prima pagina pagina precedente


sulla stampa
15 luglio 2014

gaza

L’obiettivo di Israele sono i civili
Gydeon Levy su Internazionale | 14 luglio 2014

Lo scopo dell’operazione Margine protettivo è riportare la calma. Il mezzo per raggiungerlo è uccidere civili. Lo slogan della mafia è diventato la politica ufficiale di Israele.

Israele crede davvero che, se uccide centinaia di palestinesi nella Striscia di Gaza, regnerà la calma. Distruggere i depositi di armi di Hamas, che ha dimostrato di sapersi riarmare, è inutile. Abbattere il governo di Hamas è un obiettivo irrealistico (e illegittimo) che Israele non vuole raggiungere, ben sapendo che l’alternativa potrebbe essere molto peggiore. Quindi l’unico scopo possibile di questa operazione militare è questo: morte agli arabi, con il plauso delle masse.

L’esercito israeliano ha già una “mappa del dolore”, un’invenzione diabolica che ha preso il posto della non meno diabolica “banca degli obiettivi”, e questa mappa si sta allargando a ritmi nauseanti. Basta guardare le trasmissioni di Al Jazeera in lingua inglese – una tv equilibrata e professionale, a differenza della sua versione araba – per comprendere la portata del successo. La verità non la vedrete negli studi “aperti” di Israele – aperti, come al solito, soltanto alle vittime israeliane – ma la vedrete tutta intera su Al Jazeera, e forse resterete perfino scioccati.

A Gaza si stanno ammucchiando i cadaveri. È il conteggio disperato, e incessantemente aggiornato, delle uccisioni di massa di cui Israele si vanta, e che a mezzogiorno di sabato scorso già comprendeva decine di civili, compresi 24 bambini, più centinaia di feriti che andavano a sommarsi all’orrore e alla devastazione. Sono già stati bombardati una scuola e un ospedale. Lo scopo è colpire case, e nessuna giustificazione al mondo può bastare: è un crimine di guerra, anche se le forze armate israeliane definiscono questi obiettivi “centri di comando e controllo” o “sale riunioni”.

Fin dalla prima guerra del Libano, cioè da più di trent’anni, uccidere arabi è il principale strumento strategico di Israele. L’esercito israeliano non combatte contro altri eserciti: il suo obiettivo primario sono i civili. Tutti sanno che gli arabi nascono solo per uccidere ed essere uccisi: non hanno altro scopo nella vita, e così Israele li uccide.

Naturalmente, non si può non indignarsi per il modus operandi di Hamas. Non solo punta i suoi razzi contro centri abitati da civili in Israele e si posiziona all’interno di centri abitati (forse non ha alternativa, considerato l’affollamento della Striscia di Gaza): Hamas lascia la popolazione civile di Gaza indifesa di fronte ai brutali attacchi israeliani e non predispone sirene antiaeree, rifugi o spazi protetti. È un comportamento criminale. Ma i bombardamenti dell’aviazione israeliana non sono meno criminali, negli effetti e nelle intenzioni.

Nella Striscia di Gaza non c’è un solo edificio in cui non abitino decine di donne e bambini, quindi l’esercito israeliano non può sostenere di non voler colpire civili innocenti. Se la recente demolizione della casa di un terrorista in Cisgiordania ha ancora suscitato qualche protesta, per quanto flebile, in queste ore si stanno distruggendo decine di case, e con esse i loro abitanti.

Generali a riposo e commentatori in servizio attivo fanno a gara per avanzare la proposta più mostruosa: “Se gli ammazziamo i parenti, si spaventeranno”, ha spiegato senza batter ciglio il generale Oren Shachor. “Dobbiamo creare una situazione tale per cui, quando usciranno dalle loro tane non riconosceranno più Gaza”, ha detto qualcun altro. Senza pudore e senza essere messi in discussione, almeno fino alla prossima inchiesta delle Nazioni Unite.

