prima pagina pagina precedente


sulla stampa
17 febbraio 2014

renzi

Per Matteo Renzi oggi comincia la sfida
Il rischio? Passare da rottamatore a garante dell'establishment

Ha esordito con una pessima operazione di potere. Che si può cancellare solo con una vera ventata di novità. Attenzione dunque a non proporre un Letta bis con Alfano, a non creare l'ennesimo ministro dell'Economia che sia un premier ombra e cercare di riacquistare il consenso calato in questi giorni
Marco Damilano su l'Espresso

Sul tentativo di Matteo Renzi che comincia un lunedì 17 al Quirinale, lo sbarco di una nuova generazione nei palazzi del potere romano, dal Colle più alto a Palazzo Chigi, grava lo scetticismo degli antichi, di chi osserva i precedenti cambi di fase e ricorda che cinquant'anni fa, giusto di questi tempi, nacque il primo governo di centro-sinistra, Pietro Nenni entrò nella mitica stanza dei bottoni e la trovò vuota. E a leggere i nomi che circolano per il toto-ministri viene in mente la vignetta che Giorgio Forattini dedicò su "Repubblica" al governo presieduto da Bettino Craxi appena nato, il 4 agosto 1983: si vedeva la foto di gruppo, Andreotti con le mani giunte, Arnaldo Forlani, e poi Giovanni Goria e Antonio Gava e Vincenzo Scotti, sotto la scritta "Il primo governo a guida socialista". Sembrava però un monocolore democristiano.

Ogni svolta è contraddittoria, un inevitabile impasto di vecchio e di nuovo, è perfino rassicurante ripeterlo perché nella storia (e perfino nella vita) non esiste mai l'anno zero. Ma la sfida di Renzi che comincia oggi si gioca, ancora una volta, come sempre, sulla parola magica, la discontinuità.

"Ho accettato con riserva, con responsabilità e senso di importanza e rilevanza della sfida" ha detto Matteo Renzi uscendo dal colloquio con il Capo dello Stato. "Per quel che mi riguarda - ha detto - assicuro il signor presidente e le forze politiche che metterò il coraggio, impegno, energia ed entusiasmo di cui sono capace"

È la prima incognita: il segretario fiorentino deve cancellare la pessima operazione di potere con cui arriva a Palazzo Chigi con una marcata dose di novità, nel progetto politico (di cui finora non si sa nulla) e nella scelta degli uomini, non solo nella squadra dei ministri ma anche nella cerchia più ampia dei diretti collaboratori del governo, dai capi di gabinetto ai direttori generali, e dei vertici degli enti pubblici destinati al rinnovo, dall'Eni all'Enel alla Finmeccanica e alle Poste.

La partita con Angelino Alfano non è una banale questione di poltrone: se il governo del Bimbaccio fosse davvero, come diceva ieri Roberto Formigoni, un ministero Renzi-Alfano, diventerebbe rapidamente un Letta-bis. Stessa fonte di nomina, il Quirinale e i vertici tra i partiti, stessa maggioranza, stesso quadro istituzionale, con un fiorentino al posto di un pisano.

Sostituzione invece di cambiamento, trasformismo.

L'alternativa c'è: applicare l'articolo 92 della Costituzione, presentarsi alle Camere con ministri non mercanteggiati ma nominati dal presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio e, in caso di bocciatura, tornare al voto con questo biglietto da visita.

La seconda incognita è il ministero dell'Economia. Da molti anni, il ventennio della Seconda Repubblica ma in realtà già da prima, almeno dai tempi di Guido Carli ministro del Tesoro negli ultimi governi Andreotti, in via XX Settembre governa un tecnico ben introdotto in Europa, da Carlo Azeglio Ciampi a Tommaso Padoa Schioppa a Fabrizio Saccomanni, o un politico travestito da tecnico o un tecnico costretto a indossare i panni del politico, modello Giuliano Amato o Giulio Tremonti.

Il peso delle deleghe attribuite al ministero hanno fatto il resto: all'Economia più che un super-ministro da anni siede un premier ombra, il vero motore di tutta l'attività governativa, destinato a essere di volta in volta il freno, l'acceleratore, il parafulmine. Un commissario del governo, del Parlamento, dei partiti.

