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16 giugno 2014

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Olimpiadi e Mondiali: da Atene al Qatar gli scandali corruzione sui giochi
Gas ai Paesi asiatici, tradizionali mazzette a tutti gli altri. Le manifestazioni sportive e le esposizioni spesso sono una rimessa per i Paesi che le ospitano
Alessio Schiesari su il Fatto Quotidiano | 16 giugno 2014

Gas ai Paesi asiatici, tradizionali mazzette a tutti gli altri. Così il Qatar avrebbe comprato i mondiali di calcio del 2022. Da quando, il 2 dicembre 2010, il comitato esecutivo della Fifa ha scelto il Paese mediorientale, si sono rincorse voci su tangenti e corruzione. Un mese prima del voto di Zurigo due delegati Fifa erano stati sospesi perché filmati mentre offrivano il proprio voto in cambio di soldi.

Sei mesi dopo il presidente della Confederazione calcio asiatica, il qatariota Mohammed bin Hammam, è stato squalificato a vita per avere tentato di corrompere dei delegati caraibici. Nel febbraio 2013 Karl-Heinz Rummenigge è stato fermato mentre tornava da Doha con in tasca due Rolex d’oro del valore di 250 mila euro che si era dimenticato di dichiarare in dogana. Tanti indizi senza però la pistola fumante, una sorta di “so i nomi ma non ho le prove” pasoliniano. Fino a un paio di settimane fa, quando il Sunday Times, probabilmente grazie all’aiuto dell’Fbi che sta indagando sulla vicenda, è entrato in possesso di centinaia di migliaia di documenti ed email. E i nomi li ha tirati fuori tutti. Mentre la Fifa ha già annunciato che se saranno provate le responsabilità si procederà ad una nuova votazione, lo scandalo Qatar è entrato a gamba tesa nella campagna elettorale per la presidenza dell’organismo mondiale del calcio che, nel giugno prossimo, vedrà sfidarsi Michel Platini e Sepp Blatter. I due già si stanno rimpallando la responsabilità, con il francese che rinfaccia a Blatter la vicinanza a bin Hammam e lo svizzero che denuncia le pressioni del governo francese per assegnare all’emirato il mondiale.

Visibilità, appalti, potere e soldi. Tanti, tantissimi soldi. I grandi eventi – Mondiali di calcio, Olimpiadi ed Esposizioni universali – sono spesso un’idrovora macina denaro. Per questo fanno gola e c’è chi, come nel caso delle accuse al Qatar, sarebbe disposto a disposto a distribuire mazzette pur di accapparrarseli. Non è la prima volta che succede. Certamente non sarà l’ultima. Spesso però l’organizzazione si trasforma in un boomerang che espone il Paese ospitante a una figuraccia internazionale e lo lascia con le casse esangui. Gli unici a uscirne bene sono palazzinari, politici e tutto quel sottobosco che sullo spirito olimpico, il gioco più bello del mondo e l’idea di progresso, fanno affari. Confermando la logica del capitalismo di rapina: profitti privati e debiti pubblici.

L’Olimpiade è a casa: la Grecia in default
Quando, il 5 settembre 1997, Atene sconfigge Roma nella corsa all’organizzazione dei giochi del 2004, le strade della capitale ellenica si riempiono. Nessuno immaginava che le olimpiadi di Atene 2004 avrebbero spianato la strada al default. Con un budget di oltre 10 miliardi di euro, le olimpiadi elleniche sono, per l’epoca, le più costose di sempre. Se a questo si somma il fatto che mai, negli ultimi trent’anni, un evento di questa portata era stato organizzato da un’economia così debole, si capisce quello che accadrà dopo. I lavori vengono ultimati col fiatone e, al termine dei giochi, il debito pubblico cresce del 6,4 per cento l’anno. “Con il boom turistico dei prossimi anni ci rifaremo”, è il mantra dei politici.