Le guerre senza scopo sono quelle più spregevoli. Prendere deliberatamente di mira i civili è uno dei mezzi più atroci. Ora il terrore regna anche in Israele, ma è improbabile che anche un solo israeliano possa immaginare cosa significa questa parola per il milione e 800mila abitanti di Gaza, la cui vita, già infelice, ormai è assolutamente raccapricciante. La Striscia di Gaza non è “un nido di vespe”, come è stata chiamata, ma una provincia della disperazione umana. Nonostante le sue strategie del terrore, Hamas è tutt’altro che un esercito. Se è vero, come si va dicendo, che a Gaza Hamas ha scavato una rete tanto sofisticata di tunnel, perché non costruisce anche la metropolitana leggera di Tel Aviv?

La soglia delle mille incursioni e delle mille tonnellate di bombe sganciate è stata quasi raggiunta, e Israele aspetta una “foto della vittoria” che è già stata ottenuta: morte agli arabi.

Traduzione di Marina Astrologo


 
Cosa resterà di questi Mondiali: Brasile 2014 dalla A alla Z
Le simpatie, la delusione Italia, la soddisfazione Germania, il dolore di Messi, il fallimento Brasile, le curiosità, le lacrime, le sorprese, i personaggi, le sconfitte,  i campioni annunciati e quelli mancati: l'alfabeto della Coppa del Mondo
Gianni Perrelli su l' Espresso | 14 luglio 2014


A
ARGENTINA
Oltre centomila argentini, più degli americani che d’improvviso si sono innamorati del calcio, hanno invaso per un mese il Brasile inseguendo una Coppa attesa da 28 anni. Sugli spalti del Maracanà erano almeno il doppio dei tedeschi e hanno continuato ad applaudire i loro beniamini anche dopo la sconfitta che li ricaccia nell’incubo della bancarotta incombente. A Rio, nelle prime settimane, insieme ai cileni avevano monopolizzato con le macchine dove dormivano quasi tutti i parcheggi di Copacabana. Sfrattati per motivi igienici (i marciapiedi di prima mattina diventavano latrine) sono stati concentrati in uno spiazzo davanti al sambodromo dove hanno allestito una tendopoli.
A San Paolo si sono radunati nelle aree libere di Vila Madalena, sede del Fan Fest e punto di riferimento di tutte le tifoserie transitate per la megapoli brasiliana (23 milioni di abitanti). Strafottenti con i brasiliani (“Maradona è meglio di Pele’”, tesi autorizzata in persona dal “pibe de oro”), affezionati malgrado il rischio di bancarotta al complesso di superiorità continentale, ma disciplinati. Solo una decina di “barrabravas” (hooligans) sono stati espulsi dal paese. I più fanatici, pur di essere vicini alla Nazionale biancoceleste nella finale di Rio, si sono venduti addirittura la macchina o i beni di casa. Senza neanche la certezza di un posto sugli spalti del Maracanà. Solo per il piacere di essere comunque nel luogo dell’Evento. “Se vive solo una vez”. Anche se secondo uno studio dell’università di Yale gli argentini sono appena al dodicesimo posto nella classifica della felicità che può dare la conquista della Coppa (prima è la Nigeria seguita dal Brasile, undicesima l’Italia e ventunesima la Germania). I meno danarosi per mantenersi si sono cercati un lavoro sul posto e hanno fatto la fila alle mense dei poveri. O si sono affidati all’arte di arrangiarsi. L’Oscar della fantasia va a un gruppo di ragazzi che nel delirio di Copacabana hanno vestito e truccato il più anziano di loro da papa Francesco. Il finto Pontefice cercava di adescare passanti per foto ricordo a cifre da questua. Le vie della sopravvivenza sono infinite. Per quelle della felicità bisognerà aspettare Mosca 2018.

