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29 settembre 2014

expo

Expo, flop annunciato?
Per il grande appuntamento milanese previsti 20 milioni di visitatori. Ma mancano 31 settimane e le prenotazioni sono quasi a zero. E gli operatori protestano: troppe incertezze e poca promozione
Francesca Sironi su l'Espresso | 29 settembre 2014

Dietro la recinzione s’intravedono le prime architetture: pilastri di acciaio e cemento si alzano finalmente dal suolo. Il cantiere di Expo cresce: a immortalare i boccioli sono accorsi politici, ufficiali, autorità. Il problema è che mentre tutti guardano cosa si muove dentro il cantiere pochi si accorgono del deserto che c’è fuori. Quali spettacoli, quali meraviglie dovrebbero convincere il resto del mondo a correre alla nostra Esposizione Universale? Il governo continua a promettere numeri da colossal, tali da giustificare i miliardi di soldi pubblici spesi per la monumentale kermesse: 20 milioni di visitatori, 24 milioni di biglietti stampati. Ma al grande evento mancano meno di 31 settimane e ad ascoltare i più importanti albergatori di Milano e dintorni, «nulla si muove». Prenotazioni? Pochissime. Ottanta stanze di qua, meno di là, un flop le prevendite online. Le delegazioni ufficiali iniziano solo adesso a farsi avanti. Delle 110 mila persone che dovrebbero accalcarsi nella metropoli lombarda ogni giorno per sei mesi, stando alle stime ufficiali, non c’è traccia all’orizzonte. E sì che gli appassionati della Settimana del Mobile di aprile hanno già confermato la loro presenza e fermato i posti letto a disposizione. La marea umana di Expo? Non pervenuta.

L’incertezza contagia così anche agenzie turistiche, tour operator, noleggiatori di bus. «Richieste? Ancora non ne abbiamo ricevute», conferma Claudio Astori di Zani Viaggi. «Ma è anche vero che i prezzi dei biglietti sono stati definiti da 15 giorni» (saranno 32 euro a ingresso a persona). «A Milano abbiamo fermato solo duemila stanze», aggiungono da Gartours, leader per gli arrivi dalla Russia. «No dal Veneto nessuno ci ha prenotato dei pullman. Pubblicità? Non ne ho viste», rispondono dalla vicentina Oliviero Tours. Insomma, fra quegli operatori che secondo uno studio commissionato da Expo spa all’Università Bocconi dovrebbero fatturare grazie all’evento 3,5 miliardi di euro serpeggia più smarrimento che adrenalina pre partita. E l’allarme-promesse è arrivato anche dal numero uno di Confindustria, Giorgio Squinzi: «Venti milioni di turisti mi sembrano una cifra ottimistica», ha detto, pensando alle imprese che si sono esposte finanziariamente per agganciare l’opportunità dei record e temono adesso di rimanere a secco. «Le previsioni sono giuste», ha risposto piccato il ministro Maurizio Martina.

NEBBIA PADANA
Che succede? Che forse perché troppo impegnate a reagire agli arresti, agli scandali, ai ritardi, a trasformare il “fare presto” in un mantra nazionale, le istituzioni sembrano essersi dimenticate dei visitatori, di quel pubblico che andrebbe persuaso a venire in Italia per l’occasione. «Per un grande evento senza repliche come è l’Esposizione Universale, la comunicazione è essenziale», spiega a “l’Espresso” Alain Dupeyras, direttore dell’ufficio sul Turismo dell’Ocse: «Per questo l’informazione e la pubblicità dovrebbero viaggiare in largo anticipo, diciamo almeno due anni prima, con un crescendo d’intensità all’avvicinarsi dell’inaugurazione». Due anni prima? Non da noi. Secondo Philippe Daverio se le torme di turisti promesse tardano a manifestarsi è a causa di un’offerta culturale che manca, di una promozione balbettante dentro e fuori la nazione, di una «indifferenza pubblica che va oltre l’imbarazzo». Perché un francese, un russo, un cinese, dovrebbero affrettarsi a organizzare nel 2015 il loro grand tour d’Italie? Quali star saliranno sul palco? E quando? Quali Leonardo in mostra? Quale Caravaggio? I Bronzi di Riace? Le grandi case di moda proporranno qualcosa di speciale in quei sei mesi oppure no? I produttori di design? E di formaggi? Gli unici ad essersi mossi sembrano essere i maestri del vino. D’altronde è difficile affermare certezze quando la fine dei lavori per una delle principali infrastrutture di Expo, il viale su cui sorgerà il padiglione italiano, è prevista per il 30 aprile 2015: il giorno prima dell’inaugurazione. E il ritardo medio è di 21 settimane.

