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1 aprile 2014

grasso

E Pietro Grasso diventa l'eco dei maldipancia del Pd
Le esternazioni del presidente hanno fatto venire alla luce tutti insieme i dissensi piddini al metodo renziano, e in particolare nel merito della riforma del Senato. Casson: "C’è un problema di non omogeneità di vedute”. Miguel Gotor: “Antiparlamentarismo e decisionismo non aiuteranno il processo di riforme”
Susanna Turco su l'Espresso | 31 marzo 2014

Alcuni sono d’accordo con lui, altri assolutamente d’accordo (anzi lo erano già prima), altri ancora – per significare che almeno in parte sono d’accordo – bordeggiano, magari prendendo di mira Debora Serracchiani alla sua prima uscita da vicesegretario Pd. Di fatto, e di colpo, sembra che le varie minoranze in pena del Pd abbiano trovato, se non il loro mentore, almeno il loro portavoce: Pietro Grasso.

Un nome, un metodo. Chi si ricorda il metodo Grasso? Fu quello che portò all’elezione il presidente del Senato, l’ultima intuizione felice di Bersani da segretario Pd: prendere un nome fuori dalle logiche di corrente, e far convergere su quel nome più consensi di quanti ce ne fossero sulla carta (Cinque stelle, in quel caso). Ecco, dopo un anno di navigazione per lo più inoffensiva, per la prima volta lo stesso Grasso ha usato il metodo Grasso. Su un tema (il Senato) e con un destinatario (il premier) che, trattandosi della seconda carica dello Stato, non poteva essere senza conseguenze. Il risultato, infatti, è stato far venire alla luce tutti insieme i dissensi piddini al metodo renziano, e in particolare nel merito di questa riforma.

Segnalando, in modo ancora più specifico, che se il segretario-premier non ci fa i conti per tempo, potrebbe esistere un problema di numeri, a Palazzo Madama (come già si è visto nell’esame della legge sulle province).

Non solo pensieri, anche parole (scritte). Per questo Renzi risponde indiavolato cose come “voglio vedere se poi non la votano la riforma”. I dissensi, che c’erano già prima, ora si stanno compattando e concretizzando in disegni di legge. A uno, sta lavorando il senatore Giorgio Tonini. Ad un altro, Vannino Chiti e Felice Casson, che sono in fase raccolta firme e hanno già raccolto le adesioni di varie correnti di minoranza (“siamo oltre le fazioni del congresso”). La firma di Grasso non ci sarà, ma le istanze sono le medesime.

Spiega l’ex magistrato veneto: “Sono assolutamente d’accordo con le critiche all’impianto renziano, ma devo dire che la linea è abbastanza diffusa nel Pd”, spiega Casson. I capitoli principali del ddl sono in effetti gli stessi indicati da Grasso: il Senato che resta eletto direttamente dai cittadini, anzitutto (almeno per una sua quota); mantiene “pari competenza rispetto alla Camera” su “leggi elettorali”, “diritti fondamentali”, “trattati internazionali”; e che dimagrisce, sì, ma fa dimagrire anche la Camera, per un finale totale di 550 parlamentari (400 a Montecitorio, 150 a Palazzo Madama).

Proposte di legge sulle quali i democratici stanno cercando l’adesione di altri gruppi. Ci può essere davvero, come accennato da Grasso, un problema di numeri? “Questo si vedrà, dopo che avremo letto l’articolato del governo, perché finora abbiamo avuto solo i titoli e la prima bozza era un pasticcio. Di certo c’è un problema di non omogeneità di vedute”, dice Casson. Una disomogeneità che, sottointende, andrà risolta in Parlamento: “Qua nessuno vuol bloccare la riforma”. La si vuol cambiare, magari, e soprattutto si vuol cambiare metodo. Troppo dittatoriale quello di Renzi. Troppo muro contro muro. Un procedere a “ceffoni” che va evitato, e la riforma del Senato si presta benissimo a spiegare perché. Osserva, alludendo al premier, il senatore Miguel Gotor, già intellettuale di punta del bersanismo d’assalto: “Questa mescolanza di antiparlamentarismo e decisionismo non aiuterà il processo delle riforme”.

Insomma va bene riformare il Senato, e la maggioranza è d’accordo “su punti fondamentali”. Ma alla fine, soprattutto dove ci sono dissensi, bisogna lavorare “per smussare, non per incendiare”: il caldo consiglio democratico è questo. L’obiettivo è “raggiungere alla fine una larghissima maggioranza: che non ci sia un solo uomo, o un governo, a imporre una riforma”.

