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9 giugno 2014

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Prostitute, proteste e prezzi alle stelle
Così Rio si prepara ai Mondiali

Mancano pochi giorni all'inizio della Coppa del mondo in Brasile. E nonostante il battage pubblicitario si teme un flop. Ma gli organizzatori ostentano tranquillità e dicono: 'Sarà un grande evento'
Gianni Perrelli su l'Espresso | 6 giugno 2014

Un migliaio di giovani dall’aspetto pacioso celebrano la movida del sabato sera in piazza Sao Salvador, nella Rio dei creativi poco battuta dai turisti. Lattine di birra, degustazioni di cibo da strada, chiacchiere animate sull’essere e sul divenire del Brasile. Non è un raduno di sovversivi. È un normale happy hour. Ma la piazza, come nelle stesse ore Benedicto Calixto a San Paolo e i centri di aggregazione delle altre metropoli, è ugualmente monitorata dalla polizia. Che infiltra i suoi agenti senza divisa per registrare gli umori. Bastano considerazioni banali, tipo «vale più un professore di Neymar», per far attizzare le orecchie. L’anno scorso fu sufficiente un aumento del biglietto dell’autobus (20 centesimi) per far scendere un milione di persone nelle piazze di 75 città e rovinare il clima della Confederation’s Cup, la prova generale del Mondiale di calcio brasiliano (12 giugno-13 luglio). A distanza di undici mesi circa il 50 per cento dei brasiliani (cinque anni fa erano il 25) dichiarano ostilità all’evento planetario su cui il governo di Dilma Rousseff ha investito oltre trenta miliardi di euro. Una montagna di soldi, è l’opinione dei movimenti di protesta, che sarebbe stato più utile riversare sui trasporti, sulla scuola, sulla sanità.

 
CACCIA AL TURISTA
Ma per i brasiliani il mese del Mondiale è anche una gigantesca torta che ha scatenato gli appetiti di tutte le categorie commerciali, in previsione dell’arrivo di circa 600 mila turisti (in prevalenza da Stati Uniti, Argentina e Germania). Gli spostamenti interni (si calcola che oltre tre milioni di brasiliani si muoveranno fra le dodici città che ospitano la manifestazione) intaseranno città e aeroporti, le località turistiche fra una partita e l’altra saranno prese d’assalto, gli appuntamenti mondani e le nottate bollenti di night e discoteche riprodurranno un clima da Carnevale permanente, i prezzi si impenneranno.

Gli aumenti più clamorosi riguardano gli affitti delle abitazioni. All’inizio dell’anno venivano richiesti fino 15-20 mila euro mensili per appartamenti di quattro stanze nelle zone più pregiate di Rio e San Paolo. E anche negli alberghi era difficile trovare qualcosa di decente sotto i 500 euro al giorno. A quelle tariffe la domanda non ha però seguito l’offerta. Oltre il 50 per cento delle case e delle camere sono ancora sfitte. E anche se poco più della meta dei biglietti sono stati venduti all’estero fioccano le disdette per la difficoltà di seguire dal vivo le partite in posti tanto distanti fra loro. Il Mondiale insomma rischia un flop. E i prezzi nelle ultime settimane sono già scesi di un buon 30 per cento.

 
ESERCITO DI PROSTITUTE
Il settore più aggressivo è quello della prostituzione che Jean Wyllys, deputato di un partitino di sinistra, sta cercando di regolamentare. Un esercito di lucciole, anche di altri Paesi, si accinge a trasformare intere aree delle metropoli in roccaforti a luci rosse. I giornali si sintonizzano sull’espansione del fenomeno raccogliendo morbosamente le confidenze di Patricia Alves che racconta le sue acrobazie erotiche con circa un migliaio di poliziotti adibiti al controllo delle favelas. Il nome d’arte era Maria Upp (sigla dell’Union Policia Pacificadora). La tendenza inquieta il governo brasiliano ma anche i vertici della Fifa che hanno designato Kaka e Juninho come testimonial contro il coinvolgimento di minorenni. Si calcola che circa mezzo milione di adolescenti di ambo i sessi, molti dei quali tossicodipendenti, si vendano sui marciapiedi dei grandi centri. Soprattutto nel Nord Est, dove i costumi sono più permissivi e sulla scia di “Dona Flor e i suoi due mariti”, il famoso romanzo di Jorge Amado, dilaga il fenomeno del poliamore (la possibilità, riconosciuta da qualche giudice, di sposarsi fra più persone di diverso o dello stesso sesso).