ASPETTANDO UNA SVOLTA
«Allora, vediamo, prenotazioni... Ad oggi abbiamo chiuso due contratti per gli staff di alcuni padiglioni istituzionali. Sono in totale 80 stanze al giorno». Tutto qui? «A maggio abbiamo messo in vendita delle camere a tariffe allettanti, sotto i 100 euro, per i sei mesi di Expo». Il risultato? «È stato nullo: abbiamo tirato su 15mila euro. Ma non ci aspettavamo molto di più. I viaggiatori si muoveranno più tardi». Renzo Iorio è amministratore delegato di Accor Italia, un gruppo che solo nella zona interessata dall’Esposizione conta 20 alberghi, dagli economici Ibis ai lussuosissimi Memorable. Lui è convinto che «ce la faremo». Ma con previsioni molto ridotte rispetto alle promesse. Le 60mila stanze d’albergo di Milano, sostiene, non saranno occupate al completo, come avviene durante il Salone del Mobile, ma al massimo si riempiranno il 20 per cento in più del solito. «Guardi, ho chiesto ai direttori di tutti i nostri hotel, eravamo in riunione poco fa, e lo confermo: non abbiamo ancora alcuna prenotazione legata all’evento. Solo un gruppetto di amici italiani per un weekend di giugno e qualche richiesta rimasta sul vago», aggiunge l’amministratore delegato di un’altra catena – otto alberghi a Milano -, che preferisce non essere citato: «Questa immobilità per me non è normale. Soprattutto per i clienti “business”: per il design, la moda, le moto, si muovono con largo preavviso. Ora no. E in questo caso dovrebbero dormire in città non migliaia, ma milioni di persone».

TOCCATA E FUGA
Iorio è anche presidente di Federturismo, e al di là delle magre premesse mostra una sincera fiducia nell’occasione-Expo: «È vero», ripete, «per ora segnali forti non ce ne sono stati, ma li attendiamo». Questo atteggiamento, di preoccupazione nient’affatto disperata, è costante fra gli operatori del settore. Alessandro Saccoccio, direttore marketing di Gartour, un tour operator che ogni anno porta in Italia 500mila stranieri, di cui 250mila dalla Russia, è rivenditore ufficiale di Expo dal settembre del 2013. «Non è facile», ammette: «Un anno fa nessuno la conosceva, toccava a noi spiegare all’estero di che si trattasse, per vendere i pacchetti. Poi a maggio ci siamo trovati a dover rassicurare i clienti che l’evento ci sarebbe stato nonostante gli scandali». Le previsioni sono buone: «Ci aspettiamo di portare 100mila russi in più rispetto al normale». Non manca d’ottimismo, visto che per ora «le conferme sono solo il 15 per cento». Adesso, sostiene, quello che ancoranon si vede è un calendario di proposte straordinarie legate al tema di Expo, “Nutrire il pianeta”. «L’unica città che l’ha fatto è Torino. Così stiamo proponendo tour in cui a Milano ci si ferma al massimo una notte. Poi via: gli outlet di Serravalle e i negozi della Repubblica di San Marino per lo shopping; Torino, Verona e Venezia, forse anche la Sicilia, per il turismo». Una prospettiva che incupisce Claudio Astori di Zani Viaggi, proprietario di oltre 80 bus fra cui ci sono i due piani dei “CitySighseeing”: «Per essere rivenditori ufficiali di Expo abbiamo investito parecchio», spiega, «anche perché abbiamo dovuto comprare in anticipo uno stock di biglietti. L’abbiamo fatto convinti che i visitatori arriveranno a Milano per scoprire Milano». Hanno anche aumentato la flotta di battelli per le visite guidate dai navigli, seguendo la promessa di Expo che la città si sarebbe trasformata, affacciandosi sull’acqua come nel Rinascimento, con l’apertura di nuove vie navigabili. Poco più di un sogno, visto che di canali ne verranno realizzati sì e no la metà. «Per ora c’è molta curiosità non approfondita», dice: «Ma dobbiamo insistere. È un’occasione che non possiamo perdere».

