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3 marzo 2014

lagrandebellezza

Paolo Sorrentino: 'Abbandonatevi al mio film, ne resterete coinvolti'
Ecco la lettera che il regista vincitore dell'Oscar per 'La grande bellezza', ci ha inviato dopo la vittoria dei Golden Globes, a gennaio 2014. Qui racconta come ha vissuto, all'uscita in sala, le polemiche e le critiche italiane. E a chi lo ha accusato di scarso realismo ribatte: "I sentimenti contenuti nel film sono verosimili"
Paolo Sorrentino su l'Espresso | 3 marzo 2014

Los Angeles. Pochi giorni dopo il 12 gennaio 2014, quando “La Grande bellezza” vince il Golden Globe, il nostro direttore, Bruno Manfellotto, mi chiama a Los Angeles e mi chiede di fare un articolo intervistando un regista importante che spieghi perché il film piace agli americani.

Contatto Martin Scorsese, che so essere un grande ammiratore di Sorrentino. Wes Anderson e Joel Coen, che condividono con lui lo stesso agente, Rich Klubeck. Penso che uno dei tre alla fine dirà di sì, e mi rilasso. Ho tempo per chiudere sino alla mattina di martedì 20 a Roma, per me lunedì sera. Ma nessuno invece si materializza e lunedì, nel panico, contatto Sorrentino tornato nel frattempo a Roma e gli chiedo una sua interpretazione del successo del film.

Aggiungo che il direttore ci tiene molto e lui acconsente e mi assicura che mi manderà una risposta via email, che preferisce scrivere di suo pugno che usare la formula per lui più breve del domanda e risposta al telefono. Lo ringrazio, aspetto in ansia la sua mail che mi arriva verso le mie tre del pomeriggio. Prendo delle frasi, costruisco il pezzo.

Ma alle mie otto di sera ho una sorpresa: suona il telefono ed è Martin Scorsese. Decido di usare l’intervista a Scorsese, che scrivo al volo e viene pubblicata. E di usare solo stralci della lettera di Sorrentino , che viene pubblicata accanto all’intervista a Scorsese. Alla luce del suo trionfo di ieri notte, ci sembra opportuno pubblicare per intero la lettera di Sorrentino, mandata via email in data 20 gennaio. Eccola.

Lorenzo Soria

 

Caro Lorenzo,

la mia risposta alla tua domanda è semplicissima.  Questo film non è che sia piaciuto negli Usa e non sia piaciuto altrove. Compatibilmente con la forza dei diversi distributori nei rispettivi paesi questo film è andato bene dappertutto.

In primis in Italia, dove è oltre i sette milioni di incasso (includendo il fuori cinetel che sempre soldi e spettatori sono). E' andato bene in Inghilterra, Olanda, Germania, Spagna, Usa e in altri paesi. In altri paesi ancora non è uscito. Dunque, io rifiuto l'idea di un pubblico americano che sarebbe diverso dal pubblico italiano o da altri pubblici. Il pubblico è eterogeneo, sì, ma non a seconda dell'appartenenza geografica. Gli americani che hanno visto il mio film lo hanno apprezzato per le stesse ragioni per cui lo hanno apprezzato molti italiani. Così come ci sono altri italiani che non hanno amato il film, sono altresì sicuro che ci sono altrettanti americani che non hanno amato il film.

Dunque, per me non esistono contrapposizioni di pubblici. Questo film è stato apprezzato un po' dappertutto perchè un po' dappertutto si è ritenuto che fosse un buon film. Molto semplice! Mi limito a parlare del pubblico e non entro nel merito della critica dove, lì si hai ragione, rispetto a una sostanziale unanimità positiva dei critici di tutti i paesi del mondo fa da contraltare una parte della critica italiana che ha criticato fortemente in negativo il mio film. Mi limito a una constatazione e non entro in polemiche, dal momento che sono stato educato a rispettare il giudizio dei critici, a non criticare la critica, a non raccogliere le provocazioni, a non rispondere.

Io faccio un film, mi espongo, rischio, perchè mostrarsi pubblicamente comporta sempre una possibile esposizione alla critica o addirittura al dileggio e accetto queste eventuali critiche o insulti così come gioisco dei complimenti e dei pareri positivi.

Tu vuoi sapere da me cosa piace del film, ma è una domanda alla quale mi è impossibile rispondere. Gli spettattori sono la somma di individualità e ciascuno può essere colpito da una cosa diversa e con questo film accade ancor di più perchè è un film che mette in campo molte sollecitazioni, molti temi, molte emozioni e dunque offre una specie di ventaglio ampio dove lo spettatore può attingere secondo la sua sensibilità.