Roba che non si sentiva dai tempi del berlusconismo d’oro. Al fondo, giusto per assestare un altro colpo al renzismo, riecco un problema di numeri: “Servono numeri larghi, a meno che non si voglia fare la riforma del Senato a colpi di voti di fiducia”. Anche perché si rischia di fare la fine della riforma federalista del centrodestra, poi bocciata dal referendum, “ma su una questione molto più grossa”.


 
«No, il Senato non sarà più elettivo»
Renzi striglia Grasso: «Lancia avvertimenti. Se la riforma non passa, mollo tutto. Ho giurato sulla Costituzione, non sui professoroni. Faremo il salario minimo»
Aldo Cazzullo su Corriere della Sera | 31 marzo 2014

Matteo Renzi, il presidente del Senato è contro la sua riforma costituzionale. La leader della Cgil è contro la sua riforma del lavoro. Più in generale, l'impressione è che l'establishment, il sistema, non sia entusiasta dell'esordio del suo governo.

«L'impressione è che se ne siano accorti, che facciamo sul serio. Ci hanno messo un po', ma se ne sono accorti. Domani (oggi per chi legge) presenteremo il disegno di legge costituzionale per superare il Senato e il titolo V sui rapporti Stato-Regioni. Sarà uno spartiacque tra chi vuole cambiare e chi vuole far finta di cambiare. Entriamo nei canapi. Vedremo chi correrà più forte».

Le rimproverano proprio questo: l'impazienza, la precipitazione.

«Sono trent'anni che si discute su come superare il bicameralismo perfetto. Questo stesso Parlamento doveva approfondire il tema con la commissione dei 42. Non è più possibile giocare al "non c'è stato tempo per discutere". Ne abbiamo discusso. Venti giorni fa, nella conferenza stampa su cui avete tanto ironizzato, quella della "televendita", abbiamo presentato la nostra bozza di riforma costituzionale. L'abbiamo messa sul sito del governo. Abbiamo ricevuto molti spunti e stimoli, anche da Confindustria e Cgil, gente che non è che ci ami molto. Abbiamo incontrato la Conferenza Stato-Regioni e l'Anci. Abbiamo fatto un lavoro serio sui contenuti. Ora è il momento di stringere. Il dibattito parlamentare può essere uno stimolo, un arricchimento. Ma non può sradicare i paletti che ci siamo dati» .

Quali sono i punti irrinunciabili del vostro disegno di legge?

«Sono quattro. Il Senato non vota la fiducia. Non vota le leggi di bilancio. Non è eletto. E non ha indennità: i rappresentanti delle Regioni e dei Comuni sono già pagati per le loro altre funzioni».

L'elezione diretta dei senatori è il cardine della proposta di Pietro Grasso. E anche Forza Italia pare d'accordo.

«L'elezione diretta del Senato è stata scartata dal Pd con le primarie, dalla maggioranza e da Berlusconi nell'accordo del Nazareno. Non so se Forza Italia ora abbia cambiato idea; se è così, ce lo diranno. L'accordo riduce il costo dei consiglieri regionali, che non possono guadagnare più del sindaco del comune capoluogo. Elimina Rimborsopoli. È un'operazione straordinaria, un grande cambiamento. È la premessa perché i politici possano guardare in faccia la gente. Se vogliamo eliminare la burocrazia, le rendite, le incrostazioni, la logica di quella parte dell'establishment per cui "si è sempre fatto così", dobbiamo dare il buon esempio. Dobbiamo cominciare a cambiare noi. Con la legge elettorale, con l'abolizione delle Province, con il superamento del Senato. Rimettere dentro, 24 ore prima, l'elezione diretta dei senatori è un tentativo di bloccare questa riforma. E io domani (oggi, nda ) la rilancio. Scendo io in sala stampa a Palazzo Chigi, con i ministri, a presentarla».

Sarà un altro show?

«Ma no, lascio fare a loro. Però scendo anche io, ci metto la faccia. Quel che dev'essere chiaro è che su questo punto mi gioco tutto».

Sta dicendo che se non passa la vostra riforma del Senato cade il governo?