Come conciliare questo ruolo con il vento del cambiamento agitato da Firenze? Con la scelta di un politico di primo livello, ad esempio Romano Prodi (che è stato sondato ma ha detto no)? E con quale politica?

Finora la Renzinomics, la ricetta per l'economia del presidente incaricato, ha oscillato tra l'iper-liberismo e l'aumento delle tasse per i ricchi, è il tempo di sciogliere le ambiguità: ora, adesso, come direbbe Renzi.

La terza incognita, non la più urgente ma certamente la più influente sulle mosse del nuovo premier, riguarda il consenso per l'operazione. Il leader più popolare nei sondaggi arriva a Palazzo Chigi senza voto e senza neppure una grande spinta popolare, se sono veri i sondaggi come quello pubblicato oggi da Nando Pagnoncelli sul "Corriere" che danno una fetta largamente maggioritaria di opinione pubblica contraria all'ascesa di Renzi alla guida del governo senza elezioni.

Tra i contrari, si può immaginare, ci sono i tanti tifosi e sostenitori del Bimbaccio prima maniera, quello che rivendica di non appartenere al Palazzo, quello che si è presentato come un decostruttore dei vecchi equilibri e delle antiche liturgie, che ha chiesto consenso per «cambiare il sistema, non per cambiare il governo».

Rischio delusione, logoramento dietro l'angolo. Renzi non dimentichi la lezione del suo illustre concittadino di cinquecento anni fa: «Per conoscere il popolo bisogna essere Principi e per conoscere i Principi bisogna essere un membro del popolo», scriveva Niccolò Machiavelli. Oggi Renzi ha indossato l'abito scuro delle buone occasioni per l'incarico al Quirinale, momento storico. Ma non si trasformi, da un giorno all'altro, da campione della rottamazione a nuovo garante dell'establishment.


Manifesto del FutuRenzismo
Lee Marshall, con profonde scuse a Filippo Tommaso Marinetti, su Internazionale

 1. Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.

2. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali del nostro governo, se Alfano lo permette.

3. La sinistra italiana esaltò fino a oggi l’immobilità pensosa (Prodi), l’estasi (Vendola) e il sonno inquieto del morto vivente (D’Alema). Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo a Letta e la Rosa nel pugno, perché quando bisogna costruire una maggioranza, anche le formazioni politiche morte e sepolte possono essere importanti.

4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un tram snodato AnsaldoBreda modello Sirio con il frontale ovoidale in cui sono inseriti il display indicatore della linea e del percorso. Un tram stridulo (soprattutto sulle curve), che sembra correre sulla mitraglia, è più bello del duomo di Firenze, davanti a cui forse un giorno passerà (o forse ci passerà sotto, ancora non abbiamo deciso). Inaugurando il cantiere della linea 2 della tranvia di Firenze nel novembre del 2011, noi, FutuRenzisti, dicemmo di “mettere la faccia sul rispetto dei tempi”, promettendo che la linea sarebbe stata pronta entro la primavera del 2014. Ebbene, fiorentini arditi, la primavera del 2014 è quasi arrivata! E i lavori della linea 2 sono quasi partiti! Noi ci mettiamo ancora la faccia: saranno terminati entro il 2016. Tanto a quel punto non sarà più un problema nostro!

5. Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, quel Sergio Marchionne che una volta ci bollò come “uno che si crede Obama ma non è Obama”, ma poi ci spiegò che era tutto un errore di traduzione!

6. Bisogna che il poeta erede di Dante si prodighi con ardore, sfarzo, munificenza e passaggi frequenti su Porta a porta, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali della società italiana.

7. Non v’è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La politica deve essere concepita come un violento assalto contro quelli del tuo stesso partito, per ridurli a prostrarsi davanti all’uomo. Con gli altri invece puoi benissimo scendere a patti. Perfino con la Lega. Se Roberto Maroni e Matteo Salvini sono stati possibilisti nei nostri confronti negli ultimi giorni, un motivo ci sarà.

8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli! Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’impossibile? Il Tempo e L’Unità morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto di matteorenzi.it, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente, grazie al percorso ciclo-pedonale di circa 350 metri che costeggia il Mugnone e collega il ponte di San Donato con il ponte alle Mosse, garantendo continuità alla pista ciclo-pedonale in via di realizzazione su viale Redi.

