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26 maggio 2014

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Europee, la stravittoria di Renzi e la debacle M5s
Peter Gomez su il Fatto Quotidiano | 26 maggio 2014

Il Pd di Matteo Renzi non vince. Stravince. Le elezioni europee rappresentano per il presidente del Consiglio un battesimo che cancella il suo peccato originale: l’accoltellamento (virtuale) di Enrico Letta con la conseguente conquista di palazzo Chigi senza passare per il voto. Il plebiscito per il premier non ha precedenti nella seconda repubblica. La sconfitta per il Movimento 5 stelle è bruciante.

Lo tsunami c’è stato, ma tutto in favore dell’ex sindaco di Firenze. Agli occhi di un grandissimo numero di elettori il giovane premier è riuscito davvero a incarnare la speranza. Con Grillo (doppiato) che ha invece finito per trasmettere troppo pessimismo e molta paura.

Le urne, nonostante la percentuale di astensione (alta per l’Italia, ma non rispetto alla maggior parte di Europa), ci restituiscono così l’immagine di un pezzo importante di Paese che alle possibilità di rigenerare il sistema vuole crederci ancora. Nessuno, è vero, può sapere per quanto durerà questo sentimento.

È possibile che le cose cambieranno il prossimo novembre, quando il governo dovrà mettere mano a una legge finanziaria che chi sa guardare ai numeri prevede lacrime e sangue. O quando, e se, si avvereranno le fosche previsioni di tutti quei molti organismi internazionali che vaticinano per i prossimi mesi un ulteriore aumento della disoccupazione.

Per ora però Renzi ha solo legittimamente da festeggiare. Il risultato incassato è tale da mettere per molto tempo in riga i suoi perdenti alleati di governo. Se domani gli alfaniani e gli ex montiani non lo seguiranno lui potrà davvero andare a elezioni politiche anticipate. E in ogni caso sarà ben difficile dire di no a un premier che quasi da solo ha raccolto oltre il 41 per cento dei consensi.

Pure per questo appare particolarmente duro il futuro immediato del Movimento 5 stelle. L’analisi dei flussi di voto ci darà cosa è accaduto. Per ora è immaginabile che parte del suo elettorato sia tornato al Pd e che un’altra si sia rifugiata nel non voto.

Del resto hanno certamente indignato molti cittadini le modalità sbrigative e tutt’altro che democratiche con cui sono stati espulsi i cosiddetti dissidenti. È stato poi un grave errore il rifiuto di andare a vedere il gioco di Renzi quando l’ex sindaco si era detto disposto a rinunciare al finanziamento pubblico se il M5s avesse discusso con lui le riforme. Ed è infine stato sbagliato continuare a alzare i toni, quando era possibile rappresentare un’opposizione intransigente senza per forza ricorrere al dileggio o all’insulto dell’avversario. Apparire autorevoli e seri in una nazione popolata da una classe dirigente improbabile è un valore al quale non è più il caso di rinunciare.

Detto questo i cinque stelle, pur nella debacle, continuano a rappresentare il 20 per cento e passa di chi va alle urne. Non è poco, specie in un Paese in cui l’elettorato è ormai diventato liquido. Anche in Italia infatti, lo dimostrano i risultati, chi vota può passare da uno schieramento all’altro, da un partito al non voto e viceversa.

Renzi dovrà tenerne conto. Oggi i numeri dicono che è lui quel leader cercato dal centrosinistra da molti anni. Ma se nei prossimi mesi non dimostrerà pure di essere quello Statista di cui l’Italia ha bisogno, i cittadini gli volteranno le spalle. Per vincere ha fatto molte, forse troppe, promesse. Meglio per lui, e in fondo per tutti, che sappia rispettarle.