REGIONI DISTRATTE
Lontano dalla Madonnina questa determinazione s’offusca. Secondo i numeri dell’Università Bocconi, undici di quei 20 milioni di turisti dell’Esposizione dovrebbero arrivare dalle altre regioni italiane. Ma le aspettative non sono confortanti. «Expo? E che c’entriamo noi? No, qui non se ne parla. Non s’è mosso niente: autorità, agenzie, niente», dicono da Boldrini Trasporti, uno dei principali noleggi di bus di Rimini, sempre impegnato per le fiere locali. «Expo? Ma che domande sono? Dalla Sicilia non ci sono richieste. E non penso ci saranno», ribadiscono gli amministratori di Cuffaro trasporti, una delle più grandi autolinee del Sud. «La regione Veneto non c’entra con Expo. Noi non ne saremo toccati», aggiunge la proprietaria vicentina di Oliviero Tours. L’andazzo è questo anche altrove. «Pochissimi italiani sentono proprio l’evento. Le amministrazioni regionali non ci hanno investito», sostiene Renzo Iorio: «Non solo non lo comunicano ai residenti. Ma non lo promuovono nemmeno all’estero». Così, mentre Dubai sta già facendo volare aerei Emirates con un enorme “Expo 2020” scritto sul fianco, cinque anni in anticipo rispetto all’inaugurazione, la promozione oltreconfine della nostra Fiera Universale non è decollata. «I miei colleghi stranieri non la conoscono», ammette Iorio. «Negli incontri extraeuropei dobbiamo ancora spiegare», aggiunge Saccoccio. Finisce che anche il massimo esperto di Turismo dell’Ocse, Dupeyras, è confuso sulla natura dell’iniziativa: «Expo 2015: il tema è quello dell’acqua, giusto? Dell’acqua come risorsa e dei canali di Leonardo, no?», chiede durante l’intervista, dimostrando di non sapere che la città non diventerà una Nuova Venezia com’era previsto.

VIVA LA CINA
«Fino all’inizio dell’anno è andata piuttosto bene: qualche richiesta, curiosità. Ma da maggio riceviamo soprattutto preoccupazione. C’e incertezza su date, eventi, prezzi delle stanze», racconta il titolare di una delle principali agenzie per il turismo cinese in Italia. E sì che la Cina è una vera speranza: da Pechino dovrebbero atterrare a Malpensa un milione di turisti in sei mesi. Il padiglione del gigante asiatico sarà fra i più sontuosi. I visti concessi da Roma sono stati raddoppiati per l’occasione: supereranno i 600mila nel 2015. Il tour operator Alessandro Rosso, da solo, li ha bloccati praticamente tutti, stipulando un contratto per 750mila Expo biglietti destinati al mercato cinese. Il partner è Boya Investment Consulting, una società domiciliata nel paradiso fiscale delle Isole Vergini: «Gli anticipi sono stati versati, Boya provvederà a saldare il resto entro aprile 2015», spiega Rosso: «Nei prossimi mesi Expo organizzerà incontri nelle principali città insieme al governo di Pechino, e questo sicuramente aumenterà le vendite».

LA PAURA FA SIVIGLIA
A preoccupare gli albergatori lombardi è il fantasma di Siviglia, l’ombra lunga dell’Expo andalusa del 1992, quando per dimostrare di aver raggiunto i 40 milioni di visitatori promessi gli organizzatori conteggiarono anche gli ingressi giornalieri di tutto il personale, compresi camerieri e receptionist, mentre nei padiglioni erano entrati meno di tre milioni di turisti, come racconta Pieter van Wesemael in un libro sulla sorte delle fiere universali. Lo scivolone che proprio non possiamo permetterci, conclude l’esperto dell’Ocse, Dupeyras, è deludere chi verrà: «La chiave del successo saranno i primi giorni, le prime settimane.Se i visitatori avranno un’esperienza positiva, se sentiranno che l’Expo e la città offrono qualcosa di straordinario, allora saranno loro stessi a comunicarlo, accelerando il successo della manifestazione. Se invece i primi commenti saranno negativi, rialzarsi in pochi mesi sarà molto difficile».



Emilia, elettori in fuga dalle primarie del Pd
DELUSI. Vince Bonaccini ma dopo scandali e inchieste crolla l’affluenza: -85% rispetto al 2013.
Emilia, Bonaccini vince a urne vuote.

David Marceddu su il Fatto Quotidiano tramite triskel182 | 29 settembre 2014

Alla fine, come previsto, le primarie più tormentate della storia del Partito democratico incoronano Stefano Bonaccini candidato alla presidenza della Regione per il centrosinistra con il 60% dei consensi, contro il 40% del suo sfidante Roberto Balzani, ex sindaco di Forlì. Eppure, quella del fedelissimo di Matteo Renzi, che nella corsa era appoggiato praticamente da tutte le anime del Pd, è una festa solo a metà. Rovinata da una vittoria non schiacciante contro lo sfidante, e soprattutto da un calo dell’affluenza ai gazebo che da queste parti ha pochi precedenti: appena il 15% delle persone che un anno fa parteciparono alle primarie tra Renzi, Gianni Cuperlo e Pippo Civati sono tornate al voto. 