«Non solo il governo. Io mi gioco tutta la mia storia politica. Non puoi pensare di dire agli italiani: guardate, facciamo tutte le riforme di questo mondo, ma quella della politica la facciamo solo a metà. Come diceva Flaiano: la mia ragazza è incinta, ma solo un pochino. Nella palude i funzionari, i dirigenti pubblici, i burocrati ci sguazzano; ma nella palude le famiglie italiane affogano. Basta con i rinvii, con il "benaltrismo". Alla platea dei "benaltristi", quelli per cui il problema è sempre un altro, non ho alcun problema a dire che vado avanti: non a testa bassa; all'opposto, a testa alta. Noi il messaggio dei cittadini l'abbiamo capito, non a caso il Pd vola nei sondaggi: la gente si è resa conto che ora facciamo sul serio. Avanti tutta».

Ma cosa rimarrebbe da fare al Senato secondo lei?

«Il nuovo Senato non lavora tutti i giorni su tutte le proposte di legge, ma su quelle che riguardano la Costituzione, i territori, l'Europa. Vogliamo discutere una funzione in più o in meno? Benissimo».

Mario Monti propone di inserire rappresentanti della società civile.

«La proposta di Monti è dentro il pacchetto del governo, e ne rappresenta uno dei pezzi più delicati e discussi dai costituzionalisti: lasciamo ventuno senatori non scelti dalle Regioni e dai Comuni ma indicati dal capo dello Stato, in rappresentanza della società civile. Se non si deve costituzionalizzare la Camera delle autonomie, non per questo il Senato deve diventare il "Cnel-2, la vendetta". Il Cnel è uno dei grandi fallimenti della storia repubblicana. Non a caso tentano di difendere il Cnel parti sociali e associazioni di categoria che prima ci chiedono di cambiare tutto, poi ci mandano documenti affinché tutto resti com'è».

Grasso le ha detto con chiarezza che in Senato non ci sono i numeri per la riforma che vuole lei.

«Sono molto colpito da questo atteggiamento del presidente Grasso. Io su questa riforma ho messo tutta la mia credibilità; se non va in porto, non posso che trarne tutte le conseguenze. Mi colpisce che la seconda carica dello Stato, cui la Costituzione assegna un ruolo di terzietà, intervenga su un dibattito non con una riflessione politica e culturale, ma con una sorta di avvertimento: "Occhio che non ci sono i numeri". Mai visto una cosa del genere! Se Pera o Schifani avessero fatto così, oggi avremmo i girotondi della sinistra contro il ruolo non più imparziale del presidente del Senato. Io dico al presidente Grasso: non si preoccupi se non ci sono i voti; lo vedremo in Parlamento. Vedremo se i senatori rifiuteranno di ascoltare il grido di cambiamento che sale dall'Italia, il grido che tocco con mano con evidenza direi da sindaco quando vado in giro, quando leggo le mail che ricevo. C'è un Paese che ha voglia di cambiare. Noi al Paese avanziamo una proposta per ridurre i costi e aumentare l'efficienza della politica. Siamo disponibili a migliorarla; non a toccare i paletti concordati. Oggi vedremo se qualcuno si tirerà indietro. Lo dico per il presidente Grasso, che stimo: lanciare avvertimenti prima che la riforma vada in discussione è un autogol. Non lo dice il segretario del partito che l'ha voluto in lista, né il presidente del Consiglio. Lo dice un ormai ex studente di diritto parlamentare».

Guardi che i professori, da Rodotà in giù, le danno torto.

«Ho letto altri commenti di tanti professori, molto interessanti. Non è che una cosa è sbagliata se non la dice Rodotà. Si può essere in disaccordo con i professoroni o presunti tali, con i professionisti dell'appello, senza diventare anticostituzionali. Perché, se uno non la pensa come loro, anziché dire "non sono d'accordo", lo accusano di violare la Costituzione o attentare alla democrazia? Io ho giurato sulla Costituzione, non su Rodotà o Zagrebelsky».

La sua riforma costituzionale include le norme per rafforzare i poteri del premier, compresa la revoca dei ministri?

«Ne ha parlato Forza Italia. Ma non erano nell'accordo del Nazareno, e non le abbiamo messe».

Sulla riforma del lavoro il no viene dai sindacati, e dalla sinistra del Pd. Oggi i contratti a termine possono essere rinnovati una volta sola. Con il decreto del governo potranno essere rinnovati otto volte per 36 mesi. Non significa aumentare la precarietà?