 

B
BLATTER
Lo svizzero Joseph Blatter ha 78 anni, è presidente della Fifa dal ’98 e non intende cedere lo scettro del pallone finché morte non lo separi. Per darsi un’aureola di modernità, ha autorizzato l’uso della tecnologia sui campi di gioco. Per tenersi buoni i capi delle 209 federazioni che controlla distribuirà a pioggia i bonus derivanti dagli introiti che in tutta la storia della cupola mondiale del calcio non sono mai stati così floridi. Per smentire le voci sulla priorità che accorda al dio business, si è scoperto una vena moralistica incoraggiandoo pene severe (vedi i quattro mesi inflitti a Suarez, il morsicatore di Chiellini). E per tagliare la strada a Michel Platini, il presidente dell’Uefa che vuol fargli le scarpe, è deciso a togliere i mondiali del 2022 al Qatar che secondo i giornali inglesi si sarebbe procurato i voti elargendo sotto banco quattro milioni di euro. La colpa di Platini? Solo quella di essersi una volta incontrato a Parigi con Mohammed bin Hammam, presunto distributore del danaro. Una piccola ombra che “le roi” sta cercando di fugare. Blatter, appostato sulle rive della Senna, aspetta.

 

C
COPACABANA
Copacabana è la cartolina di Rio. Anzi di tutto il Brasile. In tempi normali il quartiere che si estende lungo il mare per quattro chilometri ha circa 200 mila abitanti sugli oltre dodici milioni dell’area metropolitana. Vi risiedono prevalentemente pensionati sopra i 65 anni, in contrasto con l’immagine glamour legata alle spiagge e alle belle ragazze. Solo negli ultimi mesi è stato riscoperta dai giovani anche perché gli affitti sono meno salati delle aree più chic di Ipanema e Leblon. Sede a Rio del FanFest si è trasformata nel palcoscenico di una festa permanente, tra concertini, balli, esibizioni circensi, inni nazionalistici. Animato da un’umanità stordita di calcio e di caipirinha che un po’ per bisogno di identificazione e un po’ per feticismo ha rinunciato spesso agli abiti normali per indossare le maglie dei campioni.

 

D
DILMA
Dilma Rousseff, presidente del Brasile, ha cercato in tutti i modi di sfruttare l’effetto Coppa per rafforzare la sua popolarità minata dal calo della crescita, dall’inflazione e dalla scarsa qualità dei servizi sociali. Fischiata all’inaugurazione di San Paolo, si era illusa di aver rimontato la corrente grazie anche all’efficiente organizzazione dell’evento che ha smentito le pessimistiche previsioni. Ma poi è stata sonoramente contestata anche nella finale di Rio. Non si sa quanto sappia di calcio, ma ha cercato di accreditarsi come la prima tifosa inviando messaggi di incitamento alla sua Nazionale. E l’indice di consenso, almeno fino al 7-1 contro la Germania e al 3-0 subito dall’Olanda nella finale per il terzo posto, era balzato dal 34 al 38 per cento nonostante il crollo di un viadotto a Belo Horizonte e l’incerta destinazione degli stadi costati quasi un miliardo di euro di Brasilia, Cuiaba e Manaus (un deputato ha proposto di utilizzarlo come carcere). Le opposizioni, in affanno in vista delle presidenziali del 5 ottobre, l’hanno accusata di strumentalizzazione. Però lei, prima di ricevere Vladimir Putin per la riunione dei Brics, non si è tirata indietro neanche davanti alla catastrofe. Ha teorizzato interventi statali per disciplinare la gestione dei club e impedire l’esportazione dei giocatori più talentuosi (l’invasione di campo della politica che ha indotto la Fifa a sospendere la Nigeria). Senza spiegare come in un libero mercato si possa impedire a un campione di emigrare. L’unica strada sarebbe lo sbarco in Brasile degli sceicchi. Auguri.

 

E
EDINHO
Edinho, ex portiere del Santos, è il figlio degenere di Pelè. Arrestato per riciclaggio di danaro derivanti dal narcotraffico dopo che la magistratura gli aveva inflitto una condanna di 33 anni. Una spina nel fianco del re del football che in questo Mondiale è rimasto appartato. Senza neanche replicare a Maradona che insiste nel provocarlo dichiarandosi migliore di lui.