 
Matteo Renzi, campione d’Europa
Philipe Ridet su Internazionale | 26 maggio 2014

Cominciamo con un mea culpa. Come la maggior parte degli osservatori non avevo pronosticato per le elezioni europee un tale trionfo per il Partito democratico e per Matteo Renzi. A dire il vero temevo addirittura una brutta sorpresa dopo aver assistito il 22 maggio al comizio del capo del governo in una piazza del Popolo a Roma mezza vuota e a quello, il giorno dopo, di Beppe Grillo in una piazza san Giovanni decisamente più piena. “Piazze piene, urne vuote”, aveva ironizzato Renzi. Ma con il 40,8 per cento dei voti ottenuti (in un contesto di partecipazione limitata ma invidiabile: il 58,6 per cento), il Partito democratico lascia l’ex comico genovese e il Movimento 5 stelle molto indietro al 21,2 per cento.

Questo successo è tutto merito di Renzi, anche se le tematiche europee sono state in gran parte assenti dalla campagna elettorale. Il capo del governo si è infatti guardato bene dal criticare Bruxelles e la Germania, proprio quando l’Italia assumerà il 1 luglio la guida della presidenza di turno dell’Europa. E gli elettori non sembrano serbargli rancore per aver riservato una delle sue prime visite ufficiali dopo la sua nomina a presidente del consiglio ad Angela Merkel, detestata invece da Beppe Grillo e Silvio Berlusconi.

Per gli italiani le sue promesse di riforma rappresentano ancora una novità. Anche se alcune di esse (legge elettorale, fine del bicameralismo) rimangono per ora bloccate in parlamento. I suoi connazionali hanno deciso di puntare su di lui, alcuni rassicurati da una riduzione delle tasse per i salari più bassi di dieci miliardi. Mentre gli altri invece hanno preferito dimenticare – almeno per un giorno – i dati non troppo buoni dell’economia italiana: disoccupazione in aumento (il 12,7 per cento) e un’ulteriore contrazione della crescita (- 0,1 per cento).

Legittimando attraverso il suffragio universale questo capo del governo non eletto, gli italiani gli hanno garantito la stabilità e gli danno una forza politica – sia all’interno sia all’esterno – all’altezza della seduzione che esercita su di loro. “L’Italia non è rassegnata e non ha paura delle minacce”, ha dichiarato lunedì in conferenza stampa. “Il paese è in grado di influire sulle scelte europee”. E Renzi non ha mancato di sottolineare che i parlamentari di sinistra italiani saranno i più numerosi (31) nel gruppo S&D a Bruxelles, più numerosi addirittura dei tedeschi.

Per Grillo invece è arrivato forse il momento di ripensare la strategia. “È una guerra, o noi o loro”, ha affermato durante i suoi comizi, lasciando intravedere un suo possibile ritiro dal Movimento in caso di sconfitta. È difficile però che Grillo abbandoni. In compenso il modo di gestione dell’M5s (“purghe” nei confronti dei parlamentari recalcitranti, ostruzionismo e ricorso sistematico a internet) ha probabilmente raggiunto i suoi limiti in un paese in cui gli abitanti sono spesso male equipaggiati da un punto di vista informatico, si informano soprattutto attraverso la televisione e diffidano della violenza politica, anche se solo verbale.

E visto che una buona notizia non arriva mai da sola, Renzi può guardare con soddisfazione i suoi alleati (il Nuovo centrodestra con il quale governa) e Forza Italia di Berlusconi (con il quale ha firmato un “patto” per le riforme istituzionali) uscire molto indeboliti dalle elezioni. Adesso se vorranno far cadere il governo, ci dovranno pensare due volte: con più del 40 per cento dei voti, il Partito democratico sembra per ora una fortezza inespugnabile.

(Traduzione di Andrea De Ritis)



Si scrive Pd, si legge Dc
Con Renzi, stravince un partito moderato e di governo. Tutt'altra cosa da quello di un anno fa Era questa la famosa vocazione maggioritaria?
Susanna Turco su l'Espresso | 26 maggio 2014

L'aveva detto subito, tra generali smorfie di disgusto, che sarebbe andato a cercare i voti anche a destra: e ci è riuscito. Così, come Star Trek, Matteo Renzi è arrivato dove nessun Pd era mai giunto prima. Sfondando non solo la soglia psicologica del 35 per cento – quella mancata da Walter Veltroni – ma addirittura superando quella immaginifica del 40 per cento. Oltre il record del Pc di Berlinguer. Oltre il miglior risultato storico raggiunto nelle Europee: quello del 36, 5 per cento della Democrazia Cristiana nel 1979.