Alla fine della giornata il numero dei votanti si è fermato infatti sotto quota 60 mila. Che ci sarebbe stato un calo nel numero dei votanti era nelle previsioni, tanto che i seggi erano stati ridimensionati dal partito già nei giorni scorsi: da 960 erano statiportati a 800. Tuttavia che il tracollo sarebbe stato del-l’85% rispetto alle primarie 2013, era inimmaginabile.  

NELLA SEDE REGIONALE del Pd provano a minimizzare. “Non si può paragonare questa tornata con quella che ha incoronato Matteo Renzi segretario”. Il parametro di riferimento, secondo loro, è piuttosto quello delle ‘parlamentarie’ del 30 dicembre 2012. Ma anche allora i votanti furono 151 mila. Quasi il triplo rispetto a ieri. È però un’altra considerazione a preoccupare i dirigenti: i tesserati al Pd in Emilia Romagna sono 75 mila. Nella regione rossa per eccellenza un iscritto su tre non è dunque andato a votare. Tra i tanti militanti che non sono andati ai gazebo l’unico assente giustificato era Romano Prodi, da qualche giorno ricoverato in ospedale per una lieve affezione bronchiale. Niente di grave, ma soprattutto nessun caso politico, hanno assicurato le persone a lui vicine: il Professore avrebbe voluto partecipare alle primarie, come ha sempre fatto.   Una vicenda tormentata   quella di queste primarie 2014. Subito dopo le improvvise dimissioni di Vasco Errani a luglio, dopo una condanna in appello per falso ideologico, era partito il totonomi. Quello più quotato per la successione a governatore sembrava essere quello del sindaco Pd di Imola, Daniele Manca. Benvoluto sia dai bersaniani che dai renziani, apprezzatissimo dallo stesso Errani, la sua strada sembrava spianata. Contemporaneamente si erano fatto avanti il parlamentare Matteo Richetti e l’ex sindaco di Forlì Roberto Balzani. Stefano Bonaccini, allora segretario regionale e braccio destro di Matteo Renzi a Roma, era rimasto indeciso sino alla fine di agosto, quando era finalmente sceso in campo. A quel punto, ritiratosi Daniele Manca, in corsa erano rimasti solo Richetti, Bonaccini e Balzani. Il 9 settembre però il colpo di scena. Richetti si ritira: la procura della Repubblica di Bologna lo indaga per peculato per la vicenda dei rimborsi in Regione. Bonaccini, indagato per lo stesso motivo (anche se ora i pm hanno chiesto l’archiviazione della sua posizione) rimane invece in corsa in una sfida a due da superfavorito contro l’outsider Balzani. Il resto è storia di questi giorni.  

NONOSTANTE l’affluenza al voto rischi di renderlo un candidato dimezzato, Stefano Bonaccini il 23 novembre sarà molto probabilmente il prossimo presidente della Regione Emilia Romagna. Difficile infatti che lo strapotere del Pd possa essere contrastato da Grillo e dalla sua candidata Giulia Gibertoni, modenese come il candidato democratico. Il Movimento 5 stelle peraltro nelle ultime settimane è stato attraversato da polemiche interne legate alla esclusione dalle primarie per la candidatura di Andrea Defranceschi, consigliere regionale uscente del M5s. E questo potrebbe pesare alle urne. Il centrodestra invece un candidato neppure ce l’ha ancora e la sua ricerca sembra in alto mare: difficile trovare un politico candidato a sicura sconfitta.



Hong Kong spaventa la Cina
Gwynne Dyer su Internazionale | 29 settembre 2014

La folla di manifestanti nelle strade di Hong Kong continua a crescere. Dal distretto finanziario la protesta ha raggiunto Kowloon e Causeway bay. La polizia usa gas lacrimogeni e spray urticante, e presto arriveranno anche i proiettili di gomma. Non è la fine del mondo, ma si tratta comunque della protesta più imponente organizzata in Cina da quando il movimento per la democrazia di piazza Tiananmen è stato soffocato nel sangue 25 anni fa.

Naturalmente Hong Kong è una realtà molto diversa dal resto della Cina, e la regione non è sottoposta alla stessa dittatura arbitraria che incombe sul resto del paese. Nonostante sia rimasta sotto il controllo del regime comunista di Pechino da quando il Regno Unito ha restituito i suoi territori al governo cinese nel 1997, l’accordo siglato da Londra garantiva che per 50 anni Hong Kong avrebbe mantenuto il suo sistema sociale, inclusi la libertà di espressione e lo stato di diritto.