Io so solo che, in quanto autore del film, tendo a essere irritato da chi vuole ridurre il film nei confini del trattatello sociologico o incanalarlo nella lettura politica, con Berlusconi sempre in mezzo.

Io, come fanno tutti gli autori di un film, ho combinato secondo la mia sensibilità, secondo le mie capacità narrative, secondo il mio intuito, il reale e l'immaginario, e di volta in volta, reale e immaginario si distanziano o si sovrappongono, si fondono o litigano, tutto per ottenere, semplicemente, un film che mi piacesse e che piacesse.

Il film è il frutto di un parto mentale e il parto mentale è tale perchè quella mente ha declinato in modo personale la realtà. Dunque, nel film c'è la mia idea di realtà che non necessariamente corrisponde alla realtà vera e soprattutto la mia "realtà" non ha alcuna pretesa di spiegare il berlusconismo, cosa è diventata l'Italia oggi, quali sono i clichè italiani e via dicendo.

Forse non ti sono stato di aiuto con queste mie risposte, ma di fatto questo è il mio pensiero.

Il film dichiara in apertura, con la citazione di Celine, la sua appartenenza al regno dell'immaginario. E il film è frutto del mio immaginario. Succede alle volte che quell'immaginario corrisponda alla realtà e altre volte no, ma è poi così interessante? Per molti pare di sì e infatti si sono accapigliati fino alle risse. Per me no. Non sono mai interessato al tasso di realismo che un film, un libro possiedono. E' la dimensione "sentimentale", in senso di emozioni e emotività di un film, che mi rapisce o mi allontana da un film. Penso che quelli che hanno approcciato il mio film in una chiave di verosimiglianza dei sentimenti contenuti nel racconto, si siano goduti il film, lo abbiano apprezzato e alla fine si sono anche commossi.

Perchè se i sentimenti contenuti nel film sono verosimili, significa che corrispondono ai sentimenti dello spettatore e questo stabilisce un'empatia che ti fa dire: "che bel film!". Quelli che invece hanno approcciato il film con l'animo dell'entomologo che doveva analizzare il tasso di verosimiglianza non dei sentimenti, ma dell'aderenza del film alla realtà italiana (e questo presumo che lo abbiano fatto per deformazione professionale soprattutto i critici italiani) si sono trovati di fronte a un oggetto sfuggente e multiforme, anche contraddittorio e complesso, che li ha disorientati.

E un film che ti disorienta sei portato a giudicarlo negativamente. Ecco, rispondendo alla tua domanda, il succo del discorso. Se si vuole trovare in un film quello che l'autore non ci ha voluto mettere, si finisce per restare delusi. I pubblici e i critici stranieri, forse, non hanno tutta questa esigenza di fare equazioni tra il film e la realtà italica e dunque hanno avuto la possibilità di abbandonarsi. E io posso garantire senza ombra di dubbio, a costo di apparire presuntuoso, che se ci si "abbandona" a questo film non si può non esserne coinvolti emotivamente.

Quest'è!

 Ti abbraccio

Paolo


 
Dieci cose che non sai sulla «Grande Bellezza» di Paolo Sorrentino
Quindici anni dopo «La Vita è bella», l'Oscar è tornato in Italia. Ma il film divise la critica. Non sono mancati i premi: dal Golden Globe, ai Bafta, fino all'Oscar. Ecco le fonti d'ispirazione del regista italiano
Alberto Sofia su Giornalettismo | 3 marzo 2014

Quindici anni dopo «La Vita è bella», l’Oscar è tornato in Italia grazie a «La Grande Bellezza» di Paolo Sorrentino. La pellicola ha trionfato ad Hollywood, conquistando la statuetta come miglior film straniero. Sul palco del Dolby Theater di Los Angeles, dove si è svolta l’86esima edizione degli Academy Awards, il regista italiano ha ringraziato le sue fonti d’ispirazione: dai Talking Heads a Federico Fellini, passando per Martin Scorsese e Diego Armando Maradona. Oltre ai ringraziamenti dedicati alla città di Roma – tornata alla ribalta con la pellicola vincitrice – a quella di Napoli (dove Sorrentino è nato, il 31 maggio 1970) e alla sua «personale grande bellezza: Daniela, Anna e Carlo».