Accade l’esatto contrario: il costo degli alloggi esplode, i turisti vanno altrove. L’anno successivo la Grecia viene messa sotto osservazione dalla Commissione europea. L’immagine simbolo dell’eredità di quei giochi è quello della Grande passeggiata olimpica. A causa dei tagli al bilancio cittadino, negli anni successivi si ricopre di rifuti, diventando il simbolo del degrado del Paese. Diverso, ma altrettanto negativo, il caso di Atlanta ’96, l’unica olimpiade della storia a non essere definita la migliore dal presidente del Cio durante la cerimonia di chiusura. Qui i costi (1,4 miliardi di euro) sono stati coperti quasi interamente dagli sponsor, ma il boom dei mutui di quegli anni ha portato al fallimento varie banche locali e ha fatto crollare il valore degli immobili.

Sochi 2014 è un evento troppo recente per sapere se in futuro sarà bollato come un disastro. I 45 miliardi di euro investiti sembrano però un’enormità per un’olimpiade invernale. Quattro anni prima, Vancouver 2010 era costata nove miliardi, quanto la strada costruita per unire la stazione sciistica di Krasnaya Polyana alla città sul Caucaso.

Il conto infinito delle Notti magiche
Se la passeggiata olimpica è il simbolo del fallimento di Atene, le immagine delle ruspe che demoliscono lo stadio Delle Alpi di Torino sono l’eredità più brutta dei mondiali di Italia ’90. Dalla stazione Farneto a Roma – chiusa quattro mesi dopo la fine del mondiale –, ai parcheggi mai completati in tempo a Napoli e Palermo, la lista di opere inutili del mondiale italiano è sconfinata. Il costo totale, al cambio attuale, supera i 7 miliardi di euro, il doppio del mondiale tedesco di otto anni fa e tre volte quanto è costato il mondiale sudafricano. Perché così tanto? L’86 per cento dei lavori venne assegnato con procedura straordinaria, al di fuori di ogni controllo. Per questo la spesa finale fu del doppio rispetto a quella preventivata. Quel mondiale, che per gli azzurri in campo si concluse nelle mani del portiere parato da Sergio Goycochea, gli italiani lo stanno ancora pagando. E oggi, ventiquattro anni dopo, nel bilancio dello Stato ci sono ancora 61 milioni di euro da pagare per i mutui contratti allora.

Expo di Saragozza: la fine di un’epoca
Dalle olimpiadi di Barcellona all’Expo di Siviglia, negli anni 90 la Spagna si era convinta di essere diventata una fabbrica specializzata in grandi eventi. Il ritorno sulla terra, con atterraggio brusco, arriva nel 2008 con Expo Zaragoza. Per capire quel fallimento basta contare i visitatori: appena cinque milioni. Tre anni prima ad Aichi erano stati 22 milioni, due anni dopo a Shangai addirittura 78. Il bilancio di quell’edizione sfiora un passivo di mezzo miliardo di euro, ma i costisi moltiplicano negli anni successivi. Nel 2011 la regione di Aragon accetta che il governo centrale paghi i debiti pregressi consegnandogli proprietà e chiavi di alcuni edifici costruiti per l’esposizione universale. Nemmeno questo si rivelerà un buon affare. Un esempio è il padiglione centrale che, a causa della mancanza di compratori privati, sarà convertito a Città della giustizia. Dopo quel fallimento, nessuno Paese occidentale si impegnerà più per conquistare un’Expo. L’unica eccezione è Milano 2015. E tutti sanno come sta andando.



Mondiale 2014: un’opportunità già sprecata?
Moris Gasparri su www.ispionline.it | 12 giugno 2014

Premessa storico-culturale essenziale. Quando parliamo del rapporto tra Brasile e calcio parliamo di qualcosa di molto diverso dal nostro intendimento europeo. Non parliamo solo di uno svago collettivo, un divertimento nazional-popolare, una passione della gente. Parliamo di una vera e propria espressione culturale e politica, di un elemento storicamente accertato di “nation building”. Mai dimenticarsi che il Brasile è stato molto prima potenza sportiva, e solo dopo potenza economica.

