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23 febbraio 2014

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Governo Renzi, chi vince e chi perde
La spuntano Alfano e il correntismo Pd

L'esecutivo dell'ex sindaco di Firenze cerca di fare contenti un po' tutti: dosa con il Cencelli le aree del Partito Democratico, conferma gli uomini chiave del centrodestra, tranquillizza i centristi e si "dimentica" del delicato tema dei diritti civili. E anche Berlusconi non piange
Susanna Turco su l'Espresso | 22 febbraio 2014

Dieci settimane e mezzo per un governo democristiano d’un grigio smart: salva pressoché tutti, e viene anche bene in foto. Forse nemmeno Matteo Renzi, nel suo primo discorso da vincitore delle primarie Pd, quando disse che bisognava correre e che sarebbero state settimane decisive, immaginava che ci volessero soltanto 75 giorni per diventare premier. In fondo, quando si presentò al Quirinale in abito chiaro e senza onorare il buffet, s’immaginava che dovesse per lo meno imparare le regole del bon ton istituzionale d’alto livello, prima.

E invece, tra liste di ministri presentate al Colle all’ultimo minuto, e tweet inviati addirittura nel corso dell’incontro con Napolitano, sullo stile naive la ha avuta vinta lui. Per il momento, almeno. La vittoria, ovviamente anzitutto politica, ha però un prezzo potenzialmente salatissimo: l’aver bypassato le elezioni, tradendo i capisaldi su cui si era mosso fino a dieci giorni fa (sostegno a Letta, riforma immediata della legge elettorale, eccetera). La scommessa, adesso, è “fare”. Il rischio, finire epigono di D’Alema (se va bene).


Alfano
L’uomo senza quid la spunta ancora, e il nuovo governo in fondo somiglia più a lui che al premier. Non avrà le doti scintillanti del carisma, ma Angelino Alfano sta dimostrando alla perfezione perché, tra tanti, sia riuscito proprio lui a convincere il Cavaliere di poter essere il suo successore. E’ nella capacità di galleggiamento, il suo segreto. L’ex democristiano di Agrigento, in effetti, pare riesca a sopravvivere a tutto. Novanta giorni fa ha divorziato da Berlusconi per sostenere il governo Letta , adesso che #Enricostaisereno è caduto riesce a mantenere salda la sua posizione dentro al nuovo esecutivo. E pure a farsi garantire una qualche sopravvivenza: tra le clausole dell’accordo con Renzi c’è infatti che l’Italicum (anticamera delle elezioni) entri in vigore dopo la riforma del Senato (data da destinarsi). Certo, non è più vicepremier: ma restando al Viminale ha fatto ingoiare al neo premier tutte le critiche sul caso Shalabayeva . Confermato, per di più, al governo il volto migliore del Nuovo Centrodestra, quello del duo Maurizio Lupi e Beatrice Lorenzin.


Centro
Se il nuovo centrodestra resiste, anche il centro propriamente detto (conclusa la tragica esperienza montiana) ritrova vigore. Non solo perché Stefania Giannini di Scelta Civica sta all’Istruzione e Gianluca Galletti, fedelissimo di Casini, all’Ambiente. Ma soprattutto perché la fisionomia complessiva del governo - col baricentro tutto spostato sul fronte economia-riforme - non sembra certo destinata a inclinare verso pericolosi estremismi su temi come le unioni civili e il diritto di cittadinanza, non a caso oggetto fino all’ultimo di trattative anche con Alfano. Sparisce, per esempio, Cecile Kyenge e con lei la stessa figura del ministro per l’Integrazione. Non ci sono, al momento, le figure che potrebbero occuparsi delle coppie di fatto: manca infatti persino il ministro per le Pari opportunità. In compenso, nell’esecutivo pullulano cattolici sia di destra che di sinistra. Mentre sono assenti sia la sinistra-sinistra, che la destra-destra.

 
Franceschini

“In cosa ha sbagliato Letta? Nel fidarsi di Franceschini”. Parola di Ugo Sposetti, deputato Pd e storico tesoriere dei Ds, all’indomani delle dimissioni di Enrico il giovane. Adesso, ma forse è solo un caso, l’ex ministro dei Rapporti col parlamento è ministro della Cultura, e la sua Areadem è la corrente del Pd più rappresentata, a pari merito con i renziani: oltre a Franceschini, infatti, ci sono Roberta Pinotti e Federica Mogherini. Inoltre, per stare al Pd, ci sono: bersaniani, uno; giovani turchi, uno; civatiani, uno; dalemiani, due; veltroniani, uno. L’attenta ripartizione dovrebbe servire, soprattutto, a tener buoni i democratici rispetto a eventuali rimescolamenti ai vertici del partito.

