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sulla stampa
15 aprile 2014


Salvatore Cannavò su Il Fatto Quotidiano tramite Triskel

Il commento più entusiasta proviene dalle labbra di Graziano Delrio, sottosegretario a Palazzo Chigi che ha gestito la partita delle nomine: “È molto importante che si sia scelto di chiamare al servizio delle più grandi aziende del Paese – ha detto in serata nel corso di Porta a Porta – uomini e donne che hanno dimostrato di essere manager capaci”. Ma è sulle donne che il governo punta per far scattare la campagna simpatia già realizzata con le liste Pd per le elezioni europee: “La nomina di tre donne come presidenti è un fatto che segna una rivoluzione culturale”, ha sottolineato l'ex sindaco di Reggio Emilia.

L'INSISTENZA sulle donne costituisce la carta mediatica che Renzi giocherà senza esitazione. Quattro donne ai vertici delle aziende di Stato non si erano mai viste e, nel linguaggio politico del presidente del Consiglio, l'immagine ha la prevalenza su tutto il resto. Per conseguire questo risultato, il premier non ha esitato a distribuire gettoni di presenza a tutte le fazioni dell'establishment italiano, politico e imprenditoriale.
   Le quattro donne non sfuggono a questo criterio. Emma Marcegaglia, con la presidenza dell'Eni ritorna in auge dopo la parentesi confindustriale in cui alternò una prima fase in sintonia con il governo Berlusconi per poi mettersi alla testa dell'operazione Monti. La sua permanenza sulla scena pubblica dura da così tanto tempo che non sfigura al confronto dei grandi burocrati della politica. Un discorso analogo può valere per Luisa Todini, espressione berlusconiana nel Consiglio di amministrazione della Rai, già papabile per la presidenza della Regione Lazio (il Cavaliere poi optò per Renata Polverini) e approdata ora alla guida delle Poste (ma dichiara che ancora deve decidere se lasciare la Rai). Assidua frequentatrice dei salotti tv, bella presenza, viene da una famiglia di costruttori, ha tutte le qualità per una buona candidatura di immagine.
   Più di sostanza le altre due. Una, Patrizia Grieco presiederà l'Enel dopo aver amministrato l'Olivetti. Presente in molti board di società e istituzioni benefiche, come Save the Children, ha anche diretto Fiat Industrial fino alla fusione con Cnh Industrial. Carla Bastioli, invece, è in procinto di assumere la presidenza di Terna (la nomina spetta formalmente alla Cassa Depositi e Prestiti). È stata l'amministratore delegato di Novamont, azienda novarese leader nella produzione di chimica e plastica “verde” che ha portato a traguardi rilevanti.

Dopo l'immagine femminile, però, il gioco delle compensazioni tra nomine di qualità, spesso tecniche, e classico manuale Cencelli prosegue nella composizione dei Consigli di amministrazione. All'Enel, ad esempio, nel cda troviamo Alberto Bianchi, il presidente della fondazione Big Bang, cioè la cassaforte del movimento renziano. Se questo è il criterio, allora, non stupisce la presenza, nel Cda Eni, di Fabrizio Pagani, economista ex Ocs capo della segreteria tecnica del ministro Padoan, amico di Enrico Letta con cui è stato a scuola. La nomina viene compensata dalla presenza del professor Luigi Zingales, economista di Chic-go ospite della prima Leopolda renziana e negli ultimi anni battagliero consigliere indipedente di Telecom Italia. Se la dovrà vedere con un altro nome di lungo corso, Salvatore Mancuso, già presidente del Banco di Sicilia poi assorbito in Unicredit e oggi capo del fondo Equinox, protagonista delle grandi vicende finanziarie recenti.