«In questo momento la vera sfida è far lavorare la gente. Oggi la gente non sta più lavorando. La disoccupazione ha raggiunto percentuali enormi, atroci. Ne parlavamo con Obama, colpito dalla tenuta sociale di un Paese con il 12% di disoccupazione. È vero che noi abbiamo un welfare molto diverso da quello americano. Ma in questo scenario io credo che ci fosse bisogno di dare subito un segnale netto sul lavoro, in particolare su apprendistato e contratti a termine. Non si utilizzi questo segnale per trasmettere un'idea sbagliata. Il nostro obiettivo è rendere più conveniente assumere a tempo indeterminato piuttosto che a tempo determinato; ma non lo si raggiunge mettendo blocchi. Si può usare la leva fiscale, e vedremo se ci sono le condizioni. E si devono modificare in modo complessivo le regole, come faremo con il disegno di legge delega. Vedo che sta crescendo l'attenzione degli investitori sul nostro Paese. Certo, è il frutto di fenomeni macroeconomici nelle Borse di tutto il mondo, delle attese sulle nostre aziende. Ma ci sono anche grandi attese sul nostro governo: che sta portando gli interessi al livello più basso da anni; che sta portando capitali non dico a investire ma ad affacciarsi sul mercato italiano. Questo lo si deve pure alla determinazione con cui abbiamo voluto iniziare dalle riforme della politica e del lavoro».

Nel disegno di legge delega ci sarà pure il salario minimo?

«Ci saranno sia il salario minimo sia l'assegno universale di disoccupazione. Ne discuterà il Parlamento, anche delle coperture. Affronteremo una delle grandi questioni del nostro Paese: trovo sconvolgente che l'Italia abbia il tasso di natalità più basso. Dobbiamo garantire le tutele della maternità alle donne che non le hanno».

È imminente una tornata di nomine: Eni, Enel, Finmeccanica, Terna, Poste. Ci saranno uomini nuovi?

«Illustreremo le nostre scelte nei prossimi giorni. "Uno alla volta, per carità..."».

Le privatizzazioni delle aziende a controllo pubblico andranno avanti?

«La prossima settimana approveremo il Def che individua nel dettaglio le coperture per i tagli all'Irpef, all'Irap, alla bolletta energetica delle piccole e medie imprese, e individuerà la linea d'orizzonte economica di questo governo».

Sull'economia lei non mi sta rispondendo.

«Ma se la politica dimostra di saper riformare se stessa, l'Italia diventa credibile in Europa, e anche la sua credibilità economica cresce. Il nostro pacchetto di riforme ha impressionato i partner internazionali. Quel che conta adesso non è il programma; è il crono-programma. Tutti hanno sempre detto che bisogna superare il bicameralismo e ridurre i parlamentari; ora noi dobbiamo farlo, in tempi certi. Questo crea imbarazzi e difficoltà. Ma a me non interessa il futuro di un centinaio di politici. A me interessa il futuro delle famiglie italiane. Quando vado ai vertici internazionali immagino come sarà l'Italia da qui a cinque anni. Come sarebbe bello che l'Italia fosse più semplice, più smart, più attrattiva, che spendesse meno per gli interessi sul debito e più per il futuro. Io la vedo, questa Italia. Mi pare di toccarla. Ma il cambiamento deve partire dai politici. Come puoi cambiare il Paese e l'Europa, se non hai il coraggio di cambiare il Senato?».

A che punto è la storia delle sue case? Oggi il Fatto quotidiano scrive che, prima dell'appartamento pagato da Carrai, lei a Firenze aveva affittato una mansarda «a prezzo simbolico» da Luigi Malenchini, marito di Livia Frescobaldi, nominata dal Comune nel gabinetto Vieusseux.

«Capisco il tentativo di dimostrare che tutti sono uguali. Ma cascano male. L'appartamento non era semplicemente pagato da Carrai: era di Carrai. Chi doveva pagarlo, scusi! I miei contratti, come il mio conto corrente, sono pubblici e trasparenti. Io ho una sola casa e ho il mutuo sopra. Il cda del Vieusseux, come sanno tutti i fiorentini, è gratis, e comunque le nomine sono state fatte anni dopo il periodo dell'affitto, che tutto era tranne che simbolico, tanto e vero che ho disdettato dopo un anno perché non riuscivo a pagarlo. Ma visto che è stata chiamata in ballo la magistratura, che ha aperto un fascicolo, aspettiamo e vediamo cosa diranno i giudici. Capisco l'astio, ma su queste cose con me cascano male ».