 
Giovane e rosa
In pieno spirito democristiano vincono le quote, le correnti, e i numeri in genere. Da questo punto di vista, il Renzi uno è un governo da record. Per il numero di donne (metà dei ministri) e per il peso dei dicasteri (la Difesa, gli Esteri) l’età media complessiva (47 anni, contro i 53 del giovanilista Letta), l’età del premier (il più giovane della storia repubblicana, il più giovane attualmente di tutta Europa). Un tasso di ricambio che però è quasi da paura: pochi mesi del governo Letta, hanno consumato una bella fetta delle nuove leve della politica tradizionale, peraltro faticosamente costruite in anni e anni. Il governo Renzi ne manda in prima linea un altro bel pezzo. Di questo passo, come in guerra, la prossima volta si arruoleranno i diciottenni.

 
Il berlusconismo e le marginalità
Anche Berlusconi non esce certo male da questo nuovo giro di valzer. Certo è all’opposizione, ma conserva un ruolo chiave, come dimostra tra i dettagli l’accortezza di non piazzargli un magistrato alla guida della Giustizia (s’era parlato di Nicola Gratteri). Più ancora che il Cavaliere, è un certo stile berlusconiano che pare prosperare. Stringendo invece in un angolo piuttosto angusto tutto ciò che è opposizione, controcanto, minoranza in genere: come si vede dalle difficoltà in cui, almeno nel Pd, si trova Pippo Civati , una volta sodale di Renzi nella rottamazione e adesso costretto a scegliere tra la padella della minoranza riottosa e la brace della micro scissione. Tutto il contrario, il Renzi uno, dallo stile “equo e solidale” del governo Letta, in questo assai più simile a Prodi di quanto non volesse far vedere.


 

Il Nemico
Marco Damilano su Finemondo | 22 febbraio 2014

Li teneva sul tavolo di lavoro da sindaco di Firenze, a Palazzo Vecchio. Due libri: l’autobiografia di Peter Mandelson, lo spin doctor di Tony Blair, e il più sorprendente “Love is our resistance” che raccoglie i testi delle canzoni di Matthew Bellamy e della band inglese Muse. «You don’t have long/I am to you». «Non avete molto tempo, vi sto con il fiato sul collo… non ci vorrà molto tempo/ vi sto con il fiato sul collo/ è giunto il momento/ di demolire la vostra supremazia». Un progetto di lavoro, a ben guardare. Era fine estate, Matteo Renzi era appena tornato da un viaggio con la famiglia in America, confidava al cronista di aver scherzosamente avvertito i figli: «L’ho detto ai due maschi: ragazzi, dopo questi giorni papà lo rivedete quando sarete già fidanzati!».

Aveva ragione lui. Nessuno, in quel momento, poteva prevedere che in pochi mesi Matteo Renzi sarebbe arrivato a Palazzo Chigi alla guida di un governo che ha un nemico dichiarato, la ormai stranota palude, «la conservazione per la conservazione», e uno più sottile e insidioso (che non è Enrico Letta, come vedremo). La squadra dei ministri, i sedici nomi con le otto donne, l’età media (47 anni), il premier, «uno come me, un ragazzo sotto i quaranta», non nasce soltanto dalla brutale operazione politica di una settimana fa che ha portato all’estromissione del premier precedente (che non l’ha presa bene, infatti), né dalle trattative delle ultime ore con Angelino Alfano. È un passaggio di fase storico, come tale va trattato, anche se ha le apparenze del blitzkrieg e del tradimento all’italiana.

L’era Renzi, se sarà di lunga durata, inizia nel 2014, esattamente venti anni dopo la campagna elettorale che portò Silvio Berlusconi a conquistare per la prima volta Palazzo Chigi. Altro che i progressisti di Occhetto, il governo Renzi visto durante il giuramento al Quirinale sembrava una gioiosa macchina da guerra: guascona, sbruffona, baldanzosa, in grado di strappare qualche sorriso a Napolitano che pure non ha nascosto il suo sentimento di distacco, forse di estraneità dall’«impronta» renziana, il nuovo. Come venti anni fa arriva a Palazzo Chigi l’homo novus, direttamente alla guida del governo senza un cursus honorum parlamentare. «Al mio arrivo qui c’erano due ali di folla, la gente mi mandava baci», disse Berlusconi ai cronisti il giorno dell’incarico. Renzi ha spedito un tweet dallo studio presidenziale: «Arrivo, arrivo!».

