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sulla stampa
28 febbraio 2014

putin

L’amaca
Michele Serra su la Repubblica tramite triskel182 | 27 febbraio 2014

Il processo di Napoli a Silvio Berlusconi, con l’accusa tremenda di avere corrotto senatori per far cadere il governo Prodi, è di gran lunga quello politicamente più grave tra i tanti fin qui celebrati a suo carico. Ma il riflesso mediatico è piuttosto flebile: come se fosse intervenuta, a discarico dell’imputato, una sostanziale assuefazione dell’opinione pubblica, per non dire un vero e proprio sfinimento. Ormai l’avvocato Ghedini, pur essendo un uomo quasi giovane, ci fa lo stesso effetto dei remake a tarda notte, e su reti periferiche, dei telefilm di Perry Mason, tanto consumato è l’interminabile copione giudiziario del quale il poveruomo è interprete.
È micidiale come tutto, in questo Paese, sia gonfio, esagerato, sovradimensionato, ipermediatico: fino a che non si affloscia sotto il suo stesso peso. La sostanza delle cose sparisce, ingoiata dalla baraonda. Ed ecco che l’accusa di avere corrotto dei senatori, poiché arriva, buona ultima, in fondo a una pazzesca sequela di carte giudiziarie e scandali di varia foggia, ci trova estenuati e quasi silenti, come se fosse meno grave delle cenette allegre con minorenni per altro molto consenzienti.


 
Piazza nazionalista e antisemita? Non credete alle Bugie di Putin
Levy Bernard Henri su Corriere della Sera | 26 febbraio 2014

Ecco dunque un Paese, la Russia, dove la caccia ai gay e alle facce nordcaucasiche diventa uno sport nazionale. Ecco un paese dove, il 20 aprile, anniversario della nascita di Adolf Hitler, i «non slavi» sono invitati a rimanere a casa per evitare di subire brutti colpi. Ecco un Paese dove, quando un migliaio di giovani scendono in piazza per protestare, nel 2006, contro la proposta della Duma di proibire le associazioni ebraiche sospette di essere «venute a patti col diavolo», lo fanno con il volto coperto per timore di apparire sulla pagina Facebook di un sicario di «Pattuglia bianca», l'unità nazionale russa, che verrà a spaccar loro la testa. Ed ecco che questo Paese, attraverso il suo presidente che redarguisce la Germania e la Francia, ha l'incredibile faccia tosta di dichiarare che la rivoluzione ucraina segnerebbe il ritorno del fascismo in Europa. Ci sarebbe da ridere se tanti uomini e donne non avessero pagato con la propria vita il diritto, per chi a loro sopravvive, di non dover udire simili oscenità; e se da noi non vi fossero tanti animi deboli, o ingenui, che sembrano pronti a dire a se stessi: «Non c'è fumo senza arrosto... Questi ucraini, dopotutto, sono davvero così innocenti...L'Occidente, dedito al suo romanticismo da barricate, non è caduto nella rete di una rivoluzione che...eccetera...» .Suvvia, andiamo. Visto che bisogna rispondere, rispondiamo punto per punto. Certamente sì, in Ucraina (come ovunque in Europa) è esistita una tradizione ultra nazionale. Certamente no, il Paese di Makhno, della Shoah dei fucilati e di Babi Yar non è stato risparmiato dal virus antisemita. Evidentemente sì, ci sono stati, nella piazza Maidan, gruppuscoli del «settore di destra» e un partito, Svoboda, che fino a dieci anni fa si definiva «social-nazionale». Solo che:

1. Questo partito, al suo apogeo, cioè alle elezioni dell'ottobre 2012, rappresentava il dieci per cento degli ucraini: è molto, ma è meno del risultato elettorale dei partiti fratelli olandesi, austriaci o (eh sì) francesi.

Lungi dal progredire e dall'aver beneficiato - come ripetono incessantemente i propagandisti del putinismo in Europa - della radicalizzazione del movimento, si è verificato il contrario, e l'emergere dei nuovi leader, che hanno tolto all'estrema destra il monopolio della radicalità, ha emarginato Svoboda: tutti i sondaggi e, ancora di recente, il 31 gennaio, quello dell'Istituto Socis, non lo danno forse sotto il cinque per cento?

