scena in tre mosse, sempre muovendosi su un terreno di gioco parallelo a quello che voleva conquistare. Prima, puntando al governo, ha guadagnato la leadership del partito con le primarie. Poi, guardando alle elezioni, ha fatto ripartire in quindici giorni il treno delle riforme istituzionali bloccato da anni. Infine, scommettendo sul Pd, ha portato il governo sull’orlo del piano inclinato guardandolo scivolare ogni giorno più giù, fino a diventarne la naturale alternativa.

Nei confronti dell’esecutivo ha usato la formula “né aderire, né sabotare”. Lo ha trattato da governo “amico”, ma non da governo del Pd. Tutto questo ha accentuato la fragilità congenita del ministero, forte dalla cintola in su (per il buon credito di Enrico Letta in Europa), debole in Italia per la gestione troppo prudente di una somma algebrica dei veti incrociati in una maggioranza spuria, con il minimo comun denominatore come risultato. Era inevitabile che il protagonista delle riforme diventasse primattore politico. Era probabile che questo ruolo lo candidasse ad alternativa di governo. Era sperabile che tutto ciò avvenisse in forme e modi po-litici, attraverso un percorso condiviso e guidato da un partito in cui i contendenti si riconoscono e che parla al Paese più dei loro caratteri e dei loro progetti personali. Guida, comunità, condivisione non ci sono state.

Renzi ha badato solo all’opportunità da cogliere, accettando la sfida con tutti i pericoli che comporta. Letta ha reagito all’esaurimento del suo progetto provando a resistere per un giorno, ma la delusione personale non è un progetto politico e non cammina. Soprattutto se a lato cresce la calamita di una leadership forte, che attira a sé i soggetti di una politica debole e promette di dar loro un futuro o almeno quell’orizzonte che finora è mancato.

L’arma usata appare infatti semplice e antica: la promessa del tempo, l’impegno a usarlo per cambiare il Paese. Il sistema politico, parlamentare e istituzionale aveva introiettato il sentimento della propria precarietà, vivendo dall’agonia di Berlusconi in poi su un terreno instabile, con maggioranze innaturali, alleati-nemici, veti incrociati, programmi senza ambizione, elezioni inefficaci, prospettive di breve termine, navigazione a vista. Soprattutto, aveva assorbito come naturale la condanna all’interruzione permanente della legislatura, il ricorso alle elezioni anticipate come rimbalzo continuo più che come rimedio definitivo. Anche oggi, anzi fino a ieri, il cammino del governo e il cammino delle riforme erano destinati a congiungersi a breve in un unico punto terminale, con le Camere sciolte e il ricorso agli elettori, questa volta almeno nella speranza di una nuova legge elettorale.

Renzi ha detto che questo paesaggio poteva cambiare, perché non era una condanna obbligata. Il sistema poteva cioè provare a vivere di vita autonoma, come se fosse normale, impegnando la legislatura fino al suo termine naturale, cioè quattro anni, per provare a cambiare davvero il Paese. Una tentazione irresistibile per i piccoli partiti, terrorizzati dal voto mentre devono ancora definire la loro incerta identità, ma anche per il Pd, che per la prima volta può far pesare per quattro anni la massa dei suoi parlamentari, conquistati grazie al Porcellum: e nel Pd la tentazione è forte sia per la maggioranza che può portare al governo il suo leader e la sua voglia di cambiare, sia per la minoranza che può allontanare il momento della formazione delle liste elettorali nelle mani di Renzi, e può anzi contare intanto su un rimescolamento interno al partito.