Il tema da cui partire è proprio questo. La storica assegnazione nel 2007 dei Mondiali di calcio e nel 2009 delle Olimpiadi è stata il modo scelto dalle classi dirigenti brasiliane per legittimare nel modo più forte possibile, sul piano simbolico e della comunicazione, la scalata del Brasile nel “ranking” delle economie mondiali. Un destino di potenza raggiunto dopo decenni di stagnazione, una promessa di prosperità futura fatta al proprio popolo. Ora la promessa è rovesciata, e la visibilità globale che questi due eventi portano con sé sta producendo effetti indesiderati. La gestione organizzativa dei Mondiali e delle Olimpiadi ci sta infatti facendo scoprire un paese molto diverso da quello reclamizzato dalle cronache globali in anni recenti.

Non è un problema di costi in sé, come tenderebbero a far credere molti commenti giornalistici. Il Pil brasiliano è stato nel 2013 di 2.435 miliardi di dollari, i costi organizzativi dei Mondiali invece ammontano a 14 miliardi di dollari, spalmati su più anni. Non si fallisce economicamente per aver ospitato un grande evento sportivo. Si rischia invece su un altro piano, quello della fiducia collettiva, del rapporto tra classi dirigenti e amministrazioni pubbliche e i cittadini. Potremmo definirla la “trappola” dei grandi eventi sportivi. Più una nazione ha problemi pre-esistenti di corruzione, basso livello di efficienza amministrativa, ritardi infrastrutturali, problemi di criminalità, povertà diffusa, più l’organizzazione di un grande evento sportivo e la “pioggia” di risorse pubbliche collegata rischia di aggravare questi meccanismi, incentivando proteste e sfiducia collettiva, invece di portare delle eredità positive. Il Brasile aveva già dato un esempio di questa tendenza negativa con i Giochi Panamericani del 2007. Un altro esempio simile è stato quello dell’India con i Giochi del Commonwealth del 2010. Casi poco mediatizzati per suonare da campanello d’allarme.

L’unica eredità tangibile e positiva, se non altro per la felicità che regalerebbe a milioni di persone, sarebbe quella della vittoria del sesto titolo da parte della nazionale brasiliana. Per il resto possiamo a giusto titolo parlare di fallimento. Stiamo per vivere i Mondiali più costosi di sempre. I costi finali sono triplicati rispetto a quelli di previsione, grazie anche al potere di corruzione all’opera su ampia scala. Solo per dare un esempio, è stato calcolato che il costo medio per spettatore dei nuovi stadi sia stato di circa 6.000 dollari, quasi il 50% in più rispetto ai dati dei mondiali tedeschi del 2006.

Lo scollegamento tra la realtà simboleggiata dai nuovi stadi e quello che c’è intorno è davvero molto forte. La serie A brasiliana ha da anni uno dei dati più bassi al mondo per le presenze degli spettatori negli stadi. Questo è dovuto al costo troppo alto dei biglietti, e soprattutto al problema di come raggiungere lo stadio, stante la situazione deficitaria dei trasporti urbani. Questo è il vero punto dolente. Molti dei progetti infrastrutturali previsti nei progetti di candidatura dei Mondiali sono stati accantonati, solo sul versante degli aeroporti si è fatto qualcosa, niente invece su autostrade, metropolitane, ferrovie inter-urbane. Sfruttare le opportunità di ricavi aggiuntivi dei nuovi stadi richiede poi delle competenze manageriali che le società calcistiche brasiliane al momento non hanno. Alcuni di essi rimarranno dopo i Mondiali delle cattedrali nel deserto, seguendo il destino di tanta impiantistica da grandi eventi. Infine merita un accenno anche la progettazione urbana delle Olimpiadi di Rio 2016. Mentre Barcellona 1992 e Londra 2012 sono stati dei casi di successo anche e soprattutto per aver operato delle radicali trasformazioni urbane in zone economicamente e socialmente depresse. A Rio la sede di tutti gli eventi sarà Barra de Tijuca, l’enclave ricca in una metropoli. Quindi nessuna legacy tangibile. Senza contare i ritardi nei lavori, definiti dai commissari del CIO molto peggiori di quelli già record di Atene 2004.