3. I principali interessati, del resto, non si sono sbagliati andando in massa, e subito, a Maidan: tanto le istituzioni ebraiche locali (Istituto giudaico presso l'Accademia Mohila) che i rappresentanti ucraini delle organizzazioni ebraiche internazionali (Iossif Zissels, del Congresso ebraico mondiale) o le personalità morali (il filosofo, specialista dell'opera di Levinas, Constantin Sigov), non hanno dubitato un solo istante che il loro posto dovesse essere lì, in quel grande raduno dove si trovavano insieme cosacchi e rabbini, discendenti dei sopravvissuti alla Shoah e di quelli del Holodomor, la grande carestia degli anni Trenta voluta e orchestrata da Stalin.

4. Occorre del resto notare che nella piazza Maidan aperta a tutte le parole e a tutte le libertà, nell'agorà dove per tre mesi si sono avvicendati diversi tipi di oratori, compresi i più fantasiosi, c'è una «fantasia» che mai si è udita, da parte di nessuno dei tribuni improvvisati: l'ignominia antisemita.

5. È sorprendente, infine, che la stampa del mondo intero abbia avuto, per tre mesi, tutto il tempo di scrutare i graffiti murali prodotti dalle rivoluzioni moderne e di cui Maidan non è stata avara: ebbene, se esiste un genere di graffito che non ha avuto occasione di segnalare, filmare, fotografare è quello antisemita...Allora, nessuna ingenuità, certo. Come al solito, occorre vigilanza quando il gruppo «in fusione» minaccia (grande lezione sartriana!) di trasformarsi in fraternità-terrore o in branco linciatore. Ma, non dispiaccia ai disinformatori putinizzati, non siamo a questo punto.Per ora, tutto si svolge come se, fra i popoli dell'Ucraina, fra le vittime delle persecuzioni hitleriane, staliniane o staliniano-hitleriane, si fosse suggellata una fraternità di dolore e di lotta che non può non ricordare la «solidarietà degli scossi» tanto cara al grande Jan Patocka. Una cosa, comunque, è sicura: le uniche manifestazioni di antisemitismo esplicito sono venute dall'altra parte, quella del potere decaduto e che pretendeva di impartire lezioni ai democratici. È il caso, fra tanti altri, dei miliziani di Berkut il cui sito Internet, negli ultimi giorni della repressione, puntava il dito sulle presunte «origini ebraiche» dei leader di Maidan e sovrapponeva, nel più puro stile neonazista, la stella di Davide e la svastica...Non si tratta di un cliché, ma della realtà. Questo è il vero volto di una rivoluzione, per il momento, ammirevole. Ed è il volto che dobbiamo avere in mente quando i dirigenti della nuova Ucraina torneranno a bussare alla nostra porta. A buon intenditore poche parole. Auguriamoci di essere all'altezza della versione ucraina dell'«eroismo della ragione» che per Husserl era il genio stesso dell'Europa .

(Traduzione di Daniela Maggioni)


 
Il governo di Kiev, tra duri e moderati

Il presidente della Repubblica ad interim, Oleksander Turchynov, ha presentato la composizione del nuovo governo alla Piazza. Ha voluto che fossero approvati dalla rivoluzione. I ministri che hanno raccolto più consensi non piaceranno a Putin. La loro nomina sembra una brusca risposta al linguaggio militare di Mosca

Bernardo Valli su la Repubblica | 27 febbraio 2014

È una mossa classica. Antica. Ma sempre alla moda perché impressiona. È quella di chi vuole intimidire e mostra i muscoli, senza usarli. Si spera. Il bellimbusto di turno, che dovrebbe limitarsi all'esibizione, è un leader di rango. Per richiamare all'ordine i vicini insubordinati Vladimir Putin ha messo in stato d'allarme le forze armate dei distretti occidentali confinanti con quelli nord orientali dell'Ucraina. Ha così dato, dopo le minacce economiche, un carattere militare alla tensione con la rivoluzione di Kiev. L'ha fatto alla grande perché il ministro della Difesa, Serguei Choigu, ha detto che si tratta di verificare la capacità delle truppe ad agire "nel caso di una crisi suscettibile di colpire la sicurezza del Paese". Lo stesso Putin dovrebbe ispezionare nei due distretti la Sesta e Ventesima armata, ed anche la Seconda nel distretto centrale. Non si tratta di dettagli. Le truppe in stato d'allarme contano decine di migliaia di uomini, con annessi mezzi aerei e blindati. Serguei Choigu non ha menzionato l'Ucraina e il suo annuncio è stato seguito da una pioggia di candide dichiarazioni che escludevano ogni possibile sospetto in quel senso. Lo stato d'allerta sarà accompagnato da misure tese a garantire la sicurezza delle installazioni e degli armamenti della flotta russa del Mar Nero, basata in Crimea. La provincia che sta più a cuore a Mosca, è in queste ore teatro di spettacolari scontri tra gruppi di origine russa e nazionalisti ucraini.