Venti anni sono un ciclo politico, lungo e ridicolmente soffocante è stato quello berlusconiano, come tragico era stato quello fascista. E alla fine di ogni ciclo politico c’è una generazione pronta a ereditarne le macerie. Non si è ancora capito, né minimamente studiato, cosa sia avvenuto nel profondo della società italiana, nelle viscere e nei sogni, nella vita quotidiana e nelle ambizioni degli italiani, in questi ultimi decenni. Chi conosce la storia sa che non esistono cesure, parentesi, invasioni straniere, e neppure autobiografie nazionali, ogni stagione è il frutto di quella che l’ha preceduta. I giovani fascisti di un secolo fa, tra il 1919 e il 1922, erano gli eredi della prima guerra mondiale e delle delusioni risorgimentali, come i ragazzi del ‘68 e della contestazione erano nati e cresciuti negli anni della Repubblica anti-fascista e del boom economico. Anche sull’estremismo dei deputati grillini e del Movimento 5 Stelle, ogni parola di condanna andrebbe preceduta da una premessa, una minima assunzione di responsabilità: quei ragazzi che oggi siedono in Parlamento sono i fratelli minori, i figli della società che li ha preceduti. Non un Sistema generico e deresponsabilizzante, come si vagheggiava negli anni Settanta, ma un preciso blocco politico, economico, intellettuale che si è riconosciuto in Berlusconi ma che spesso a sinistra ha assunto Berlusconi come alibi della sua inazione. Intanto cresceva la rabbia, nelle sue molteplici forme: la voglia di eliminare tutti, il tutti a casa di Grillo, la rassegnazione che prende la forma del non-voto, il cambiamento.

Oltre a Beppe Grillo, l’unico politico che ha intuito il fiume carsico che si muoveva nel Paese lontano da questo establishment autoreferenziale è stato il Renzi prima maniera, versione rottamatore, l’unico ad aver rappresentato un sentimento profondo di intolleranza verso il Blocco. Figlio, anche lui, di questo ventennio: dalla ruota della Fortuna a Palazzo Chigi, venti anni esatti, ieri c’era Mike, oggi c’è Napolitano ad assegnare il premio che cambia la vita. In questi due decenni la parola politica ha perso valore, nel suo insieme: zero rappresentanza, con le liste bloccate del Porcellum a suggellare l’universo parallelo dei notabili e dei loro staff senza nessun legame con i territori di appartenenza, e nessuna capacità decisionale. Berlusconi era un tycoon, non voleva passare alla storia come il riformatore dello Stato modello De Gaulle, si accontentava di passare dalla cassa, come proprietario del suo impero, il centrosinistra (con l’eccezione dell’Ulivo 1996 e in parte il Pd di Veltroni) non ha mai avuto un progetto che andasse oltre la pura semplice accettazione dell’esistente. I tecnici alla Monti hanno provato a gestire il disastro, ma senza mai andare oltre la contabilità, senza incrociare le paure e le speranze degli italiani. Il Paese è andato in declino. Il dibattito pubblico è sconfortante.

C’è un ciclo lungo, di venti anni, e uno breve, di quest’ultimo incredibile anno, dal 25 febbraio 2013, quando Pier Luigi Bersani scoprì l’amarezza della non-vittoria, al 21 febbraio 2014 del governo Renzi. Il premier ha promesso di sfondare questo muro opaco di gerontocrazia e di maschilismo, di portare una nuova generazione al governo del Paese, di promuovere il merito e il talento. Nella lista dei ministri alcuni obiettivi sono stati raggiunti, su un piano quantitativo. Non certo sul piano qualitativo: non certo per l’inesperienza dei ministri più giovani, avranno tempo per imparare, ma perché in alcuni casi non sembrano aver nulla della fame che spinge i loro coetanei a sperimentare, a mettersi in gioco. Alcuni, come Roberta Pinotti, arrivano da una lunga gavetta nell’associazionismo, nella politica locale e parlamentare, garantiscono competenza e innovazione. Altri, come Dario Franceschini, sono uomini per tutte le stagioni, sia pure di ancor giovane età. Angelino Alfano e i suoi sono, semplicemente, quella che Renzi chiama «la conservazione per la conservazione»: eccoli lì, al gran completo, integri. E tanti nomi nuovi sono, piuttosto, figli del vecchio establishment (la ministra dello Sviluppo Federica Guidi lo è in senso stretto, una rampolla di famiglia), dei quartieri alti, delle buone scuole. Ripetono, nelle interviste, tutte gentili e educate, la frase comehadettomatteorenzi, così, tutto attaccato, come un hashtag. Non sono outsider, ma predestinati alle posizione di guida. Per via ereditaria.