TUTTE LE CURIOSITÀ: LA CRITICA…- Per l’Italia è un risultato che mancava da tempo. Se Sorrentino è riuscito, attraverso i premi, ad allontanare le voci critiche, la Grande Bellezza non era però stato apprezzato da tutti al momento della sua uscita. Non poche erano state le perplessità tra i critici cinematografici. Senza dimenticare lo scetticismo con il quale la pellicola fu accolta al Festival di Cannes 2013. Sembra passata un’era da allora. Eppure le polemiche erano rimbalzate sui media, anche dopo la vittoria ai Golden Globe. Ormai celebre la gaffe di Toni Servillo, durante un “tentativo” di intervista da parte di Rai News.

..E LA GAFFE DI TONI SERVILLO – L’attore protagonista, in collegamento telefonico con una giornalista, aveva risposto in modo piccato alla conduttrice che ricordava le passate critiche ricevute dal film: «Inutile parlare delle critiche ora. Credo che la maggior parte degli italiani vogliono condividere l’entusiasmo, non hanno voglia di parlare di critiche», rispose. Per poi chiudere la telefonata e lasciandosi scappare, credendo di non essere in onda, l’insulto «Ma vattene aff…».

TRIS DI PREMI – Nonostante le polemiche incassate in Italia, la pellicola di Sorrentino ha ottenuto dalla critica internazionale premi prestigiosi. L’Oscar di Hollywood non è certo l’unico riconoscimento assegnato al film di Paolo Sorrentino. Già a gennaio «La Grande Bellezza» , uscì trionfatore alla cerimonia dei Golden Globes come «miglior film straniero». L’ultimo a riuscirci era stato nel 1989 Giuseppe Tornatore con «Nuovo Cinema Paradiso». In quel caso, non mancò l’entusiasmo sui media per la vittoria del regista italiano: una vittoria che venne interpretata come il segno di come il nostro cinema fosse ancora in grado di sfornare capolavori ammirati anche all’estero. Ma non solo: il 16 febbraio 2014 il film vinse anche ai BAFTA, gli Oscar britannici, sempre come miglior film in lingua straniera. Da LondraSorrentino riuscì ad arrivare davanti a “The Act of Killing” di Joshua Oppenheimer, “La vita di Adele” di Abdellatif Kechiche, “Metro Manila” di Sean Ellis e “La bicicletta verde” di Haifaa al-Mansour. Infine, l’Oscar conquistato questa notte.

LE FONTI D’ISPIRAZIONE- Paolo Sorrentino ha ringraziato dal palco quelle che ha definito come le sue «fonti d’ispirazione». Non ha dimenticato di citare i Talking Heads, insieme a Federico Fellini, Martin Scorzese e Diego Maradona. Cosa li accomuna per Sorrentino? «Sono quattro campioni che, nella loro arte, mi hanno insegnato tutti cosa vuol dire fare un grande spettacolo, che è la base di tutto lo spettacolo cinematografico» ha spiegato il regista.

I TALKING HEADS – Il gruppo rock dei Talking Heads, formato a New York nel 1974, è stato attivo fino al 1991. Sono gli autori del brano che ha dato il titolo ad uno dei film di Sorrentino, “This must be the place“, scritto e diretto nel 2011 e interpretato da Sean Penn. La pellicola fu presentata in concorso al Festival di Cannes 2011 ed è stata in grado di vincere 6 David di Donatello.

IL RAPPORTO CON LA «DOLCE VITA» DI FEDERICO FELLINI - Secondo la critica degli Stati Uniti, nel film «La Grande Bellezza», che ha trionfato nella notte degli Oscar, non mancano i tratti felliniani. Quasi considerato come una versione “aggiornata” del capolavoro “La dolce vita” di oltre mezzo secolo fa (il film è del 1960). Allora Fellini trionfò a Cannes, ma si fermò alla nomination all’Oscar per la miglior regia. Sorrentino però negò legami diretti, durante la conferenza stampa di presentazione. Precisò di non aver voluto riprodurre un’altra “Dolce Vita” di Fellini, film a cui era stato subito accostato: «Non esiste nessuna relazione tra i due film, ambientati in epoche talmente diverse, ma ho interiorizzato la lezione di tutti i grandi registi che ammiro», spiegò.

DIEGO ARMANDO MARADONA,  NAPOLI, ROMA – Paolo Sorrentino non ha dimenticato di ricordare le proprie origini durante la cerimonia degli Oscar: dalla città di Napoli a Diego Armando Maradona, che per la città partenopea continua ancora oggi ad essere un simbolo indiscusso.  Ma nel film resta centrale la Città Eterna, tornata protagonista. «Roma è la città che combina sacro e profano, la chiesa cattolica e il profano della città che vive fuori dal Vaticano. La musica del film riflette questo», ha spiegato Sorrentino.