Partito democratico, ultima frontiera: quella di una nuova Dc, appunto. Partito che governa, che bene o male prende la bandiera delle riforme, che dialoga, e dunque che attrae il voto moderato. Ancor prima che si possa fare l’analisi dei flussi, e capire esattamente quali voti hanno traslocato dove, è chiaro infatti che Renzi ha intercettato l’anima moderata dell’Italia: più attraente rispetto al centrismo in dissoluzione e al grillismo in esagerazione. Incarnando un’alternativa: una speranza che non fa paura. Insomma l’operazione che l’altra volta, le altre volte, non era riuscita: “Il Pd sta realizzando la sua vocazione maggioritaria”, dice infatti compunto Davide Faraone. Ma per farlo, con Renzi, il partito ha cambiato pelle. Lo dice anche Ivan Scalfarotto, nella notte: “Il Pd dell’anno scorso e quello di quest’anno sono due partiti diversi”.

Il Pd di Bersani, apoteosi dell’identitarismo post comunista dopo le declinazioni di Veltroni e Franceschini, solo un anno fa si era inchiodato al 25 per cento dicendo no a Berlusconi e “magari” ai Cinque Stelle. Il Pd di Renzi ha detto sì, fino in fondo, al Cavaliere e in fondo un deciso no a Grillo. E ha vinto trattando l’alleanza col centrodestra – anche quella di governo con l’Ncd – come una propria creatura, più che come il frutto controvoglia di larghe intese. Manovrando il compromesso, piuttosto che subirlo.

Ci voleva un capo svezzato coi diccì, per riuscirci? Può darsi. Ci voleva anche, però, un quarantenne cresciuto a pane e berlusconismo, con quel senso personalistico della leadership. Bastava guardare il tavolone della sede del Nazareno attorno a cui si sono riuniti i vincenti vertici democratici: ministri, capigruppo, renziani di punta. Tutti sorridenti e tutti in fondo intercambiabili: mancava giusto lui, il regista e prim’attore.

E dopo aver stravinto il referendum sulla propria legittimazione a governare – andando in questo oltre Massimo D’Alema, che nel 2000 fu azzoppato dalle regionali – Renzi adesso dovrà scegliere se continuare a governare col centrodestra in disarmo, o farsi prendere dalla voglia di incassare presto alle urne un raccolto così generoso. Il suo Pd, al momento, vale poco meno del doppio dei Cinque stelle, oppure di Fi, Ncd e Fratelli d’Italia messi insieme.

Il voto dunque è una tentazione: “Si potrebbe averla, ma abbiamo l’impegno delle riforme da approvare”, ha dichiarato nella notte Maria Elena Boschi. Già, le riforme. Se l’Italicum fosse legge, con questi risultati il Pd vincerebbe al primo turno.


 
Europa, fine dell'asse franco-tedesco
L'anti Merkel si chiama Marine Le Pen

Berlino conferma la fiducia alla Cancelliera. A Parigi trionfa il Front nationalista e xenofobo che vuole l'implosione delle istituzioni comunitarie. Grecia e Portogallo, i Paesi più colpiti dai sacrifici, virano a sinistra
Gigi Riva su l'Espresso | 26 maggio 2014

Almeno nelle intenzioni degli elettori oggi è finito l'asse franco-tedesco su cui si è retta la faticosissima costruzione dell'Europa. I due popoli, storici nemici poi affratellati dal sogno di un Continente unito da un'istituzione sovrannazionale, fanno una scelta opposta, dirompente e clamorosa. I tedeschi confermano la fiducia alla cancelliera Angela Merkel e premiano anche gli altri attori (i socialdemocratici) di una grande coalizione garanzia di stabilità interna e che comunque ha dimostrato di non volersi scostare molto da quella politica di rigore che la Germania ha imposto soprattutto ai Paesi del Sud Europa meno virtuosi in fatto di conti.