Il welfare incompiuto, la situazione carente di sanità, istruzione e trasporti pubblici, che è stata sollevata dalle proteste popolari, sono tutte questioni che testimoniano l’esistenza di un Brasile che deve ancora capitalizzare le sue potenzialità in termini economici. I Mondiali di calcio, da soli, non potranno risolvere i problemi e le contraddizioni di un Paese che ambisce ad entrare nel novero delle grandi potenze internazionali, ma i cui standard di sviluppo e benessere sono ancora lontani da quelli dei Paesi Ocse.



Grillo sceglie Farage e svolta a destra
Michael Braun su Internazionale | 13 giugno 2014

Ricordate le “Quirinarie”, il voto online con cui i grillini scelsero il loro candidato alla presidenza della repubblica? I dieci papabili avevano una cosa in comune: erano tutti icone della sinistra, da Gino Strada a Milena Gabanelli, da Stefano Rodotà a Gustavo Zagrebelsky e Dario Fo. Alla faccia del “non siamo né di destra né di sinistra”: i più a destra tra i candidati erano Emma Bonino e Romano Prodi.

Era il febbraio 2013, ma sembra un secolo fa. Oggi i membri del Movimento 5 stelle sono stati chiamati a decidere sulla posizione che i propri deputati occuperanno nel parlamento europeo. E si sono trovati di fronte un’alternativa curiosa: o la destra moderata dei conservatori inglesi di David Cameron, o la destra vera e propria dell’Ukip di Nigel Farage.

Fa una certa tenerezza leggere sul sito di Beppe Grillo la presentazione dei due potenziali partner. Dei Tory veniamo a sapere che si battono per un “euro-realismo che rispetti la sovranità degli stati membri”. Di più: gli eredi della Thatcher credono “nella libera impresa, nel commercio”.

Meglio ancora l’Ukip: “È contro l’euro che ha generato povertà e disoccupazione.” Qui Grillo si è permesso una piccola inesattezza. Il partito di Farage non è soltanto contro l’euro, ma contro l’Unione europea in generale. Non vuole un’altra Europa, ma nessuna Europa. Fa niente: i populisti inglesi sembrano quasi, se si crede a Grillo, il partito gemello dell’M5s: “L’Ukip crede nella democrazia diretta ed è un partito contrario a ogni forma di discriminazione, accogliendo al suo interno membri di diverse etnie e genere che si sono uniti nella difesa della libertà e della democrazia.”

Sarà per questo che Farage in questi giorni sta ingaggiando, contro i Tories da un lato e il Front national di Marine Le Pen dall’altro, un’accesa battaglia per accaparrarsi i partiti populisti di destra europei, tra finlandesi, danesi, tedeschi, olandesi o austriaci, per poter formare un gruppo all’interno del parlamento europeo. E sarà sempre per questo che nella scorsa legislatura l’Ukip era alleato con la Lega nord, altra forza notoriamente impegnata contro “ogni forma di discriminazione”.

Tra gli attivisti e i parlamentari a 5 stelle molti non hanno gradito che non fosse possibile esprimersi su un’alleanza con i verdi europei. Infatti a vedere il programma del Movimento sembrerebbe la scelta più naturale: le cinque stelle (acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo) all’inizio denotavano una fortissima vocazione ecologista. E il programma vero e proprio è pieno di concetti “verdi”.