9. Noi vogliamo glorificare la guerra, sola igiene del mondo. Su RaiUno, nel confronto con Bersani, dicemmo che “un’Europa degna di questo nome non deve lasciare agli Stati Uniti la questione iraniana, che è la madre di tutte le battaglie”. Vogliamo glorificare il patriottismo. Lo facemmo a Vinitaly nel 2013, in compagnia del nostro collega sindaco Flavio Tosi (Lega nord), con una frase che riassume tutta l’incisività del pensiero FutuRenzista: “Credo che l’Italia abbia un futuro straordinario: proprio non essendo andati bene fino adesso abbiamo qualche chance in più”. Noi vogliamo glorificare il gesto distruttore dei No Tav, anzi no, non lo vogliamo glorificare perché, come facemmo notare una volta a Ballarò, sono tutti nelle mani di Beppe Grillo. Né vogliamo glorificare per il momento, non avendo avuto ancora il tempo di pensarci perché troppo presi dalla bellezza della velocità, il militarismo della spesa sui cacciabombardieri F35. Vogliamo glorificare le belle idee per cui si muore? Ma non scherziamo, siamo un partito di centrosinistra moderno. E proprio per questa modernità non intendiamo assolutamente glorificare il disprezzo della donna. Per carità. Siamo sposati con una donna, e abbiamo fatto una giunta di Firenze e una segreteria Pd in cui le donne sono la maggioranza. E se nel nostro discorso conclusivo alla Leopolda nel 2013 abbiamo nominato solo due tipi di donna – la mamma che cucina e quella distratta che perde il figlio – be’, non si possono pretendere le quote rosa per ogni nostro intervento minimo, avevamo solo un’ora di tempo a disposizione.

10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria! No, stiamo solo scherzando, a noi toscani piace l’ironia. In realtà amiamo molto tutte queste cose. La cultura è importante.

11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti, canteremo le maree multicolori e polifoniche della rivoluzione del capitale moderno attraverso l’eliminazione dell’obbligo di iscrizione alle camere di commercio; canteremo il vibrante fervore notturno della riduzione del 10 per cento dell’Irap per le aziende, incendiate da violente lune elettriche a patto che rientrino nella spesa energetica ridotta attraverso un taglio degli incentivi interrompibili; cantiamo le stazioni ingorde privatizzate, divoratrici di serpi privatizzate che fumano con moderazione; le officine del made in Italy appese alle nuvole per i contorti fili dei loro fumi non inquinanti grazie agli incentivi per la green economy; il ponte Vecchio made in Italy affittato per un giorno alla Ferrari made in Italy per una festa privata made in Italy e balenante al sole made in Italy con un luccichio di coltelli (di cesariana memoria) delle aziende made in Italy di Scarperia nel Mugello; i piroscafi avventurosi made in Italy di Fincantieri che fiutano l’orizzonte, e le locomotive Italo privatizzate made in Italy, pardon, made in France, dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani Alitalia made in Usa, France, Germany, Spain, Brazil e China, la cui elica sparisce nel vento come una compagnia di bandiera e sembra applaudire come la folla entusiasta dei nostri comizi alla Leopolda.

È dall’Italia, che noi lanciamo per il mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il FUTURENZISMO, perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologi, di ciceroni e d’antiquari (facciamo presente che parliamo metaforicamente, da fiorentini doc alcuni dei nostri migliori amici sono professori, archeologi, ciceroni e antiquari). Già per troppo tempo l’Italia è stata un mercato di rigattieri, come quello bellino che si svolge ogni giorno feriale escluso luglio in piazza dei Ciompi. Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle, e ai 5 stelle!

 
L’ultima striscia di Stefano Disegni sul Fatto Quotidiano l’ho vista solo dopo aver scritto questo Manifesto. Si vede che lo zeitgeist creativo corre ancora più veloce di Matteo Renzi…


 

A Berlusconi Reminder as Italy Faces Another Unelected Premier
Jim Yardley su The New York Times

ROME — It speaks to the strange state of Italian democracy that Silvio Berlusconi, the disgraced former prime minister, is now claiming the high moral ground in politics — and that his claim is not completely without merit as Italy prepares for its third consecutive unelected prime minister.

Mr. Berlusconi — he of the endless scandals, a recent tax fraud conviction for which he is awaiting sentencing and a humiliating expulsion from Italy’s Senate — has been quick to remind people that he is the last Italian prime minister actually elected by the Italian people, in 2008.