L’accordo “uno stato, due sistemi” prevedeva inoltre che “la regione amministrativa speciale di Hong Kong” sarebbe diventata più democratica con il passare del tempo. Al momento della partenza dei britannici esisteva già un consiglio legislativo eletto, ma Pechino aveva promesso che entro il 2017 anche il chief executive sarebbe stato eletto democraticamente. Attualmente la carica è assegnata da una “commissione elettorale”, formata da 1.200 persone e nettamente filocinese.

La verità è che le elezioni libere sono una concessione troppo democratica per il regime cinese, preoccupato che il resto della Cina possa avanzare simili rivendicazioni. Per questo motivo il governo ha deciso di non mantenere la sua promessa. Il mese scorso l’assemblea nazionale del popolo ha dichiarato che a contendersi la poltrona di chief executive potranno essere solo tre candidati, che avranno inoltre bisogno dell’approvazione di una commissione nominata da Pechino.

Questa svolta è all’origine dell’ondata di proteste. “Che differenza c’è tra un’arancia marcia, una mela marcia e una banana marcia?”, ha chiesto durante un raduno Martin Lee, presidente fondatore del Partito democratico. “Vogliamo un vero suffragio universale, non una democrazia di stampo cinese”.

Li Fei, vicesegretario della commissione cinese che ha redatto la nuova regola, ha dichiarato che l’aumento delle candidature creerebbe una “società caotica” e ha sottolineato che Hong Kong dev’essere governata da una persona che “ama il paese e ama il partito”. Questo tipico approccio comunista ha lasciato ai democratici di Hong Kong solo due alternative: protestare o arrendersi. Oggi per le strade di Hong Kong ci sono migliaia di manifestanti, ma come evolverà la situazione?

La tempistica non è favorevole al movimento filodemocratico di Hong Kong, perché il (relativamente) nuovo leader supremo di Pechino, il presidente Xi Jinping, non può permettersi di fare concessioni.

Da quando è salito al potere due anni fa, Xi ha lanciato una massiccia campagna anticorruzione che gli ha procurato diversi nemici. Almeno trenta alti funzionari (insieme a centinaia di parenti e collaboratori) sono stati indagati o incarcerati. Se la purga si estenderà potrebbero essere (giustamente) arrestati migliaia di funzionari. Nell’ultimo anno e mezzo circa settanta funzionari si sono tolti la vita.

La campagna contro la corruzione è assolutamente necessaria, ma incontra una feroce opposizione da parte di quelli che temono di poterne pagare le conseguenze, come la famiglia e i collaboratori degli ex presidenti Hu Jintao e Jiang Zemin. La rabbia nei confronti del governo è alimentata anche dal fatto che la famiglia e i collaboratori del presidente Xi Jinping sono stati magicamente risparmiati dalla purga.

Molti esponenti di spicco della gerarchia comunista sarebbero felici di vedere Xi indebolito o almeno costretto a fermare la sua campagna anticorruzione. Se il presidente si arrendesse alle proteste di Hong Kong, offrirebbe un pretesto ai suoi nemici per schierarsi contro di lui a difesa del monopolio di potere del Partito comunista, e non solo dei loro interessi personali.

Anche un eccessivo uso della forza per sedare la protesta e un eventuale massacro provocherebbero un’ondata di critiche nei confronti di Xi, ma in questo caso gli attacchi arriverebbero solo dall’estero. Come abbiamo constatato ai tempi di piazza Tiananmen nel 1989, i quadri comunisti hanno la tendenza ad appoggiare l’uso della forza per difendere i loro poteri e privilegi.

Per quanto riguarda l’opinione pubblica cinese, gli eventi di Hong Kong sono descritti dai mezzi d’informazione statali (quando ne parlano) come azioni antipatriottiche di persone manipolate dalle potenze straniere. Molti cinesi non credono a questa versione, ma allo stesso tempo non intendono ribellarsi per sostenere il popolo di Hong Kong, che considerano privilegiato e viziato.

Senza dubbio Xi Jinping preferirebbe vincere lo scontro con il movimento democratico di Hong Kong in modo pacifico, ma è pronto a usare tutta la violenza che sarà necessaria per reprimere la protesta. Un bagno di sangue danneggerebbe profondamente le relazioni tra la Cina e il resto del mondo, ma il presidente ha ben chiare le sue priorità.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

 

  29 settembre 2014