Ma quei concetti non contano più granché. Infatti nessuno o quasi di chi ha votato M5s alle legislative del 2013 o alle europee sarebbe capace di nominare uno solo dei punti programmatici originari. La forza dei grillini sta altrove: nel “tutti a casa!” e nell’attacco all’”Europa della Merkel”.

Potremmo anche dire: una forza nata come movimento civico oggi si connota soprattutto come espressione e catalizzatore della rabbia e della sfiducia degli elettori. L’alleanza con Farage ne è la logica conseguenza, non un incidente di percorso. Certo, creerà un forte malcontento all’interno del Movimento, ma non pregiudicherà affatto il suo futuro politico. Infatti i cinque stelle hanno subìto una battuta d’arresto alle elezioni europee, ma non una disfatta: il 21 percento, per una forza politica presente sulla scena nazionale da appena un anno, è un risultato più che dignitoso, che è diventato una “sconfitta” solo a causa delle aspettative (“vinciamonoi!”) create da Grillo.

Quel 21 percento è una solidissima base per il futuro. Il patto con Farage o altre alleanze di dubbio gusto ci dicono molto sul modo in cui l’M5s vuole fare politica, ma incideranno poco sulle basi del suo successo. Quelle basi sono altrove: in un sistema corrotto fino al midollo che ogni giorno conferma le affermazioni più qualunquiste (“sono tutti ladri”, “è tutto un magna-magna”, eccetera), e in un’Europa che non offre nessuna prospettiva concreta oltre l’austerità.


 
Tutti vogliono Matteo Renzi
Un partito compatto alle sue spalle, una maggioranza di governo interamente egemonizzata, e tutte le opposizioni disposte a discutere e forse a votare le riforme. Ma il Movimento 5 Stelle che abbandona l'auto-isolamento, può cambiare tutte le mosse sulla scacchiera
Matteo Damilano su l'Espresso | 16 giuno 2014

Ricordate quel manifesto del 2012, un secolo fa, “Tutti X Bersani”? Bene, gli stessi sono ora tutti X Renzi. «Abbiamo svoltato!», urlava la toscana sottosegretaria all'Ambiente Silvia Velo, sabato mattina all'hotel romano Ergife, subito dopo l'elezione a presidente di Matteo Orfini, compagno di corrente tra i giovani turchi, che dopo aver combattuto l'ascesa di Matteo Renzi erano evidentemente galvanizzati, forse si ritrovavano a casa nel clima bulgaro dell'assemblea del Pd.

Nella riunione precedente, era ancora il 15 dicembre, Renzi era stato eletto segretario da una settimana, figuriamoci, la colonna sonora era stata “La tua canzone” dei Negrita, «resta ribelle/non cambiare mai...». Sei mesi dopo, il numero gigantesco dietro al palco della presidenza: 40,8. Adorato da tutti gli intervenuti come un totem, un monolite, la mummia di Lenin. Culto della personalità precox, conformismo a piene mani, tutti a spellarsi le mani contro il dissidente Corradino Mineo, consiglieri del Principe, adulazioni imbarazzanti, soprattutto quando arrivavano da gente che aveva sempre dichiarato di considerare Renzi una sciagura nazionale.

Visto che siamo nelle giornate dei mondiali, forse Renzi vorrebbe ripetere quello che Enzo Bearzot disse a Mario Sconcerti, all'epoca giovanissimo cronista di “Repubblica”, dopo aver vinto la coppa nello scetticismo generale. I critici avevano cambiato verso, dopo averlo linciato lo idolatrarono. E lui, ancora negli spogliatoi dello stadio di Madrid Santiago Bernabeu ormai deserto: «Sono schifato dal miele con cui adesso mi vanno ricoprendo. Ci affogo, in quel miele».