L'annuncio militare russo non è stato preso troppo sul serio dalla Casa Bianca. Un suo portavoce ha invitato Mosca a smetterla "con le dichiarazioni retoriche e provocatorie ". Il segretario di Stato Kerry è stato più garbato. Per lui Putin manterrà la promessa di rispettare l'integrità dell'Ucraina. Nel pomeriggio, qui a Kiev, le notizie provenienti da Mosca hanno elettrizzato la Piazza. Si è subito pensato che la mossa militare di Putin abbia come obiettivo non solo di intimidire la rivoluzione ma anche di dare energia alle forze filorusse, che sono proprio quelle in prossimità dei distretti militari messi in stato d'allerta.

È in una Piazza in preda a una forte eccitazione che a tarda sera il presidente della Repubblica ad interim, Oleksander Turchynov, ha presentato la composizione del nuovo governo. I deputati lo voteranno oggi ma Turchynov ha voluto far conoscere la lista dei ministri prima alla Piazza. Ha voluto che fossero approvati dalla rivoluzione. Gli applausi non sono mancati alla lettura di alcuni nomi. Non di tutti. Quelli che hanno raccolto più consensi non piaceranno a Putin. La loro nomina sembra una brusca risposta al linguaggio militare di Mosca.

Il primo ministro è Arseny Yatsenyuk, l'avvocato di 39 anni che è già stato direttore della banca centrale, ministro degli Esteri, speaker del Parlamento e capo del partito di Julia Tymoschenko dal 2011, quando l'ex primo ministro è stato arrestata. Yatsenyuk ha appoggiato la rivoluzione della Majdan fin dall'inizio. Ma è stato uno dei tre oppositori moderati firmatari dell'accordo, mediato da tre ministeri degli esteri europei (il polacco, il tedesco e il francese), che lasciava Viktor Yanukovic al potere ancora per un anno. Il documento sconfessato dalla Piazza, ha provocato il crollo del regime.

Arseny Yatsenyuk è apprezzato dagli occidentali e in particolare dagli americani. Il suo nome potrebbe essere accettato anche dai russi, come uomo di fiducia di Julia Tymoshenko. La quale è destinata ad avere un ruolo chiave, malgrado la cattiva salute. Ha buoni, eccellenti rapporti con Angela Merkel, ma anche con Vladimir Putin. Nel passato il presidente russo l'ha apprezzata. È nata in una provincia russofana (a Dniepropetrovsk), ha fatto fortuna con il gas proveniente dalla Russia, e benché non abbia sempre adottato politiche gradite da Mosca, quando si è ammalata in carcere Putin ha proposto che venisse curata in Russia. Insomma Putin stima o ha stimato Julia Tymoshenko molto di più del fedele, ma non apprezzato, Viktor Yanukovic (che adesso si troverebbe a Mosca, come esule di lusso, in una dacia non lontana da quella presidenziale). Arseny Yatseniuk, il nuovo primo ministro, oltre ad essere un moderato, può dunque usufruire dell'appoggio di Julia Timoshenko. Le è succeduto alla testa del partito Patria e adesso la rappresenta in fondo come primo ministro, a causa della sua malattia. Ed anche perché in patria suscita meno diffidenze di lei, eroina ma anche oligarca.

Un altro uomo chiave del nuovo governo, il ministro della difesa, Andrei Parubij, 43 anni, è un personaggio legato a Julia Tymoshenko. Ma il suo ruolo nella rivoluzione di Majdan è stato più impegnativo di quello del futuro primo ministro: era il capo militare della Piazza, era incaricato della Difesa. Per questo gli è stato assegnato il ministero fino a ieri occupato da un ammiraglio, il cui compito era anche di mantenere i rapporti con i parigrado russi della base navale di Sebastopoli, in Crimea, attigua a quella ucraina. Andrei Parubij non avrà la stessa familiarità con gli ammiragli russi. Né darà le stesse garanzie al Cremlino. L'appoggio di Julia Tymoshenko gli sarà utile. Non sarà invece sufficiente al suo vice ministro della Difesa, Dimitri Yarosh, che nella Majdan ha rappresentato, come capo del "settore di destra", l'estremismo nazionalista. Yaroshera il duro dei duri. Quando Mosca denunciava i "banditi fascisti", mascherati e col kalascnikov, si riferiva spesso a lui. Anche l'ala intransigente della rivoluzione doveva essere rappresentata nel governo. Putin non gradirà.

  28 febbraio 2014