LA VITTORIA CHE MANCAVA ALL’ITALIA - Erano quindici anni che l’Italia non vinceva l’Oscar: l’ultimo, nel 1999, era andato a «La vita è bella» di Roberto Benigni, che di statuette ne ottenne addirittura tre. Era invece dal 2006 , l’anno di «La bestia nel cuore», che un film italiano non entrava in finale. Nel 2007 arrivò invece il premio alla carriera per Ennio Morricone.

LE ALTRE VITTORIE ITALIANE - Prima della vittoria di Sorrentino, Italia e Francia dominavano la graduatoria degli Oscar per i film stranieri con 12 statuette ciascuna, staccando nettamente Spagna, Russia e Giappone (quattro ciascuno). Adesso il nostro Paese ha superato i vicini di casa transalpini. Tutto iniziò nel 1947 con “Sciuscià” di Vittorio De Sica, che conquista poi altre tre statuette per “Ladri di biciclette (nel 1950), “Ieri, oggi e domani” (nel 1965) e “Il giardino dei Finzi Contini” (1972). Federico Fellini venne invece premiato nel 1957 per “La strada”, l’anno dopo per “Le notti di Cabiria”, nel 1964 per “8½” e nel 1975 per “Amarcord” (vince anche l’Oscar alla carriera del 1993). Gli altri film tricolori vincitori della statuetta per le pellicole straniere sono “Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri nel 1971, “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore nel 1990, “Mediterraneo” di Gabriele Salvatores nel 1992. Oltre al già citato “La vita è bella” di Roberto Benigni nel 1999. In quel caso l’attore-regista toscano fu premiato anche come miglior interprete maschile. Arrivò anche il riconoscimento per la colonna sonora di Nicola Piovani.

PRODUZIONE  E INCASSI - Le prime scene de «La Grande Bellezza» sono state girate a Roma il 9 agosto 2012. Le scene ambientate al mare sono invece state girate nei primi di settembre all’Isola del Giglio, presso il faro di Capel Rosso. Uscito nelle sale italiane il 21 maggio 2013, fu presentato in contemporanea al 66º Festival di Cannes, dove divise la critica.  Nella prima settimana di programmazione in Italia il film riuscì ad incassare 2 milioni 262mila 228 euro. L’incasso totale è stato di 6 milioni 694mila 548 euro (poi saliti a 7.096.059 euro con la riprogrammazione nelle sale, dopo la vittoria ai Golden Globe).


 
C'è tanto Maradona nella "Grande bellezza"
Alberto Crespi su l'Unità | 3 marzo 2014

E ora bisognerà rivedere “La grande bellezza” e capire dove siano, accanto a quelle ovvie di Federico Fellini, le influenze dei Talking Heads e di Diego Armando Maradona. Loro tre, assieme a Martin Scorsese, sono i quattro “fuoriclasse” – ciascuno nel loro campo – che Paolo Sorrentino ha evocato e ringraziato quando ha ricevuto l’Oscar per il miglior film straniero. Per quanto riguarda Maradona, in fondo, non c’è da stupirsi: Paolo è notoriamente un grande tifoso del Napoli e chiunque abbia più o meno la sua età (40 anni o poco più) ha avuto un imprinting assoluto vedendo giocare Diego e vincendo, negli anni dell’adolescenza, gli unici due scudetti conquistati da quel club. In più, un film che mette in scena le feste più kitsch che si siano mai viste al cinema non può non far pensare anche alle imprese extra-calcistiche del Pibe de oro… anche se siamo convinti che Paolo non pensava a quello, ringraziando il suo Mito; semmai, pensava alla grande bellezza che si può nascondere in un dribbling, in un calcio di punizione ad effetto, in un pallone accarezzato con la suola del piede sinistro. Sì, in fondo c’è molto Maradona nella “Grande bellezza”. Sui Talking Heads, pensiamoci ancora un attimo. Diciamo che l’Oscar – per molti registi – arriva “once in a lifetime”, una volta nella vita. È il titolo di una delle canzoni più celebri del gruppo di David Byrne, ma magari Sorrentino la smentirà e fra qualche anno farà il bis. Glielo auguriamo di cuore.