Era il 1982, Matteo aveva sette anni, fu uno dei più spettacolari salti collettivi sul carro del vincitore. Renzi invece, si sa, è un tipo paziente. Ha nominato presidente del Pd l'altro Matteo Orfini, che della (ex) minoranza interna è di gran lunga il più intelligente. E il premier-segretario ha giocato per mesi con una corrente che del togliattismo ha ereditato soprattutto il consociativismo innato, il terrore di restare esclusi, ieri dall'arco costituzionale, oggi più modestamente dal caminetto del Nazareno, svuotato di significato dal ciclone Renzi. Per i post-comunisti la centralità appartiene ancora al partito, ma quanto vale il Pd, questo Pd, per un leader che da Palazzo Chigi si propone di cambiare l'Italia? Mai come nell'assemblea di sabato il Pd è apparso il PdR. Per fare la controprova bastava chiudere gli occhi nell'Ergife e immaginare il partito com'era un anno fa, senza il sindaco di Firenze in platea, e come sarebbe stato oggi senza di lui a Palazzo Chigi. Futile esercizio.

Quel 40,8 attrae e ipnotizza, è un potentissimo magnete non solo dentro il Pd, come si è visto nella giornata di ieri, quando Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno operato il loro contrordine compagni, la mini-svolta di Salerno, e hanno aperto alle trattative sulla legge elettorale con il Pd di Renzi, non più «l'ebetino di Firenze» (a definizione non ha avuto gran fortuna, in effetti), ma premier «legittimato dal voto popolare».

E dunque ora, nella settimana che si apre, Renzi potenzialmente può contare su condizioni assolutamente eccezionali: un partito compatto alle sue spalle, una maggioranza di governo interamente egemonizzata, e tutte le opposizioni disposte a discutere e forse a votare le riforme. Forza Italia è legata al patto del Nazareno, anche se le truppe parlamentari sono tutt'altro che compatte. La Lega di Salvini (e di Calderoli) è pronta a entrare in partita.

Sel di Nichi Vendola cerca un modo dignitoso di tornare a parlare con il Pd, ribattezzata dal governatore pugliese «la strategia dell'anguilla». Ma il fatto nuovo atteso dall'inizio della legislatura, il Movimento 5 Stelle che abbandona l'auto-isolamento, può cambiare tutte le mosse sulla scacchiera. Fino al 25 maggio Grillo si era preoccupato di scavare un fossato tra lui e Renzi, una riga invalicabile come la striscia che gli arbitri dei mondiali segnano sull'erba con la loro bomboletta spray per segnalare alla barriera dei difensori: di qui non avanzate un centimetro. Ora invece Grillo e Casaleggio passano dalla parte opposta del Rubicone, dove si fanno e si disfano le alleanze, indicando come interlocutore Luigi Di Maio, «massima rappresentanza istituzionale» del Movimento, il vero leader parlamentare di M5S.

Nella Prima Repubblica Giulio Andreotti giostrava sui due forni, il socialista e il comunista, Matteo Renzi copre tutte le zone del campo, gioca il calcio totale, nessun lato del sistema politico in questo momento è impermeabile alla sua azione, insensibile al nuovo potere del 40,8 per cento. Per muoversi bisogna darsi una strategia, oltre che una tattica. Procedere rapidamente senza perdersi in falsi nemici, nello schiacciamento del dissenso. Nel clima sciroccoso del tutti X Renzi le minoranze combattive e leali sono un valore da conservare con cura. Il primo a esserne consapevole è il premier. È stato lui l'unico ad avvertire che quel numero è un punto di partenza, non di arrivo, una responsabilità enorme, non un feticcio su cui adagiarsi. È il più ostile all'idea di essere imbalsamato nel miele del neo-conformismo. Renzi infatti è vivo, eccome se è vivo.