Gli alleati — partitini, minoranza Pd — hanno dunque aperto la strada a Renzi, minando il governo in carica. Restavano due ostacoli materiali, Letta e soprattutto Napolitano, che in questo Paese senza maggioranza si è dovuto assumere il compito di Lord Protettore del governo, in nome della stabilità, garantendo sul piano internazionale per l’Italia e proteggendola sui mercati. Di fronte ad un trasloco del quadro politico, che ha cambiato il suo riferimento da Letta a Renzi credendo di trovare qui più forza, più durata, più garanzia soprattutto di dare quello scossone di cui il Paese ha necessità per uscire dalla crisi, il Presidente ha preso atto, ha dismesso il ruolo di protezione necessitata, ha riconosciuto l’autonomia ritrovata della politica e ha detto ai partiti: fate il vostro gioco, purché mi garantiate stabilità, riforme e solidità nei numeri. Il piano delle riforme, il piano del governo diventano a questo punto concentrici, nelle mani di Renzi, con due maggioranze diverse. Il sindaco ha ottenuto in poco più di un mese una sovraesposizione smisurata, quasi più una solitudine che una delega, qualcosa che concentra nelle sue mani buona parte dell’avventura politica del 2014 perché arriva addirittura a interpellare il berlusconismo, all’opposizione del governo, al tavolo per le riforme, alla finestra della curiosità mimetica per l’esperimento della novità renziana davanti alla sterilità politica di una destra con troppi delfini ma senza un erede.

In un sistema politico estenuato che perde forza, efficacia e fiducia a destra e sinistra — per non parlar del centro — è quasi una superstizione da ultima spiaggia questo investimento al buio che tutti fanno in Renzi, come se il Paese avesse toccato il fondo, immobile, e solo l’energia di cambiamento che il sindaco promette potesse farlo ripartire, più ancora di un progetto o di un programma. Se è così, siamo un passo oltre la personalizzazione della leadership: è l’antropologia che oggi viene scelta per dar carattere, natura e sostanza all’agire pubblico trasformandolo in meta-politica, psicopolitica, performance.

In questo senso Renzi non fa promesse di cambiamento, “è” una promessa di cambiamento. Qualcosa di biologico, pre-politico, naturale, addirittura primitivo. Per chi accetta questa scommessa il modo di realizzarla è secondario, conta il dispiegarsi della leadership. Anzi, la contraddizione è parte dell’azzardo, che è una componente della sfida, la quale a sua volta è indispensabile alla rappresentazione in forma nuova di una politica che invece di procedere con prudenza cammina ogni volta sul filo. Si sta col naso all’insù per applaudire l’acrobata alla fine, se ce la fa, ma anche per l’emozione che trasmette il rischio consapevole di vederlo cadere.

Tutto ciò ha delle conseguenze: l’attore politico in questo nuovo teatro è tecnicamente spregiudicato perché gli interessa solo essere se stesso e arrivare in fondo, è quindi disancorato da tradizioni ed esperienze precedenti perché vive della propria leggenda e deve raccontare di continuo solo quella, è ideologico perché la sua forza è la contemporaneità, anzi l’adesione istantanea a tutto ciò che è contemporaneo, senza legami, obblighi e carichi pendenti, come se contasse solo la storia che ogni volta si inaugura, non quella che si è già compiuta.

Questa sollecitazione permanente al cambiamento, in mezzo ai riti stanchi del passato replicati senza vita, appare moderna, anzi innovativa, certamente diversa. Seleziona dunque attenzione e consenso nei due poli opposti, i delusi e gli innovatori, riattiva automaticamente un meccanismo di interesse e di attenzione, spinge a prendere parte. In questo preciso significato, la novità (generazionale, di modi, di forma e di linguaggio) diventa forza, o almeno energia politica, prefigurazione di potere.

Accade quindi che un sistema traballante si affidi a questa opzione, con motivazioni diverse e addirittura contraddittorie: c’è chi spera davvero di cambiare la sinistra, il governo, il Paese; chi si augura che la velocità possa almeno essere un surrogato della politica; chi crede nei nuovi metodi per spazzare le troppe incrostazioni del passato; chi calcola almeno di guadagnare tempo mentre la novità si dispiega e magari si consuma. C’è anche chi progetta di dar corda a Renzi premier in attesa che la premiership lo bruci, o perché non sarà all’altezza o perché l’Italia — definitivamente — non è riformabile. Messa alla prova, l’anomalia renziana potrebbe ridimensionarsi banalizzandosi, fino ad essere riassorbita in una medietà sfiduciata e omologante nella quale si affonda lentamente e definitivamente, tutti insieme.