A Parigi trionfa, 25 per cento, persino oltre le già ottimistiche previsioni, quel Front National di Marine Le Pen, nazionalista e xenofobo, che ha nel suo programma esplicito l'implosione delle istituzioni comunitarie, sorpassa la destra tradizionale dell'Ump (il partito di Sarkozy) ed umilia i socialisti di François Hollande al risultato peggiore di sempre (14 per cento). Il presidente ha già convocato per la mattina di oggi una riunione d'emergenza all'Eliseo: ma nessun summit potrà mutare il corso di eventi che spostano Parigi verso una deriva che l'allontana da Berlino.

Berlino si ritrova peraltro da oggi un po' più isolata non solo da Parigi ma dal continente tutto perché, aldilà delle correzioni fisiologiche dei primi risultati, il messaggio degli elettori è chiaro: c'è una Germania florida e felice di se stessa che, grazie a un'economia in espansione, riconferma la fiducia nella normale dialettica elettorale tra le sue formazioni storiche; e dall'altra parte c'è il resto d'Europa che si lamenta di un'egemonia vissuta come un sopruso.

Vale per almeno due dei Paesi che compongono l'acronimo “Pigs”, Portogallo e Grecia, quelli che più duramente hanno scontato gli effetti della crisi economica, hanno subito la cura della Troika e hanno scelto di premiare la sinistra, coi socialisti nettamente in vantaggio a Lisbona e addirittura la sinistra radicale di Alexis Tsipras primo partito ad Atene con un risultato attorno al 30 per cento (la lista per Tsipras avrebbe compiuto l'impresa di superare il quorum anche in Italia, se saranno confermati gli exit poll).

E vale anche per altri Stati non così duramente piegati dalle privazioni post tempesta finanziaria. In Austria aumenta di 6 punti al 19 per cento la destra nazionalista. Il fronte euroscettico dilaga anche in Danimarca, conosce un ottimo risultato in Gran Bretagna con l'Ukip di Nigel Farage che prende voti sia ai laburisti sia ai conservatori. Discorso a parte merita la preoccupante Ungheria dove il premier anti-Bruxelles Viktor Orban tocca la maggioranza assoluta e dove balzano al secondo posto gli estremisti antisemiti di Jobbik.

Nonostante il caso eclatante della Slovenia dove ha votato solo il 17 per cento degli aventi diritto, non trova riscontro la preoccupazione di una massiccia diserzione delle urne: ha votato il 43,11 per cento, contro il 43 netto del 2009. A conferma di quanto si sia avvertita la percezione di consultazioni che potevano segnare una svolta.

Complessivamente i popolari sarebbero la prima formazione nel nuovo Parlamento europeo e il loro candidato, il lussemburghese Jean-Claude Junker già reclama la presidenza della Commissione. Sarà obbligato a una “grande coalizione” di stampo italiano (o tedesco) coi socialisti e democratici di Martin Schultz perché incalzati dalle formazioni euroscettiche che si espandono fino a 130 seggi circa: moltissimi, meno però della valanga che li voleva oltre i 200, ma pur sempre in grado di paralizzare, nel caso di una coesione che però sarà tutta da dimostrare, le istituzioni comuni.

È un'Europa da ripensare quella che esce dal voto di questo maggio. È come se le ragioni di una geopolitica antica si stessero prendendo la rivincita sul sogno più recente di un Continente coeso e dalla pace perpetua. Riprende forza il mai sopito isolazionismo inglese, si riallargano le sponde del Reno, il fiume che per larghi tratti segna il confine tra Francia e Germania, tornano all'interesse nazionale Stati che hanno visto troppo sciolta in un'istituzione esterna la propria identità. E si affermano forze indipendentiste che reclamano una loro capitale contro lo Stato centrale (i catalani con Barcellona, ad esempio).

Tendenze che meritano una risposta. Da un'Europa che voglia continuare il suo cammino. Ma procedendo con una marcia diversa.

  26 maggio 2014