Se il dialogo Renzi-Grillo dovesse decollare, lasciamo stare se in streaming o no, le conseguenze sarebbero imprevedibili. Maggioranze variabili, in cui nessuno può accampare veti insormontabili, l'apertura di Grillo è una pessima notizia per Berlusconi. Sulla legge elettorale, l'Italicum ormai è un simulacro più vuoto della dirigenza Pd, sulla riforma del Senato, dove i dissidenti democratici rischiano di finire stritolati dalla Yalta tra i big, ma possono anche rivendicare che anche grazie alla loro tessitura i 5 Stelle sono usciti dalla tana, sulle future nomine istituzionali, i giudici della Corte costituzionale, il Presidente della Repubblica...


 
La caduta di Mosul nelle mani dell’ISIS: verso il ritorno dell’emirato islamico radicale in Iraq?
Andrea Plebani su www.ispionline.it | 11 giugno 2014

Ancora una volta l’Iraq è tornato a occupare le prime pagine dei giornali. Non per l’esito controverso e pieno di incognite delle elezioni legislative del 30 aprile e per le conseguenze che la fragile affermazione del primo ministro al-Maliki potrebbe avere sul paese, ma per l’ennesima ondata di violenza che minaccia ancora una volta l’integrità e la coerenza stessa del “nuovo Iraq”. Eppure i segni della crisi erano evidenti e tutt’altro che imprevedibili per chi avesse voluto coglierli. Da oltre due anni le principali province a maggioranza sunnita del paese sono oggetto di proteste che hanno immobilizzato buona parte dell’Iraq occidentale e acuito il divario con un esecutivo percepito come chiaramente anti-sunnita. Un esecutivo che, a onor del vero, poco aveva fatto per confutare tali accuse, come dimostrato dalle migliaia di arresti comminati dalle autorità, dall’uso del pugno di ferro in molteplici occasioni (esempio più significativo, in tal senso, è stato il massacro di Hawija, costato la vita a oltre 200 vittime tra manifestanti e forze di sicurezza) e dal targeting quasi sistematico di esponenti arabo-sunniti di primo piano, iniziato nel dicembre 2011 – a pochi giorni dal ritiro delle forze americane – con il mandato di cattura emesso contro l’allora vice-presidente Tariq al-Hashimi, proseguito un anno dopo con le accuse mosse contro l’ex ministro delle Finanze Rafi al-Issawi e ripresentatosi nuovamente a fine 2013 con l’arresto di Ahmed al-Alwani. 

Questa frattura ha permesso allo Stato Islamico dell’Iraq (a partire dalla primavera 2013 Stato Islamico dell’Iraq e della Siria - ISIS) di trovare terreno fertile per le proprie attività e di far ritorno in forza nel paese, dal quale era stato parzialmente estromesso alla fine di un lungo scontro “terminato” nel 2008[1]. Perché, al di là dei proclami e della voglia di credere nella sconfitta della compagine islamista radicale, l’ISI/ISIS aveva mantenuto profonde radici nel nord-ovest dell’Iraq, e in particolare nella provincia di Niniveh e nella sua città principale, Mosul, che già nel 2009 era considerata il principale santuario del movimento[2]. Una presenza, quella del Daesh[3], tutt’altro che celata al pubblico o agli occhi delle autorità. Certo, il movimento aveva limitato le proprie operazioni militari, ma aveva mantenuto un capillare controllo su interi settori della città e del suo hinterland, ricorrendo al racket, alla gestione di traffici illeciti, a rapimenti e all’uso indiscriminato della violenza soprattutto nei confronti delle minoranze locali (cristiani, yazidi e shabak su tutti). Da queste basi l’ISIS aveva potuto attendere il momento propizio per tornare in forze nel resto del paese e sostenere il proprio progetto di dar vita ad un emirato islamico a cavallo tra Levante e Mesopotamia.