Prima di prendere il comando Renzi sa benissimo di dover affrontare la contraddizione — grande come le sue ambizioni — che ha costruito tra le sue parole e le opere. Non è tanto il fantasma di D’Alema che lo imbarazza. È piuttosto la mitologia di sé costruita tutta contro il Palazzo e le sue manovre, dove il sindaco era sempre uno sfidante esterno, un outsider che invocava le regole contro le rendite di posizione, puntando tutto sulla democrazia diretta e il rapporto con i cittadini contro gli apparati, in una perenne riconsacrazione dal basso. Andare al governo perché la maggioranza lo ha deciso a tavolino, senza la legittimazione del voto popolare è un problema soprattutto per l’uomo delle primarie. Ma anche per il segretario del Pd che non ottiene l’investitura attraverso la battaglia elettorale, battendo la destra. E infine e soprattutto per il leader della sinistra, che va a palazzo Chigi ancora una volta dall’ascensore di servizio e non dallo scalone d’onore.

L’unica risposta possibile viene dalla prova del nove, dal cambiamento. Se il governo sarà capace di dare una scossa nei tempi, nei modi, nei nomi, nei fatti, allora è possibile che il Paese si rimetta in piedi e che la contraddizione venga scusata dai risultati, perché l’Italia è ancora in grave ritardo davanti alla crisi e non può più perdere tempo: il “tutti per Renzi” si spiega così, finché dura. Altrimenti, la sinistra avrà divorato un altro leader e un’ultima occasione. Per queste ragioni palazzo Chigi per Renzi non è un punto d’arrivo, ma una partenza. E il cambiamento non è un’opzione politica, ma una magnifica condanna.


 
Gli equivoci si sono sciolti
Alessandro Gilioli su Piovono Rane

D’accordo, la vicenda è stata molto imbarazzante.

Imbarazzante per questo povero Paese, imbarazzantissima per il Pd, da sotterrarsi dall’imbarazzo per i più devoti fan di Renzi che ancora ieri mattina se la prendevano con i retroscenisti dei quotidiani, “macché Palazzo Chigi, vedrete, Matteo ci stupirà ancora”.

Al netto dell’imbarazzo, tuttavia, c’è di buono che finalmente si sono sciolti un po’ di equivoci e un po’ di ipocrisie.
A iniziare proprio dal tizio che finora era rimasto sugli spalti a gridare che la partita faceva schifo: ora gli hanno messo scarpette e calzoncini, faccia vedere cosa sa fare. Fuor di metafora, non se ne poteva più di vedere il leader del Pd che ogni giorno strattonava un governo di cui il Pd era il maggiore sostenitore in Parlamento. Era veramente grottesco. Almeno ora la pianta e vedremo presto se allo slogan “rottamazione” sa aggiungere solo quello altrettanto mediatico “faccio tutto io”, oppure se ci mette dentro anche qualcosa in termini di contenuti più o meno decenti.

Secondo equivoco risolto, quello della rottamazione, appunto.
Questa crisi è detonata una settimana fa con l’intervista di Squinzi a Radio24, ma il riallocamento da Letta a Renzi dei cosiddetti poteri forti (cioe delle due o tre dozzine di persone che in italia possiedono le maggiori imprese, le maggiori banche e i maggiori media) era evidente già da mesi.
Bastava vedere la velocità con cui tante penne piccole e grandi e non pochi volti tivù si erano spostati su “Matteo”. Bastava leggere un po’ in giro, insomma, dal “Sole 24 Ore” fino al settimanali tipo “Oggi” (il soffietto del suo direttore, un mese fa, era un bel mix di Alessandro Pavolini e Ugo Intini). Del resto, anche i poteri forti in questo Paese non sono furbissimi e solo in autunno hanno capito ciò che agli altri era evidente dall’estate, cioè che Letta non stava combinando una mazza: e che la trincea dell’establishment aveva quindi bisogno di un front man più robusto.
La loro entusiasta conversione, comunque, scioglie anche l’equivoco della rottamazione: l’intento di Renzi era evidentemente quello di far fuori la generazione politica che l’ha preceduto per garantire più efficacemente gli stessi equilibri. Almeno ora lo sappiamo, mica è poco.