 

F

FRED

Fred, l’attaccante su cui aveva più puntato il tecnico Luiz Felipe Scolari, è diventato l’icona del fallimento brasiliano. Come Moacir Barbosa, il portiere che nel ’50 non aveva fermato il tiro-cross di Alcide Ghiggia regalando all’Uruguay il titolo mondiale nel drammatico epilogo del Maracanà. Il risentimento dei brasiliani per Barbosa è durato fino alla sua morte. “In questo paese”, commentava amaramente negli ultimi anni di vita, “la pena massima è di 30 anni. Solo a me hanno dato l’ergastolo”. A Fred andrà meglio. Il popolo è diventato più maturo. Nel ’50 le cronache registrarono decine di suicidi per il trauma della sconfitta. Stavolta, dopo la catastrofe, sono stati bruciati solo una decina di pullman.

 

G
GERMANIA
Dopo il 7-1 la Germania avrebbe dovuto essere la Nazionale più odiata dai brasiliani. Che invece nella finale hanno fatto gli scongiuri perché i loro giustizieri battessero la rivale Argentina. I tedeschi hanno contribuito a rendersi ben accetti con un’operazione simpatia nel ritiro sulle coste sud di Bahia. A differenza dei nostri viziatissimi azzurri, si mescolavano alla gente del posto e firmavano autografi ai bambini. I brasiliani, per rifondarsi, vogliono copiare il loro modello. Trecentosessanta centri di formazione che curano la crescita di 25 mila giovani calciatori dai 9 ai 17 anni. Uso avanzato della tecnologia da parte di Joachim Loew, il tecnico della Nazionale. Un software chiamato “Match insights” assembla migliaia di informazioni sulle posizioni in campo, sui chilometri percorsi e sulla velocità di ogni giocatore. E dopo 24 anni, alla presenza euforica di Angela Merkel a cui nella vita riescono tutte, è stato quasi naturale l’arrivo della quarta Coppa (uguagliata l’Italia), La prima conquistata da una squadra europea nelle Americhe.

 

H
HISTORIA
Historia, una rivista per la classe intellettuale, non si è meravigliata per la riuscita organizzativa del Mondiale. In un lungo saggio di Bruno Garcia ha documentato che il Brasile ha un’eccellente tradizione nel preparare i Grandi Eventi: dall’Expo per il centenario dell’indipendenza nel 1922 alle visite papali, dai Giochi panamericani del 2002 alla Giornata mondiale della Gioventù del 2013. Solo che, regolarmente, gli effetti economici sono andati a beneficio di pochi. Delle solite oligarchie al potere. Al popolo, che anche in questa occasione ha mostrato uno squisito senso dell’ospitalità, sono rimaste le briciole delle emozioni. La gioia di urlare “soy brasileiro, con muito orgulho e muito amor”.

 

I
ITALIA
Italia non pervenuta. Come se al Mondiale non fosse neanche apparsa. Pochi i tifosi al seguito (non siamo neanche nella classifica dei primi dieci flussi dei 700 mila turisti provenienti dall’estero). Pressoché invendute le magliette azzurre. Quasi invisibile anche la Nazionale rinchiusa nel bunker di Mangaratiba. Peggio di noi solo Spagna, campione del mondo uscente, Inghilterra e per il Parlamento di Mosca anche la Russia dove Fabio Capello rischia di perdere la reputazione. Abbiamo fatto notizia solo indirettamente, per il morso di Luis Suarez a Giorgio Chiellini. E, all’ultimo atto, per la designazione di Nicola Rizzoli ad arbitrare la finale contestato al termine dai siti argentini. Dopo l’eliminazione siamo apparsi sulle cronache locali per un sondaggio fra le brasiliane che avevano eletto i nostri calciatori (in testa Gianluigi Buffon e Andrea Pirlo) come i più fascinosi fra tutte le 36 rappresentative. E per la scelta di Cesare Prandelli di mollare tutto e trasferirsi a Istanbul. Ignorata anche l’attività alluvionale di Mario Balotelli sui social network. Captata solo una battuta: deludente come centravanti, ha l’occasione di rifarsi una vita come testimonial di Twitter. Se crediamo alla teoria vichiana dei ricorsi il riscatto potrebbe però essere vicino. Dal 1970 l’Italia va in finale ogni 12 anni e dall’82 riconquista il titolo dopo 24. Ammesso che la cabala regga a Mosca (2018) dovremmo arrivare secondi. Per la Coppa se ne riparlerebbe nel 2030.