Lungo le località balneari del Pernambuco, dove si concentrerà nel girone eliminatorio la maggioranza dei turisti italiani (gli azzurri giocheranno a Manaus, Recife e Natal), le ronde contro la prostituzione infantile hanno censito migliaia di ragazze fra i 12 e i 17 anni che offrivano prestazioni erotiche per cifre oscillanti fra i tre e i sei euro. Sempre a Recife negli aeroporti e nelle stazioni dei pullman vengono distribuiti volantini che invitano i viaggiatori a denunciare alla polizia tutti i contatti ritenuti sospetti.

A Belo Horizonte l’associazione di prostitute del Minas Gerais organizza corsi di inglese basico per le iscritte (hanno aderito 300 su 4 mila). E una banca, la Caixa Economica Federal, ha stretto un accordo con le lucciole per la riscossione dei compensi attraverso le carte di credito. A Rio le garotas de programa (si chiamano così in Brasile le prostitute) che ruotavano attorno all’Help (storica discoteca dell’Avenida Atlantica abbattuta per far posto a un museo) si radunano oggi davanti ai baretti prospicienti l’Oceano. E sia a Rio che a San Paolo le case di appuntamento più eleganti (chiamate terme per la disponibilità di Jacuzzi, con tariffe orarie fra i 100 e i 200 euro) hanno investito in infrastrutture e nella selezione di ragazze poliglotte (oltre al portoghese sono richiesti inglese e spagnolo).


CORRUZIONE DILAGANTE
In tutto questo fervore di attività collaterali, il Brasile giunge però sfibrato all’appuntamento del suo Mondiale. Doveva essere la consacrazione internazionale di un gigante in crescita. La marcia di avvicinamento si è trasformata in una via crucis scandita da corruzione (in testa lo scandalo Petrobras), ruberie, ritardi nella realizzazione di stadi e infrastrutture, deportazione di intere comunità dalle aree povere contigue agli stadi, inflazione (6 per cento, percepita come se fosse al 12), disagio sociale, militarizzazione dei quartieri dominati dal narcotraffico. Gli atavici malesseri del colosso sudamericano (oltre 200 milioni di abitanti) sono riesplosi tutti insieme mettendo a repentaglio la ricorrenza più solenne del calcio proprio nel Paese che lo venera come un oggetto di culto.

Il Brasile fino all’inizio del nuovo secolo era simbolo di enormi squilibri. Ma Lula fra il 2003 e il2010, con la spinta alle esportazioni di materie prime e coi programmi sociali che incentivavano i consumi, ha portato circa 40 milioni di individui fuori dalla povertà e altri 40 nella classe media. Ora il traguardo di un minimo di agiatezza non basta più.

Sono cresciuti i salari, ma sono rimasti da terzo mondo i servizi. I pendolari impiegano tempi infiniti per raggiungere i posti di lavoro, gli ospedali sono insufficienti, le scuole pubbliche fatiscenti. Nelle metropoli l’aria è avvelenata dall’aumento esponenziale della motorizzazione. Un fenomeno favorito dai mutui facili offerti per l’acquisto di auto dalle banche che assecondavano la filosofia di Lula secondo cui alle classi meno agiate non si doveva negare nulla. Una formula che ha funzionato fino a quando il tasso di crescita del Pil superava i sette punti ma che si è arenata durante il quadriennio della Rousseff (che pure ha saputo creare quattro milioni di posti di lavoro) appena la crisi mondiale colpendo le esportazioni lo ha ridotto a poco più del due.