Lavoro, Commissione europea: i contratti a termine non portano al posto fisso. L'economia cresce lentamente
Redazione su Huffington Post | 31 marzo 2014

Non soltanto in Italia, ma anche nel resto d'Europa i contratti a tempo determinato sempre meno portano al posto fisso. E questo accade perché i contratti precari vengono scelti dalle aziende per sostituire quelli a tempo indeterminato.

Proprio mentre Matteo Renzi gioca il tutto per tutto nel decreto legge sul lavoro che estende il rinnovo dei contratti precari fino a otto volte in 36 mesi, la Commissione europea avverte che la situazione sociale e occupazionale del continente mostra soltanto un debole segno di miglioramento (+0,1% per quanto riguarda i posti di lavoro) nonostante la timida crescita economica (+0,4%), con un aumento dei livelli di povertà e dello stress finanziario per le famiglie che ormai intaccano i risparmi e si indebitano per vivere.

A certificarlo è il rapporto trimestrale sulla condizione sociale e occupazionale pubblicato oggi dall'esecutivo europeo, che ancora una volta deve registrare il tasso record della disoccupazione: 26 milioni di europei, e cioè il 10,8% della popolazione attiva, cerca una occupazione senza trovarla. E quando finalmente un posto è disponibile, il contratto è sempre più spesso a tempo determinato oppure part-time nonostante i desideri dei lavoratori siano diversi, e puntino al contratto stabile: "Il numero dei contratti part-time è cresciuto durante la crisi, molto spesso perché ai tagli dei posti di lavoro nei settori a prevalenza maschile ha fatto seguito la crescita della forza lavoro maschile part-time e un alto tasso di transizione dei lavoratori dal full-time al part-time".

A farne le spese sono stati soprattutto gli uomini, prevalenti nei campi che hanno subìto gli effetti peggiori della crisi come l'industria e il settore delle costruzioni. Eppure allo stesso tempo negli ultimi sei mesi sono stati i lavoratori maschi a trovare più spesso lavoro rispetto alle lavoratrici, e in generale il numero dei disoccupati risulta stabile.

La categoria meno fortunata è quella dei giovani: il 23,4% risulta senza lavoro. Si tratta di 3,1 milioni di ragazzi e 2,5 milioni di ragazze che vorrebbero entrare nel mercato del lavoro senza successo. Allo stesso tempo l'impatto di stabilizzazione della spesa per il welfare non ha ancora mostrato gli effetti sperati, soprattutto nei Paesi dove sono state introdotte forti riforme fiscali come la Grecia e il Portogallo: qui il reddito delle famiglie meno abbienti si è fortemente ridotto, così come è avvenuto in Gran Bretagna e Spagna.

Poco incoraggianti le parole di Laszlo Andor, il commissario al Lavoro: "L'economia europea è tornata a crescere ma la situazione di molte famiglie e molti individui non è ancora migliorata". Secondo Andor "c'è il rischio che l'attuale fragile recupero non aiuterà i gruppi meno abbienti". Un ulteriore pericolo sottolineato dalla Commissione è la scarsa crescita del costo del lavoro, che potrebbe aprire la porta alla deflazione.

E in Italia? Il nostro Paese risulta tra i Paesi che hanno purtroppo registrato una diminuzione dei posti di lavoro nell'ultimo trimestre 2013 (-0,5%), un dato che accoppiato a quello francese fa registrare un "forte impatto" nel tasso di disoccupazione dell'intero continente. L'Italia d'altronde presenta soltanto i 2/3 della popolazione attivamente coinvolta nel mercato del lavoro, una percentuale molto bassa che la accomuna alla Croazia e all'Ungheria, e la allontana tremendamente dai Paesi del Nord Europa dove l'80% delle persone ha una qualche forma di contratto.

Per quanto riguarda la ricchezza e i redditi delle famiglie, questi indici sono cresciuti in Germania e in Svezia, mentre in Italia sono rimasti pressoché invariati. Questo non significa che gli italiani in generale abbiano potuto mantenere lo stesso livello di vita, visto che il 40% delle famiglie meno abbienti hanno sofferto uno stress finanziario - un tasso che ci accomuna con la Romania, la Slovacchia e la Spagna - contro il 10% delle famiglie tedesche.

  1 aprile 2014