La carica di novità, così, finisce per essere racchiusa tutta nella persona del premier. Lui sì partito dal nulla, dalla provincia di Firenze, e arrivato in tempo eccezionalmente rapido al vertice del Paese. È Renzi il nuovo: questo è il punto di partenza, ma non può essere il punto di arrivo. È Renzi che può entusiasmare o deludere, lui che può aprire una stagione di egemonia o consumarsi rapidamente. Ed è questo il vero nemico di Renzi: non l’entusiasmo, l’inesperienza, la voglia di fare e perfino di strafare. Ma la ricerca del conformismo, del rapido applauso, la confusione della comunicazione con la propaganda e dell’immediatezza e dell’estemporaneità con il progetto. Il sindaco-premier non può trasformare i ministri in assessori fedeli e obbedienti, chiederà la fiducia al Parlamento, non un atto di fede. Nella lista dei ministri, in alcuni nomi, come già nella segreteria del Pd, il nuovo c’è, i contenuti sono incerti, il merito e il talento molto meno, soprattutto quel merito che si conquista contraddicendo il Capo, come ha fatto Renzi, non compiacendolo o citandolo ogni due per tre. Il nemico di Renzi è Renzi stesso. Lo combatta, senza trastullarsi con gli adulatori, si auguri critici esigenti, non accomodanti. Senza dimenticare, come cantano i Muse, di continuare ad «avere fame di un po’ di disordine».


 

Financial Times: a che serve la politica dei premier non eletti?
Loretta Napoleoni su Il Fatto Quotidiano | 23 febbraio 2014

A che serve la politica nelle nazioni governate da primi ministri non eletti? A nulla, ecco la risposta del villaggio globalizzato. La riprova? L’indifferenza del mondo del denaro (quello vero non quello sfilato ai contribuenti) nei confronti dell’ascesa di Matteo Renzi a premier italiano.

Un video (QUI) del Financial Times non solo getta luce sul perché non conti nulla se il presidente del consiglio si chiama Letta, Renzi o Monti, ma spiega che anche in passato la figura del primo ministro è stata irrilevante, chi governa è la macchina che sta dietro. La casta, come piace definirla agli italiani. Una macchina che non funziona affatto bene ma anche questo è irrilevante: dagli anni Settanta fino ad oggi la cosiddetta stabilità politica in Italia non ha avuto alcun impatto sull’andamento dell’economia, ce lo dimostrano un paio di grafici compilati dal Financial Times sul mercato azionario italiano ed europeo.

E’ interessante scoprire che sul mercato azionario, e quindi quello più direttamente legato al settore produttivo, la performance italiana è sempre stata peggiore di quella europea. La favola che ci raccontiamo da sempre: il Made in Italy è ricercatissimo, noi abbiamo grandi eccellenze, siamo bravi, più bravi di tutti è solo una favola. L’andamento del mercato azionario in Europa ed in Italia ci dimostra esattamente il contrario. Le nostre eccellenze appartenevano alla politica della svalutazione, che rendeva il Made in Italy più competitivo grazie a politiche che molti hanno definito molto vicine al dumping.

Ma torniamo al nuovo governo. Rimpasto dei ministri del Pd e mantenimento di quelli di Alfano. Stesso parlamento, stesso presidente della Repubblica, stesso paese, stessa crisi e così via. Cosa è cambiato? L’età del primo ministro ed il sesso di alcuni ministri. Basta questa formula per rilanciare una nazione che dagli anni sessanta arranca come illustrato dall’andamento pessimo del mercato azionario ed obbligazionario?

Il giudizio dell’alta finanza mondiale è sintetizzato dalla differenza tra lo spread dei titoli a breve e quello dei decennali, il primo è in linea con quelli europei il secondo è molto più alto. Perché? Semplice, l’Italia è un mercato a breve, dove si entra e si esce velocemente perché è fondamentalmente disfunzionale. Al momento le sue sorti dipendono da Berlino e da Francoforte, Merkel e Draghi, ed è lì che sono puntati gli occhi di tutti. E la politica che costoro perseguono è chiara a tutti: deflazione interna per rendere l’Italia, una nazione da sempre povera, un serbatoio di manodopera a basso costo.

Quanto durerà Renzi? Quanto gli altri, questa l’opinione diffusa, se è fortunato due anni se, come molti pensano, si ritroverà come Letta con la camicia di forza dei consensi parlamentari, molto meno. Ma tanto questo teatrino è solo facciata, una farsa che solo gli italiani prendono sul serio.

All’estero, infatti, lo stile sbarazzino di Renzi, ribattezzato alla Fonzie dal celeberrimo show Happy Days, non fa presa, la comunicazione è molto più sofisticata e richiede abilità vere, non solo d’immagine. In Italia invece la situazione è ben diversa, piacciono i modi da sala biliardo di Berlusconi e quelli da boy scout di Renzi, e questo ahimè è un segno dell’immaturità politica della nazione oltre che del suo basso peso specifico in Europa e nel mondo.

A Wall Street c’è chi dice che questi tre primi ministri non eletti rappresentano alcune delle facce della casta: il professore, il politico navigato ed il giovane ambizioso figlio di industriale, tutta gente privilegiata. Anche l’America è governata da individui simili, ma ogni tanto riesce a spuntarla anche uno come Obama, e questo è un conforto insieme al fatto che ad eleggerlo sono stati gli americani e non il partito.

  23 febbraio 2014