Così, nel vortice del malessere generale, anche il pallone rischia di rotolare giù dall’altare. Paulo Coelho, il più celebre scrittore brasiliano, dal suo esilio a Ginevra fa sapere che non ci pensa proprio, «con tutto il marcio che c’è intorno», a tornare in patria per il mondiale. E perfino un ex campione del mondo (Usa ’94) come Romario, oggi deputato di un partito di sinistra, prende le distanze: «Fuori dal campo questa Coppa del mondo è diventata una vergogna, per colpa dei politici ladri che si stanno arricchendo con i nostri soldi». «Ma attenzione», mette in guardia il politologo Carlos Pereira, docente alla Fondazione Getulio Vargas (il più prestigioso istituto di pubblica amministrazione), «questo è un Paese umorale e fortemente nazionalista. È vero che il governo ha commesso molti errori e che la qualità della vita è nettamente inferiore alla sua crescita economica. Ma è altrettanto vero che ci vogliono molti anni per raggiungere gli standard del primo mondo. Se il Brasile dovesse vincere il Mondiale il malcontento per qualche tempo sarebbe spazzato via dall’euforia».

 
GALASSIA DEL NO
Non c’è un calendario delle proteste. Il risentimento anti-mondiale si consolida un po’ confusamente nel labirinto della rete. Il brodo di coltura è il pulviscolo di sigle che già occupò la scena nel giugno 2013 e che sta affilando gli strumenti per spiazzare le autorità con manifestazioni a sorpresa. Sono organizzazioni orizzontali a cui aderiscono milioni di brasiliani. Che hanno come unica strategia lo spontaneismo e quasi mai un leader.

Sono tre i gruppi con maggior capacità di mobilitazione. Il Movimento Passe Livre, nato a San Paolo, che si batte per il miglioramento del trasporto pubblico e per la riduzione delle tariffe e che l’anno scorso diede vita alla “rivolta dei bus”. Ha moltiplicato le cellule in tutto il Brasile e calamitato l’adesione di molte organizzazioni universitarie. Catraca Livre, molto attivo a San Paolo e Rio, analogamente concentrato sui problemi della viabilità urbana. E Ninja Media, un polo di citizen journalism che cura la trasmissione televisiva in diretta streaming di tutte le manifestazioni.

A Rio il mondo accademico si è aggregato con l’assemblea del Largo San Francisco, dove soprattutto i docenti delle facoltà di scienze sociali hanno dato sfogo alla nausea per le inadempienze della classe politica. La protesta si è poi allargata a Porto Alegre. A Belo Horizonte, un movimento di strada autoproclamatosi Assemblea popolare si è spinto fino a occupare la prefettura. E un gruppo di medici e di avvocati si sono consorziati per aiutare con l’assistenza legale e sanitaria gli studenti in rivolta contro la polizia federale nascosta in uno stabile attiguo al campus universitario.

Da Cuiaba, la capitale del Mato Grosso, proviene il gruppo Fora do Eixo (Fuori asse). È un’organizzazione culturale con due leader (Pablo Capilè e Felipe Altenfelder) che dopo i primi moti di protesta ha aperto un dialogo con il governo.
C’è poi la galassia degli anarchici, che scendono in piazza con la maschera di Anonymous, dei comitati contro la Coppa (attivi soprattutto a San Paolo, dove non c’è giorno che non venga bloccata l’Avenida Paulista), dei black bloc che insegnano ai manifestanti a difendersi con l’aceto dal lancio dei lacrimogeni, di quasi tutte le organizzazioni professionali che saldano le rivendicazioni salariali con l’avversione al Mondiale. Le riflessioni critiche su Internet coinvolgono infine ambienti culturali un po’ eccentrici come l’Università Nomade o gli Adepti di Toni Negri.
«Il risultato», commenta la sociologa Livia De Tommasi, docente all’Università Federale di Niteroi, «è che dilaga l’antipolitica. Un tempo la gente credeva ai partiti. Ora trionfa la disaffezione. Il trenta per cento della popolazione non va ai seggi anche se il voto qui è obbligatorio».

 
NARCOS IN AGGUATO
Ma per il governo il pericolo maggiore deriva dal rischio che la protesta venga cavalcata dalle potenti organizzazioni dei narcotrafficanti. A San Paolo, dove il Primero Comando da Capital domina socialmente le favelas e le periferie, ci sono già segnali di infiltrazioni nei movimenti. Dal carcere di sicurezza in cui è confinato Marcola, il capo supremo dell’organizzazione criminale, ha impartito l’ordine di approfittare del caos. La Cia ha già inviato i suoi specialisti per prevenire sequestri di cittadini americani.