Terzo equivoco risolto, quello del Pd.
Che adesso è perfettamente identico agli altri partiti personalistici il cui leader è talmente onnipotente da poter dire e fare tranquillamente una cosa e il suo opposto nel giro di dieci giorni e tutti gli vanno dietro in ogni caso, come i podisti scemi che seguono Forrest Gump quando corre su e giù per l’America. L’hashtag #enricostaisereno è stata una pagina notevole di ipocrisia politica via social media – e chissà se almeno qualcuno dei retwittatori più accaniti oggi arrossisce un po’.

Quarto equivoco risolto, quello del ritorno conclamato del consociativismo, cioè della pratica di decidere a braccetto ciò che conviene alle organizzazioni e alle persone che le compongono.
Non solo per quello che si è scritto ieri (Renzi a Palazzo Chigi fa comodo a quasi tutti i partiti) ma anche per ciò che non possono ammettere e che Cristina Cucciniello ha sintetizzato bene ieri su Facebook: “Noi e gli altri partiti non possiamo permetterci le elezioni: i nostri bilanci sono in default, non possiamo affrontare campagne elettorali, i nostri esponenti non sono credibili e non abbiamo personale con cui sostituirli, non abbiamo una legge elettorale che ci permetta di tenere botta contro Grillo; i nostri peones devono raggiungere i 4 anni e 6 mesi per avere il vitalizio; perciò tiriamo fino al 2018″.

Quinto equivoco risolto, a proposito, è proprio quello del Parlamento, accuratamente tenuto fuori da questa crisi.
Okay, l’avevamo capito che non contava più niente – sono anni che si governa per decreti – ma a questo giro l’hanno peso per i fondelli oltre ogni misura, fondamentalmente perché non potevano far vedere in diretta che il Pd sfiduciava il primo esecutivo presieduto dal Pd.
Insomma, per vergogna.
Tocca fare il solito disclaimer – “non sono grillino, mai votato M5S etc” – o si può dire tranquillamente che questo sputo in faccia al Parlamento è un po’ più grave dei venti ragazzi che volevano occupare un quarto d’ora i banchi del governo, un paio di settimane fa?

Ps. Una prece per Letta. Se avete una mezz’ora libera e un po’ di voglia di sbellicarvi, riascoltate oggi le promesse fatte durante il suo discorso di insediamento alla Camera, il 29 aprile scorso. Il passaggio sull’estensione dello stato sociale ai precari per me resta il punto più comicamente alto, ma rivisto oggi è tutto uno spettacolo tipo sketch del matto che crede di essere Napoleone. Sugli esiti, personalmente quoto Massimo Mantellini: «Forse la mossa più incisiva del Governo Letta è stata fornire ai Bronzi di Riace due profili Twitter».



Con sinceri auguri
Luca Sofri su Wittgenstein

Sto cercando di occuparmi d’altro, un po’ per punire come merita la mia ingenua opinione che questo non sarebbe avvenuto, un po’ per superare la delusione. Ma a questo proposito spiego una cosa che vedo un po’ equivocata, in giro: poi magari vale solo per me (condivido quello che dice Francesco Costa sui limiti di alcune impressioni).

Il problema, per me, non è che Renzi riesca o no a fare delle cose buone partendo da queste condizioni; o meglio: è anche questo, come ho scritto, perché temo non ci riuscirà partendo da queste condizioni, per quanto non ne sottovaluti le capacità rare. Ma comunque vada, il fine non giustificherà i mezzi: perché i mezzi sono il fine. Era che non facesse una cosa come questa, la ragione per cui molti fino a oggi avevano dato credito a Renzi e lo avevano apprezzato.