   ANCORA PIÙ netta la spartizione in Finmeccanica dove l'immarcescibile Gianni De Gennaro conserva la presidenza, pare su esplicita richiesta del Quirinale, arriva l'ex Cgil Mauro Moretti. Doveva ridursi lo stipendio, probabilmente lo raddoppierà. Nel Cda entra anche Marta Dassù, già vicemnistro degli Esteri nei governi Monti e Letta, molto competente in politica estera, donna dell'Aspen e della Trilateral ma anche ben vista da Massimo D'Alema di cui è stata consigliere a palazzo Chigi. In Finmeccanica ci saranno poi due tecnici come Guido Alpa e Alessandro De Nicola (economista liberista, editorialista di Repubblica ma anche avvocato d'affari con lo studio Orrick). Ma c'è anche Fabrizio Landi, amico di Renzi e amministratore delegato di Esaote, azienda fiorentina che produce apparecchi elettromedicali, primo finanziatore delle primarie (10 mila euro) dell'ex sindaco di Firenze.

   Nel solco delle antiche tradizioni, le Poste si confermano luogo privilegiato della lottizzazione. Una berlusconiana alla presidenza, un renziano già lettiano come amministratore delegato, l'ex portavoce di Pier Ferdinando Casini, Roberto Rao, nel cda, insieme all'ex Mediaset, poi La7, Antonio Campo dall'Orto, a suo tempo un enfant prodige della televisione. Talmente prodigio che la sua carriera lo ha portato a dirigere le Poste.


liquidazioni d'oro

Bonus milionari agli ex capi azienda
così un trucchetto li farà più ricchi
Luca Pagni su la Repubblica tramite Triskel

MILANO
 - Ogni rivoluzione ha il suo prezzo. Quello che il governo dovrà pagare per la rivoluzione ai vertici delle società controllate dal Tesoro ha la forma di un assegno con tanti zeri. A incassarlo ci penseranno i manager delle aziende a controllo pubblico. In particolare, di Eni, Enel e Terna in seguito al pressoché totale ricambio di uomini e, in parte, di strategia nelle aziende di proprietà dello Stato. Paolo Scaroni, Fulvio Conti e Flavio Cattaneo (se non verrà riconfermato), proseguiranno la loro carriera altrove, ma lo faranno con una ricca buonuscita. Oltre 16 milioni complessivi, in aggiunta agli oltre 70 milioni accumulati in nove anni alla guida dei tre colossi dell'energia.

Non tutti prenderanno la stessa cifra, ma tutti e tre hanno – per così dire – utilizzato lo stesso escamotage per aggiungere un generoso paracadute in caso di mancata riconferma.
In pratica, hanno aggiunto all'incarico di amministratore delegato, che è stato rinnovato per tre anni (due volte dai governo Berlusconi e una volta dal governo Prodi) quello di direttore generale. Per il primo si prende un compenso stabilito per il lavoro svolto, più eventuali bonus. Ma senza ulteriori tutele. L'incarico di direttore generale, invece, è legato al contratto nazionale dei dirigenti e prevede pertanto una buonuscita, a compensare il fatto che i manager possono essere licenziati.

Le “liquidazioni” dei tre manager non peseranno sui conti del governo, ma sui bilanci delle singole società. Così come era avvenuto, nel decennio scorso, per altre liquidazioni che hanno fatto discutere negli anni passati. È stato il caso di Giancarlo Cimoli, che al momento di lasciare le Fs si è visto assegnare 6 milioni di buonuscita per poi passare in Alitalia, dove tre anni dopo se ne è andato con altri 3 milioni. Anche per Elio Catania, le Fs hanno porttato in dote a fine mandato 6,7 milioni. Secondo quanto recentemente ricostruito dal settimanale L'Espresso, l'esborso maggiore sarà per Eni, visto che a Scaroni andranno 8,3 milioni. Ed anche il caso più complesso da ricostruire. C'è una voce legata alla risoluzione del rapporto di lavoro dirigenziale (3,2 milioni). A cui si aggiunge la cosiddetta clausola di “non compete agreement” che vale altri 2,2 milioni: in sostanza, il manager si impegna per alcuni anni a non lavorare per i concorrenti di Eni. Infine, c'è una parte variabile di buonuscita legata ai risultati dell'ultimo triennio, calcolati in circa altri 2,1 milioni; nonché 800mila euro di Tfr e contributi previdenziali garantiti ai dirigenti Eni. Un conto a cui vanno aggiunti gli stipendi percepiti dal 2005 al 2012, pari a 29 milioni. Più o meno lo stesso discorso vale per Fulvio Conti: Enel dovrà versare al suo amministratore delegato 2,8 milioni per la buonuscita da direttore generale e 3,5 milioni per la clausola di non concorrenza. Nei suoi tre mandati alla guida dell'ex monopolista elettrico, Conti ha guadagnato – tra compensi e bonus – una cifra che si aggira sui 25 milioni. Infine, c'è il caso di Flavio Cattaneo. Nel caso non venisse riconfermato, la buonuscita da direttore generale per il numero uno di Terna per lui vale due annualità della parte fissa della retribuzione pari a 2,4 milioni. La vicenda dell'ex dg della Rai è la più singolare tra i manager dei tre colossi statali. Al momento della sua nomina nel 2005, lo stipendio era di 250mila euro. Mano a mano che la società si è quotata in Borsa e ha cominciato a crescere di capitalizzazione, è salito fino a 2,4 milioni, bonus compresi, come da bilancio 2012. In totale, nei suoi tre mandati Cattaneo ha guadagnato poco più di 11 milioni.