 

J
JAGGER
Mick Jagger in Brasile ha fama di menagramo. Prima dei Mondiali aveva pronosticato l’Inghilterra campione. Al concerto romano del Circo Massimo si era corretto: avrebbe vinto l’Italia. Prima di Brasile-Germania non manifestò dubbi su un facile successo dei padroni di casa. Alla vigilia della finale per prudenza non si è espresso.

 

K
KLOSE
Il 36enne Miroslav Klose, attaccante della Lazio, non è stato il miglior giocatore del Mondiale. Non rientrava neanche nella “top ten” stilata dalla Fifa, che includeva il suo collega di reparto Thomas Mueller e in cui non appariva il pallone d’oro Cristiano Ronaldo penalizzato dalla mediocrità del suo Portogallo. E neppure è suo il più bel gol, da attribuire al volo d’angelo dell’olandese Robin Van Persie (contro la Spagna) o al micidiale siluro del colombiano James Rodriguez (contro l’Uruguay). Ma realizzando contro il Brasile la sua sedicesima rete in quattro Coppe ha scalzato Ronaldo “il fenomeno” dal trono di miglior realizzatore nella storia dei Mondiali. Altro piccolo smacco per i brasiliani.

 

L
LACRIME
Le lacrime sono sgorgate copiose dagli occhi dei giocatori brasiliani. Nella buona come nella cattiva sorte. Per gioia, sollievo, frustrazione, vergogna. C’è stato molto lavoro per gli psicologi. Che hanno attribuito la fragilità emotiva alla giovane età dei calciatori e all’eccesso di responsabilità scaricato sulle loro spalle. La patria condensata nelle scarpe da calcio, secondo la concezione quasi religiosa che si ha del football in Brasile. Dopo il 7-1 il Paese si è ritrovato a ciglia umide e a piedi nudi.

 

M
MESSI
Su Lionel Messi è pesato lungo tutto il Mondiale il paragone con Diego Armando Maradona. Sì, sulla scena internazionale ha vinto più del “pibe de oro”. E oggi che il divismo ha trasformato i campioni di football in altrettanti “re Mida”, guadagna anche molto di più. Ma non aveva ancora vinto un Mondiale. Non si era ancora preso carico dei destini della patria che non è seconda neanche al Brasile nella passione calcistica. Lui ha tentato in tutti i modi di entrare nella leggenda. Ma in finale, con il passare dei minuti, si è spento e ha perfino vomitato per la tensione. Il mito di Maradona è ancora lontano anche se si può consolare con il “pallone d’oro” (miglior giocatore del torneo). Ma, al di là delle classifiche Fifa, l’eroe argentino in questo Mondiale è stato Javier Mascherano per lo spirito guerriero, la continuità nell’impegno, lo stoicismo manifestato nella semifinale con l’Olanda. Per impedire a Robben di segnare nei minuti conclusivi della semifinale un gol che avrebbe eliminato l’Argentina si è allungato fino a rompersi l’ano. E’ stato lui stesso a confessare di non aver gettando solo il cuore oltre l’ostacolo.