A partire dalla seconda metà del 2012, l’ISI ha quindi lanciato una nuova campagna volta a rafforzare la propria presa sul sistema iracheno, ricorrendo ad attacchi esplosivi coordinati (divenuti il principale marchio di fabbrica del movimento) e alla liberazione di centinaia di detenuti in custodia presso alcuni dei principali centri penitenziari del paese[4]. Tali attività si sono rivelate fondamentali per la ripresa su ampia scala delle operazioni in Iraq e per il “saltò di qualità” fatto registrare dalla formazione alla  fine del 2013. Sfruttando la profondità strategica garantita dalla sua presenza nel teatro siriano, l’opposizione della popolazione locale al governo centrale e le rinnovate capacità operative di cui poteva disporre, il movimento lanciò un’offensiva che, nel giro di poche settimane, portò all’estromissione delle forze di sicurezza da alcune delle principali città del governatorato di al-Anbar, (Ramadi e Falluja su tutte), per poi estendersi ai governatorati di Salahaddin e Diyala e puntare poi con decisione su una cintura di villaggi dislocati a nord della capitale[5].

La caduta di ieri di Mosul in mano degli insorti si inserisce quindi in un contesto di sicurezza pesantemente deteriorato, che minaccia di aggravarsi ulteriormente con il passare delle ore. Il capoluogo della regione, infatti, costituisce uno snodo fondamentale per i traffici iracheni verso la Siria e la Turchia, ma – soprattutto – detiene un peso politico, economico e di sicurezza di estrema importanza. Mosul è, infatti, la seconda città del paese e il suo governatore, Atheel  al-Nujaifi, è fratello di Osama al-Nujaifi - leader del principale partito arabo sunnita iracheno e uno dei principali oppositori del primo ministro al-Maliki. Non è un caso, quindi, che al-Nujaifi abbia mosso pensatissime critiche nei confronti delle forze armate (alcuni reparti delle quali, secondo diversi resoconti, avrebbero abbandonato il campo prima che venisse ordinata la ritirata), ma soprattutto alla gestione della crisi da parte del premier, che proprio ieri ha chiesto al parlamento di approvare lo stato d’emergenza – decisione tutt’altro che scevra da implicazioni politiche di primissimo piano[6]. La città settentrionale è, inoltre, sede di uno dei più importanti corpi d’arma del paese e si teme che la sua caduta possa beneficiare il Daesh non solo in termini di visibilità, ma anche in relazione alle dotazioni militari abbandonate dai reparti  in fuga dalla città, che potrebbero costituire un moltiplicatore di capacità significativo sia in chiave irachena che in chiave siriana. Mosul, inoltre, è posta in prossimità della regione autonoma curda e delle aree contese che contrappongono ormai da più di dieci anni Baghdad ed Erbil[7].

Tutte queste considerazione si innestano all’interno di una situazione pesantemente segnata da una crisi umanitaria che si fa di ora in ora sempre più pressante. Centinaia di migliaia di persone  sono infatti in fuga dalla città e dalle aree circostanti verso i campi organizzati in prossimità dell’Iraq centrale e, soprattutto, del vicino (e sinora stabile) Kurdistan iracheno, presidiato dai peshmerga inquadrati nella guardia regionale.

I prossimi giorni saranno quindi cruciali per il paese. Se l’ISIS dovesse puntare a sud, Baghdad stessa rischierebbe di finire sotto attacco. Qualora, invece, gli insorti dovessero prediligere la direttrice orientale, Kirkuk diverrebbe l’obiettivo principale – e con essa le ingenti risorse petrolifere dell’area. Un’eventualità che né al-Maliki né i suoi principali oppositori possono anche solo prendere in considerazione. In un caso o nell’altro, come dichiarato dal portavoce del Dipartimento di Stato americano, Jen Psaki, l’ISIS costituisce una minaccia per la stabilità dell’intera regione, e non solo di Siria o Iraq. Una minaccia che proviene non da gruppi di irregolari indisciplinati e privi di capacità operative adeguate, ma da formazioni che hanno più volte messo in scacco forze regolari dotate, almeno sulla carta, di strumenti e capacità ben superiori.

  16 giugno 2014