Dell'Utri in Libano, Berlusconi: "L'ho mandato io a Beirut su richiesta di Putin"
"Marcello era partito perché il presidente russo mi ha chiesto di sostenere la campagna elettorale di Gemayel". La rivelazione dell'ex premier a un gruppo di forzisti.
Carmelo Lopapa e Emanuele Lauria su la Repubblica del 13 aprile


ROMA - "Marcello è in Libano e l'ho mandato io". Silvio Berlusconi lo confida ad Arcore a pochissimi forzisti della prima ora che lo vanno a trovare a metà settimana. Dell'ex senatore Dell'Utri si sono perse già le tracce ma non è stata ancora conclamata la latitanza, né è stato firmato l'ordine di cattura internazionale. Avverrà da lì a poche ore. Il leader non è al corrente, ma mostra di conoscere bene dove si trovi, e per quale motivo, il suo sodale di sempre. "L'ho spedito a Beirut qualche giorno fa perché Vladimir Putin mi ha chiesto di sostenere la campagna elettorale di Amin Gemayel". 

I dirigenti andati a Villa San Martino per discutere di candidature per le Europee strabuzzano gli occhi e ascoltano in silenzio. L'ex Cavaliere continua a spiegare di averlo inviato in missione per verificare la possibilità di un sostegno finanziario all'ex presidente della Repubblica libanese in procinto di ricandidarsi alle elezioni di novembre. Mission puramente politica, dunque. Berlusconi lascia intendere ai suoi interlocutori di avere avuto garanzie da "Marcello" di un suo rientro a breve in Italia, comunque "prima della sentenza" prevista per martedì 15 aprile. 

Ma quella conversazione tra le quattro mura di Arcore dimostra che il rapporto tra i due non si è certo deteriorato con la mancata candidatura di Dell'Utri alle politiche 2013. E lascia aperta una serie di interrogativi. L'ex senatore intanto, stando agli atti della magistratura, era a conoscenza già dai primi di marzo della richiesta di divieto di espatrio avanzata dalla Procura di Palermo (anche se poi rigettata). Era dunque consapevole del rischio di possibili misure restrittive che ne avrebbero impedito la circolazione. Ne avrà parlato con Berlusconi? Il leader di Forza Italia ne era al corrente? E quindi la versione che rimanda a Putin è reale o è stata da lui imbastita per convincere gli interlocutori del partito? 

Una cosa è certa. L'ex manager Publitalia è stato notato in business class sul volo Parigi-Beirut già il 24 marzo, anche se il suo cellulare lascerà traccia di una presenza in Libano (registrata dalla Dia) solo il 3 aprile. Tutto lascia intendere insomma che l'ex senatore si fosse stabilito lì con l'intenzione di restare a lungo, quanto meno fino alla sentenza. Gli stessi magistrati, nell'ordine di cattura internazionale, non hanno "dubbi sui propositi di Dell'Utri di fuggire in Libano". 

Giovanni Toti, consigliere politico di Berlusconi, interpellato sulla ricostruzione, nega qualsiasi coinvolgimento del leader: "Pura fantasia, non abbiamo i soldi per finanziare la campagna di Forza Italia, figuriamoci se il presidente si mette ad aiutare un partito libanese". 
 


  15 aprile 2014