 

N
NEYMAR
Neymar è soprannominato il Craque (asso in portoghese). Un intoccabile. Dopo la prima vittoria con la Croazia il commissario tecnico Luiz Felipe Scolari gli ha dato il permesso di passare una notte di fuoco con la sua bella (un’attrice di telenovelas). E i brasiliani hanno giudicato irriverente una copertina in cui faceva mostra delle grazie una moretta che gli avrebbe fatto perdere la testa. Ai suoi piedi virtuosi (in pratica i soli di tutta la Nazionale brasiliana) erano affidati gli umori della nazione. Sulle prime ha risposto bene. Ma poi si è infortunato. Juan Zuniga, il difensore colombiano che gioca nel Napoli, è diventato per i media brasiliani l’erede di Jack lo squartatore. Così Neymar si è risparmiato l’umiliazione sul campo contro la Germania. Dicono che, dopo il settimo gol, abbia spento il televisore di casa e si sia messo a giocare a poker. Ma poi è riapparso nel ritiro brasileiro e ha detto che per la finale avrebbe tifato Messi. Forse l’unico brasiliano apertamente pro-Argentina. Ma non per spirito bolivariano e fratellanza latino-americana. Con Messi deve convivere nel Barcellona.

 

O
OLIMPIADI
I Giochi di Rio de Janeiro sono rimasti sullo sfondo. Ma i Mondiali venivano considerati un test per il Grande Evento del 2016. Fino a qualche mese fa il Comitato Olimpico Internazionale era seriamente preoccupato. I lavori procedevano troppo a rilento. Oggi un dirigente si dichiara sollevato. Il Brasile ha mostrato capacità organizzative. Seguiranno sicuramente altri allarmi. Il quotidiano “O Globo” ha già denunciato che i lavori per alcune strutture non sono neppure cominciati. Finirà probabilmente come ad Atene nell’inaugurazione del 2004: dove un manovale sistemava autoironicamente con un’ultima martellata la pista di atletica mentre veniva solennemente proclamato l’inizio dei Giochi.

 

P
PROTESTE
Le proteste sociali, grande incubo degli organizzatori alla vigilia, sono crollate di quasi il 40 per cento durante il Mondiale. I problemi nella sanità, nell’educazione e nei trasporti permangono tutti. Ma sull’urgenza di manifestare ha prevalso nell’opinione pubblica la voglia di allegria. Lo ha capito anche Luciana Genro, candidata di un partito di sinistra alla presidenza: “E’ impopolare rovinare la festa”. Anche se non ideologicamente corretto.

 

Q
QUADRILHA
Quadrilha in portoghese vuol dire banda. A Copacabana ne operava una in guanti gialli capitanata dall’inglese Raymond Whelan che aveva ricevuto dalla Fifa un appalto per la vendita dei biglietti. Il problema è che, secondo le accuse, a volte se li rivendeva per conto suo. Per evitare il carcere, se l’è svignata dalla porta di servizio del più lussuoso hotel di Copacabana. La polizia lo ha ricercato prima della finale in tutta Rio. Forse poteva concentrare le indagini intorno al Maracanà dove stazionano in permanenza i bagarini.

 

R
ROBBEN
L’attaccante olandese Arjen Robben tiene in gran conto i valori familiari. Alla fine di ogni partita si dirigeva nel settore dove erano ospitati la moglie e il figlioletto per salutarli. Lo ha fatto anche dopo la sconfitta ai rigori in semifinale contro l’Argentina. Ma il piccolo ha respinto le sue carezze mostrandogli il grugno. L’amor di patria ha sconfitto l’amor filiale.

 

S
SABELLA
Alejandro Sabella, il 59enne tecnico dell’Argentina, è soprannominato “Pachorra” (tranquillità) per la sua mitezza. Una disposizione spirituale che ha mutuato dall’ammirazione per Gandhi e Mandela. E che lo induce sempre a smussare gli angoli. Anche quando viene attaccato per la mancata convocazione di Carlitos Tevez, un temperamento agli antipodi del suo modo di essere. Per quasi tutta la vita ha fatto il gregario di Daniel Passarella. Poi si è ritrovato a dirigere l’orchestra in uno dei momenti economicamente più foschi per l’Argentina. Ma la sua flemma non è servita neanche in campo calcistico a scongiurare il default.