Insomma, “La grande bellezza” ce l’ha fatta. Ha riportato il cinema italiano sul tetto del mondo 15 anni dopo “La vita è bella” di Roberto Benigni (che, sempre utile ricordarlo, vinse anche come miglior attore). È una vittoria importante che segue le altre, numerose, di questi mesi: dal Golden Globe ai Bafta. È anche una bella rivincita, un trionfo in rimonta, perché a Cannes 2013 il film fu invece ignorato dalla giuria che gli preferì titoli (“La vita di Adèle”, “Nebraska”, “A proposito di Davis”) poi snobbati dall’Oscar. Sembrerebbe una contrapposizione fra un premio “glamour”, squisitamente hollywoodiano come l’Oscar e una manifestazione più colta, più snob come il festival francese: ma è uno schema che non regge se si pensa che la giuria di Cannes era presieduta da Steven Spielberg (chi più hollywoodiano di lui?). La verità è che i premi cinematografici percorrono a volte vie tortuose e che il 2013 – l’anno solare al quale gli Oscar si riferiscono – passerà alla storia come un anno di transizione, nel quale nessun film ha sbancato né il box-office né il borsino dei riconoscimenti.

Basta osservare, a questo proposito, il verdetto di questa notte nel suo complesso. Accade di rado (ma a volte accade) che un film vinca 7 statuette, quasi un trionfo, ma si veda sfuggire quella più importante che consacra il “miglior” film dell’anno. È il caso di “Gravity”: 7 vittorie, quasi tutte tecniche ma non solo, perché Alfonso Cuaron è (meritatamente) il primo messicano, anzi, il primo “latino” a imporsi fra i registi. E allora perché “Gravity”, dopo tutti questi premi, non è il film migliore? Perché l’Academy ha sentito altre esigenze. Dopo aver riconosciuto i valori spettacolari di “Gravity” (un thriller fantascientifico con un 3D strepitoso) e aver ammesso finalmente che Cate Blanchett (premiata per “Blue Jasmine” di Woody Allen) è la più grande attrice vivente, si è sentita in dovere di distribuire premi politicamente corretti a film magari non brutti, ma capaci di vellicare i lati più “pelosi” della coscienza collettiva. Matthew McConaughey e Jared Leto sono bravissimi in “Dallas Buyers Club”, ma premiare due attori per ruoli rispettivamente di un malato di aids e di un travestito rientra in una legge non scritta per cui si vince più facilmente l’Oscar interpretando parti da tossici, ubriaconi, puttane, sfigati e portatori di handicap. È una legge codificata da Dustin Hoffman quando gli offrirono il ruolo del fratello “normale” (sulla carta, il vero protagonista) in “Rain Man”: “Voi siete matti – disse il grande Dustin – io faccio quell’altro, l’autistico, QUELLO è il ruolo che vincerà l’Oscar”. Come volevasi.

Ovviamente il trionfo del “politically correct” è l’Oscar come miglior film a “12 anni schiavo”, un film brutto e ricattatorio che abbiamo ampiamente stigmatizzato sulle colonne di questo giornale. Che si tratti di un premio “al tema”, e non al film, è evidenziato dal fatto che l’astuta pellicola di Steve McQueen non vince quasi nient’altro, a parte il premio – come attrice non protagonista – a Lupita Nyong’o: bravissima, per carità, e in un certo senso c’è una paradossale giustizia nel vincere l’Oscar per un ruolo in cui si prendono tali e tante mazzate. Lupita è la schiava vittima della brama sessuale del padrone psicopatico interpretato da Michael Fassbender: per tutto il film subisce stupri, frustate, colpi sopra e sotto la cintura. È il simbolo del sottile sadismo che pervade il film, quindi il simbolo dei ricatti (artistici, per carità!) grazie ai quali McQueen e soci hanno conquistato il cuore dei giurati.

Paolo Sorrentino, ora, festeggi senza pensare a queste cose. Tutti diranno che il cinema italiano è risorto. Non è vero. Il cinema italiano ha gli stessi problemi di prima, a cominciare da una classe politica che mediamente lo disprezza e si occupa solo di televisione. Vedremo se questo nuovo governo, guidato da un uomo più giovane di Sorrentino e tifoso quanto lui di una squadra fuori dal giro dei “poteri forti”, darà una sterzata. Nessuna fiducia al buio, attendiamo i fatti. Paolo Sorrentino e i suoi magnifici collaboratori (il produttore Nicola Giuliano e Toni Servillo che erano con lui sul palco, i grandi attori – Carlo Verdone e Sabrina Ferilli in primis – che sono rimasti a Roma) i fatti, scusate il bisticcio, li hanno fatti. Ora tocca ad altri sconfiggere la grande bruttezza che ci circonda.

  3 marzo 2014