Since then, Italy has experienced crisis management as much as democracy. Mr. Berlusconi resigned under pressure in 2011 at the height of Europe’s debt crisis. To succeed him, President Giorgio Napolitano appointed a technocratic government led by the economist Mario Monti. Then, in 2013, national elections were inconclusive, so Mr. Napolitano jammed together a coalition government and named Enrico Letta as prime minister.

But faced with a revolt in his own Democratic Party, Mr. Letta resigned on Friday, Valentine’s Day, meaning that Mr. Napolitano will name his third unelected prime minister in three years. This time it will be Matteo Renzi, 39, the new leader of the Democratic Party, who engineered the revolt against Mr. Letta and has promised to change national election laws so that Italian voters can have a clearer say about who becomes prime minister.

On Sunday, Mr. Napolitano summoned Mr. Renzi to Rome for a meeting on Monday morning, and he is expected to ask the Democratic leader to try to form a government.

Parliamentary democracies are often messy, and Italy has a long history of revolving governments. But analysts say Mr. Renzi must deliver election reforms because an Italian public already confronted with a painful economic crisis is becoming even more cynical and distrustful as anti-establishment parties like the Five Star Movement are angrily questioning the legitimacy of the government and positioning for the European elections in May.

Beppe Grillo, the comedian who leads the Five Star Movement, played on the legitimacy theme — in profane terms — when he compared Mr. Renzi to Al Capone and likened the dumping of Mr. Letta to the 1929 execution-style murders by Capone’s men that became known as the St. Valentine’s Day Massacre.

Less colorful skepticism came from across the Tiber River at the Vatican, where the Roman Catholic Church’s official daily newspaper, L’Osservatore Romano, wrote in an editorial that Italy’s latest power shift was “the umpteenth government crisis with reasons and rituals that taste stale.”

“So with Renzi,” the editorial concluded, “the moment has come in which the whole of Italy needs to turn a new leaf, after 20 years in which little of use has been achieved.”

Mr. Renzi, the mayor of Florence, is nicknamed the Demolisher for his promise to shatter the political old guard. His political skills made him a rising national star amid predictions that he would one day become prime minister. But Mr. Renzi always said he wanted to be elected to win a public mandate for the changes he promised to deliver.

His supporters say circumstances forced him to take this different route. The principal mandate of Mr. Letta’s government was to pass a new election law, especially since Italy’s highest court deemed much of the old law unconstitutional. None of the parties want to call elections until a new law is in place, but progress was slow as critics blamed Mr. Letta and other lawmakers for deliberately stalling to remain in office.

Mr. Renzi, who became the leader of the Democratic Party in December, even struck a surprising deal on an election reform package with Mr. Berlusconi — who is still an opposition leader — that will soon be debated in Parliament. Finally, though, as critics blamed the government for inaction on multiple fronts, Mr. Renzi and his party decided that Mr. Letta had to go.

Mr. Renzi has been considered a political outsider, someone who has confronted the old guard in his own party. Even before last week’s machinations, many analysts regarded him as the sort of political street fighter who represented Italy’s best chance to shatter the country’s systemic paralysis.

But some analysts worry that Mr. Renzi is instead part of the same trend that produced Mr. Berlusconi two decades ago, and that has now produced Mr. Grillo — a personality-driven style of politics, fueled by television or the Internet, that has eroded Italy’s democratic institutions.

“What Renzi has in mind is a personal party, like Berlusconi’s or the Five Star Movement,” which is dominated by Mr. Grillo, said Angelo D’Orsi, a professor of political theory at the University of Turin. “They ignore that there is a system founded on rules.”

By the end of the week, Mr. Renzi’s transition to prime minister is likely to be official, although negotiations will be required because the Democrats by themselves do not have a majority in both chambers of Parliament. Mr. Renzi must then confront an economic crisis, rising unemployment and a sclerotic bureaucracy. He has promised to overhaul the labor laws and the tax system, introduce an emergency jobs act, rip through the bureaucracy and push big-ticket economic proposals through Parliament.

It is a huge challenge, given that he is likely to be governing with the same unwieldy majority that was judged to be hampering Mr. Letta’s attempts to carry out his agenda. Yet, analysts say, he also must push through changes to the electoral system so that future prime ministers have a chance to win a popular mandate.

  17 febbraio 2014