 

T
TITE
Il tecnico 53enne Tite, soprannome di Adenor Leonardo Bacchi (origini mantovane), è stato il convitato di pietra sulla panchina del Brasile. Dopo i successi riportati nel Corinthians (nel 2012 ha vinto il mondiale per club a Tokyo contro il Chelsea) si faceva il suo nome già alla vigilia come sostituto di Luiz Felipe Scolari (ascendenti veneti). Che, insofferente alle critiche, esorcizzava il pericolo dichiarandosi fiducioso nella vittoria finale. E, dopo il 7-1, declassando la catastrofe a black out causale. Un minimo di supponenza a volte giova nel calcio. Può servire da propellente psicologico. Lo insegna José Mourinho (secondo voci spagnole concorrerebbe anche lui alla panchina del Brasile). Lo conferma José Luis Pinto, allenatore colombiano della sorpresa Costarica. Al momento del sorteggio disse che se ne infischiava di essere stato inserito nel girone della morte. “Le glorie di Italia, Uruguay e Inghilterra sono il passato: ciò che conta è il presente”. Aveva ragione lui. Scolari invece ha avuto torto. Troppo attaccato alle sue vecchie idee. Prima della disfatta la popolarità gli aveva procurato grossi contratti pubblicitari. Oggi, dicono gli spiriti più caustici, potrebbe al massimo fare la reclame del Titanic.

 

U
URUGUAY
Uruguay in questo Mondiale vuol dire Suarez e il morso a Chiellini. Un gesto recidivo, riproposto fino alla nausea dai media di tutto il mondo. E psicanalizzato dal fior fiore degli specialisti. Difeso in patria perfino dal suo presidente José Mujica, l’imprevedibile attaccante ha poi morso anche i fans più irriducibili ammettendo la volontarietà dell’atto e chiedendo scusa. C’era in ballo il passaggio dal Liverpool al Barcellona e un contratto da favola per i suoi denti. Se Dracula rinasce, stavolta sceglie di fare il calciatore.

 

V
VERGOGNA
Vergogna è stata la parola più ricorrente dopo il Mineirazo, la sconfitta brasiliana per 7-1 sul campo di Belo Horizonte che ha rinnovato lo psicodramma nazionale del Maracanazo (la debacle contro l’Uruguay per 2-1 nell’incontro decisivo a Rio del ’50). Sono fiorite paginate e ore televisive di dibattiti su quale fosse l’onta maggiore. E pensose dissertazioni sul destino cinico e baro che vuole il Brasile, superpotenza calcistica con cinque titoli mondiali nel carniere, mortificata tutte le volte che ospita la Coppa. Al capezzale del grande ammalato sono accorsi anche gli psicologi che hanno spiegato per filo e per segno come si elabora il lutto. Consigli sono stati impartiti pure per il trattamento dei traumi da delusione patiti dai bambini. Toccante la richiesta di un piccolo, costernato a fianco del padre sugli spalti del Mineirao. Dopo il quinto gol è scoppiato in lacrime: “Papà, scendi a pregare i tedeschi che non segnino più”.

 

Z
ZONA SUL
La Zona Sul è l’area più ricca di Rio. Comprende i quartieri di media e alta borghesia di Copacabana, Ipanema, Leblon e Barra. Ospita anche gli studios di Rede Globo, la prima emittente televisiva del Brasile, specializzata nella produzione di telenovelas. Dopo l’eliminazione del Brasile, si è abbassata l’audience delle partite ed è aumentata quella per “Em familia”, la soap opera di prima serata. Cocentemente delusi nella prima passione nazionale, i brasiliani hanno trovato consolazione nel secondo pilastro del costume nazionale. Come ha detto Scolari, la vita continua. In Brasile sulla telenovela non tramonta mai il sole.

  15 luglio 2014