Io credo che l’Italia abbia bisogno di nuovi modelli, nuovi modi di fare le cose, nuovi rapporti con se stessa e con la convivenza civile. Non di risultati nuovi e miracolosi, che non è in grado di ottenere nessuno a breve, e per i quali serviranno anni: solo se però si cambiano proprio gli approcci.

Quello che Renzi ha annunciato fino a oggi è un cambiamento radicale nel modo di fare le cose, un altro modo di essere italiani e di affrontare i problemi dell’Italia, e lo ha spesso anche mostrato: non ha mai promesso soluzioni rapide e geniali, non abbiamo ancora neanche capito bene quali possano essere. Ma abbiamo sempre confidato che – a fronte dei fallimenti precedenti – servisse un radicale cambiamento di prospettiva, priorità e modi. Abbiamo da tempo constatato scorati che “il problema sono gli italiani”, una sbrigativa semplificazione che però allude sensatamente a un paese in cui prevale il bene della propria famiglia, cosca, campanile, pianerottolo, individuo singolo, corporazione; in cui prevale il cercare di fregare sempre il prossimo; in cui della comunità non gliene frega niente a nessuno; in cui prevale il disincanto e la diffidenza nei confronti dello stato e degli altri; in cui è coltivato ed esaltato il male del proprio nemico e persino la costruzione apposita di un proprio nemico per poterne volere il male; in cui niente viene ricondotto a un percorso lungo di ragionevolezza e progetto ambizioso e tutto a una ricerca immediata di piccoli risultaticchi; in cui una scorciatoia è sempre un’opportunità, mai un danno per qualcun altro o un cattivo esempio. Un paese in cui il libero esercizio della democrazia manda al governo Silvio Berlusconi, elegge Scilipoti, consegna un terzo dei voti a quelli dei microchip. Un paese in cui la dirigenza politica che lo rappresenta ha come tratti prevalenti la mediocrità umana e intellettuale, l’interesse privato e l’incapacità di capire il mondo e i tempi: ed è stata eletta grazie alla qualità dell’informazione e consapevolezza degli elettori. Un paese in cui il problema non è di certo Enrico Letta, né la sua sostituzione oggi piuttosto che tra sei mesi.

Ecco, abbiamo pensato che si dovesse cominciare a cambiare tutto questo, in ogni singolo atto, offrendo modelli convincenti e nuovi, con l’obiettivo del bene di tutti e non del male del nemico a costo di affondare tutti, o almeno con quello di “fare bene le cose”. Abbiamo pensato che il mezzo fosse il fine, insomma: e che il percorso sia il traguardo, perché la vita delle persone e delle nazioni è fatta di continui percorsi e rari traguardi figli di quei percorsi.

Per queste ragioni, quello che è successo in questi giorni è di per sé un fallimento, a prescindere dalle illusioni sui suoi risultati futuri. Perché è stato il tradimento di tutto questo e l’adeguamento a tutti i peggiori meccanismi citati: lo smentire quel che si è appena detto, il fregare con trucchi e prepotenze il prossimo, lo scantonamento dai percorsi corretti, la pretesa di decidere per tutti senza averne mandato né consenso, e altre mille ne potremmo aggiungere che abbiamo visto in questi giorni. Il cui risultato è stato portarci di dieci caselle indietro, invece che avanti. Mi fermo per non offendere nessuno che invece condivida per ragionamenti rispettabili di altro tipo quello che è successo: credo nelle buone fedi di alcuni, a cominciare, senza dubbi, da quella di Renzi. Penso che alla sua lungimiranza politica – di certo superiore alla mia – sia mancata un’attenzione a questa cosa, troppo tempo lontano dagli scout, forse. E mi auguro che lui e chi lo aiuterà siano così bravi da recuperare le dieci caselle: da lunedì vedremo, rispettosi ma esigenti, dai nostri divani.