A Rio il mercato della droga è conteso dal Comando Vermelho, insediato nelle favelas più popolose (come il Complexo de Alemao), e Amigos dos Amigos (che ha il controllo della celeberrima Rocinha). Il governatore dello Stato di Rio, Sergio Cabral, prima di dimettersi per candidarsi al Senato aveva creato l’UPP (Union Policia Pacificadora) con il compito di bonificare in vista del Mondiale e delle Olimpiadi (2016) le oltre mille favelas della “cidade maravilhosa”. L’ultima roccaforte a cadere è stata la Marè, un quartiere ribollente insediato al fianco dell’autostrada dell’aeroporto. Mentre in altre aree calde era stata sufficiente una trattativa coi capi dello spaccio, per piegare le resistenze dei narcos della Marè si è dovuto ricorrere ai blindati e agli elicotteri dell’esercito. Oggi in periferia Rio è completamente presidiata dalle forze dell’ordine o in mano ai paramilitari di destra che con la scusa di garantire protezione esercitano i loro traffici in combutta con le autorità politiche più compromesse. E rischia di rimanerlo fino alle Olimpiadi la cui organizzazione a sua volta sta incontrando enormi problemi. Ma anche al centro la tensione è palpabile. Nei giorni dopo Pasqua la repressione della polizia, che ha ucciso un ballerino scambiato per uno spacciatore, ha innescato la guerriglia urbana nelle strade di Copacabana e Ipanema. «I giovani delle favelas che oggi hanno la possibilità di studiare», dice lo psicologo José Mario Nunes, si sono affrancati dalla tirannia del lavoro sottopagato ma stanno contribuendo ad alimentare l’esplosione sociale».

 
ELEZIONI ALL'ORIZZONTE
Politicamente il consenso della Rousseff diminuisce ma regge. Nell’ultimo sondaggio il presidente ha perso sei punti in due mesi: dal 44 al 38 per cento. Però Aecio Neves, il candidato dei conservatori (Psdb) è fermo al 16. E Eduardo Campos, ex governatore di successo del Pernambuco, che ha fatto un ticket di sinistra con Marina Silva (avversaria della Rousseff nelle ultime elezioni), non supera il 10 per cento. La Rousseff, se il Mondiale non sconvolgerà i piani, in ottobre dovrebbe ottenere la conferma per mancanza di alternative. Magari concedendo più ministeri al Pmdb, i moderati partner nella coalizione di governo che vedendola in difficoltà stanno già alzando la posta.

Smaltita la sbornia della Coppa, dovrà poi sistemare i conti. Cercando di frenare l’inflazione magari con una svalutazione del real che finora è stata evitata per difendere i posti di lavoro (il tasso di disoccupazione è di appena il 4 per cento, il più basso in 100 anni).

Assorbita dai problemi quotidiani l’opinione pubblica non riesce ancora a eccitarsi per la grande festa. Una serie di misure di ordine pubblico (la lei seca contro l’abuso di alcol, il pugno duro anche contro l’uso di droghe leggere, i divieti in certe ore per gli sport da spiaggia a Copacabana e Ipanema) sta soffocando la naturale predisposizione all’allegria. A Rio il sindaco Eduardo Paes ha aperto una valvola di sfogo concedendo il lunedì sera ai giovani una zona franca dove la polizia non mette piede. Poco prima di mezzanotte alla Pedra do Sal, una montagnola rocciosa incastrata fra i vicoli del Morro da Conceição (vicino al porto), convergono i ragazzi di tutta la città per un  minicarnevale. Samba, cachaca e spinelli lungo tutta la notte. Si canta, si balla, si beve, si inseguono paradisi artificiali, si amoreggia. Non c’è né tempo né voglia di parlare del Mondiale in dirittura d’arrivo. Ma, se proprio si insiste, rispunta un po’ di orgoglio nazionalista. «Se andiamo in finale con l’Argentina e perdiamo», risponde uno studente, «un mucchio di gente si suiciderà come quando nel ’50 fummo battuti dall’Uruguay. Stavolta sarebbe ancor più insopportabile. Loro hanno già il Papa».

 

Ha collaborato Giuseppe Bizzarri

  9 giugno 2014