Ma la cosa che ho visto io è questa: era in testa alla gara con una corsa eccezionale ed esemplare che aveva battuto persino i dopati e i truffatori, e ha accettato da gatti e volpi di avvicinare la linea del traguardo: un piccolo inganno per far prima, tanto che differenza fa?

La differenza è che lo ha fatto davanti a tutti – compresi i suoi non pochi nemici – persino spiegandoci che è ok, e ora tutti sappiamo – come ci avevano sempre detto fino a oggi – che non c’è bisogno di fare le cose in modi diversi e più nobili e coerenti, che invece si può fare come sempre, che va bene, contano i presunti risultati, e che questo è l’approccio efficace, la prossima volta che capiterà a noi: già domattina quando non troviamo parcheggio, probabilmente.


 
Fine del ventennio antiberlusconiano
La fortuna di Renzi è che tutti erano ossessionati dal marcare Berlusconi. Pensate cosa sarebbe accaduto se una mossa del genere l'avesse fatta il Cavaliere. Avremmo visto in piazza i nuovi resistenti
Salvatore Tramontano su il Giornale

Il Pd prende tutto. Benvenuti nel partito-Stato. In quella variante di moda del poker chiamata Texas hold'em l'azzardo, con rilancio di Renzi, si chiamerebbe all in.

E non c'è dubbio che ci voglia coraggio. Fatto sta che la mossa è ai limiti della democrazia. Con una semplice direzione di partito il segretario fiorentino apre la crisi di governo, manda a casa il premier, decide da solo chi farà parte della nuova maggioranza, indica come e dove cambiare la Costituzione, sceglie i ministri e blinda la legislatura fino al 2018. Tutto questo senza neppure mettere piede in Parlamento e con lo scrupolo di facciata di non poter andare al voto: «Sarebbe stato opportuno, ma non ci sono le condizioni». Stop.

La fortuna di Renzi è che tutti erano ossessionati dal marcare Berlusconi. Pensate cosa sarebbe accaduto se una mossa del genere l'avesse fatta il Cavaliere: padrone dell'Italia, dittatore, autocrate, uno che tratta il Paese come se fosse un'azienda personale. Avremmo visto in piazza i nuovi resistenti, intellettuali piangenti avrebbero annunciato che l'ultima speranza era trasferirsi in massa all'estero (il modo migliore per far saltare gli accordi di Schengen). Gli autorevoli quotidiani e magazine tedeschi, inglesi, francesi, liberal a stelle e strisce avrebbero parlato di colpo di Stato. Ma Renzi non è Berlusconi. È un ex ragazzino che ha spiazzato tutti. La sua forza è che nessuno lo considerava credibile. Non solo. Gli va riconosciuto che non ha paura di bruciarsi. A questo treno di riforme ci crede davvero, e non si fa tanti scrupoli a rispettare la prassi di una politica che da tempo si incarta su se stessa. Renzi ha avuto lo spazio per agire e la sfrontatezza di non preoccuparsi delle conseguenze di quello che fa. Se c'è qualcosa da rompere, rompe. Lo sta facendo anche con il suo partito. Lo ha buttato per terra e fracassato. La direzione di ieri non è stata solo l'azzardo di un uomo, ma lo psicodramma di un partito, di una classe dirigente, di un popolo profondamente conservatore, se non addirittura reazionario. Renzi ha rottamato la sinistra che voleva rottamare Forza Italia. Ha messo fine al ventennio. Antiberlusconiano. Il Pd non ha la forza di combattere Renzi. Non lo ama, ma sa che senza di lui non solo deve rassegnarsi alla sconfitta, ma probabilmente non ha neppure un'idea su dove andare. Il Pd ossessionato dal Cavaliere non aveva più una politica. Renzi gli ha detto che si può andare oltre. Il rischio che si bruci resta altissimo, ma perlomeno ha dimostrato che si può non avere paura del futuro. Come Berlusconi.

  14 febbraio 2014