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20 ottobre 2014

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Expo, ecco gli sponsor dei tangentisti
Il costruttore Maltauro mette a verbale i nomi di Bersani, Berlusconi, Lupi, Maroni, Burlando, Sposetti e un collaboratore di Fassino. E accusa: c'è un nuovo sistema nazionale delle mazzette, i big di partito proteggono i faccendieri senza correre rischi
Paolo Biondani su l'Espresso | 20 ottobre 2014

Sistema Expo? No, sistema Italia. Nei suoi interrogatori, finora rimasti segreti, l'industriale Enrico Maltauro non si è limitato a confessare le singole corruzioni per cui è stato arrestato a Milano nella retata dell'otto maggio scorso. Ha rivelato ai magistrati come funziona a livello generale il sistema delle tangenti sugli appalti, descrivendo una rete di potere e sottopotere di portata nazionale, che coinvolgerebbe politici di primissimo piano. E che sembra quasi la diretta continuazione, ma in una versione perfezionata, del vecchio meccanismo centralizzato di malaffare politico-economico che fu scoperchiato vent'anni fa dai pm di Mani Pulite.

Mentre svela il nuovo “sistema illecito”, l'industriale veneto non parla in astratto di opinioni personali: sta spiegando ai magistrati milanesi in che modo è riuscito a raggiungere effettivamente il risultato concreto di aggiudicarsi svariati appalti da centinaia di milioni di euro. Il metodo corruttivo da lui descritto, in estrema sintesi, funziona così: nelle tante e in apparenza diverse Tangentopoli di oggi, a sporcarsi le mani con i reati sono soltanto i faccendieri locali che incassano e distribuiscono le tangenti; gli imprenditori che le pagano; e i pubblici ufficiali che truccano gli appalti in cambio di soldi e incarichi lucrosi. Ma se il motore delle illegalità sono proprio i faccendieri che non rivestono alcuna carica ufficiale, a metterci la benzina che fa funzionare il sistema sono i loro protettori politici. Che non intascano mazzette, non commettono nessun reato, non rischiano alcuna accusa. Senza il loro appoggio, però, i faccendieri non conterebbero nulla. E il problema della corruzione in Italia forse riguarderebbe solo poche mele marce.

E' in questo quadro articolato su più livelli, riassunto da Maltauro come “una fitta e intrecciata rete di relazioni politica e amministrativa”, che nei verbali del più importante imprenditore arrestato nell'inchiesta sull'Expo sono finiti i nomi di personaggi politici nazionali come Pierluigi Bersani, Claudio Burlando, Silvio Berlusconi, Maurizio Lupi e altri big di destra e di sinistra. Che non sono indagati. Anzi, proprio in base alle regole segrete di questo nuovo “sistema”, non sarebbero mai stati indagabili da nessuna Procura. Anche se, sempre stando alle rivelazioni-confessioni del primo imprenditore pentito della nuova Tangentopoli milanese, ognuno di questi politici nazionali avrebbe avuto, almeno fino a pochi mesi fa, i propri faccendieri “di riferimento”, con relativo codazzo di aziende amiche. Faccendieri tra i quali spiccano, appunto, i primi arrestati dell'inchiesta sull'Expo: Gianstefano Frigerio a destra, Primo Greganti a sinistra.

Sono quasi le sette di sera del 27 maggio 2014 quando Enrico Maltauro, dopo cinque ore di interrogatorio in cui ha ormai confessato le sue corruzioni da tre milioni di euro per gli appalti dell'Expo e per le discariche nucleari della Sogin, accetta di raccontare ai pm Antonio D'Alessio e Claudio Gittardi il sistema generale della corruzione in Italia. «La signoria vostra mi chiede di descrivere in maniera più specifica come era strutturato questo sistema illecito che ho sinora analiticamente descritto: voglio dichiarare che, per quel che ho avuto modo di vedere in questi anni, si tratta di un sistema costruito attraverso una fitta ed intrecciata rete di relazioni politica e amministrativa, in cui l'obiettivo fondamentale è quello di intervenire in modo concreto ed efficace nell'ambito del sottogoverno e della dirigenza pubblica».

Rotti così gli indugi, Maltauro si decide a rivelare ai magistrati quello che fino ad allora era il pezzo mancante della nuova Tangentopoli milanese: com'è possibile che gli appalti milionari dell'Expo e della Sogin siano stati pilotati da faccendieri come Frigerio e Greganti, che sulla carta non hanno più alcun potere politico né amministrativo? La risposta, secondo l'industriale veneto, è proprio la rete di potere politico che sostiene questi ed altri faccendieri: «Tutti questi personaggi, ed in particolare Frigerio e Greganti, mi sono sempre apparsi in grado di interagire con numerosi soggetti, orbitanti sia nell'alta amministrazione dello Stato, sia nelle più significative società a partecipazione pubblica: in sostanza, essi erano in grado di intervenire in favore degli imprenditori di riferimento, nell'ambito soprattutto delle procedure di gara, intervenendo su pubblici funzionari competenti grazie a mediazioni, frequentazioni ed aderenze politiche. Questo intervento (sui pubblici funzionari) veniva quasi sempre svolto in maniera organica e congiunta, nel senso che essi erano in grado di fare perno sulle più svariate componenti politiche di riferimento, sempre tenendo conto delle circostanze e del personaggio da favorire».

E qui Maltauro, che è difeso dagli esperti avvocati Giovanni Dedola e Paolo Grasso, si assume la responsabilità di fare i nomi: «Intendo essere più preciso su questi riferimenti politici ed al riguardo specifico che Greganti, nelle occasioni in cui ho avuto modo di discutere direttamente con lui, e comunque per quello che sul punto mi hanno anche riferito gli altri indagati come Frigerio e Sergio Cattozzo, manteneva ancora un'assidua frequentazione politica con personaggi appartenenti alla vecchia guardia del Partito Democratico, con i quali sapevo che manteneva rapporti anche nell'attualità. Tra questi, egli (Greganti) mi ha fatto i nomi di Bersani, Fassino, Burlando e Sposetti».

L'industriale vuota il sacco anche sulla parte politica a cui ammette di sentirsi più vicino: «Parimenti Frigerio mi diceva innanzitutto che il suo punto di riferimento politico era Silvio Berlusconi, con il quale aveva una certa frequentazione; tuttavia egli mi fece parola anche di altri personaggi di quell'area politica, tra cui Gianni Letta, il ministro Lupi, Maroni, Fitto, il presidente della provincia di Milano Podestà e l'assessore alla sanità della Regione Lombardia Mantovani».

Ed è sempre Maltauro a chiarire che, senza protettori politici, quei faccendieri non avrebbero alcun potere di condizionare gli appalti. «Intendo specificare che entrambi (Greganti e Frigerio) mi dissero in più occasioni che queste aderenze politiche erano assolutamente necessarie per portare avanti con successo questa rete di relazioni in grado di intervenire nei confronti dei dirigenti dello Stato e comunque di tutti i pubblici funzionari con i quali gli imprenditori dovevano avere rapporti».

Queste rivelazioni di Maltauro erano state segretate dai magistrati, che hanno tolto gli omissis (depositando i verbali integrali) solo una decina di giorni fa, quando hanno chiesto il rinvio a giudizio con rito immediato di tutti gli accusati nella prima fase dell'inchiesta milanese, che nel frattempo continua. La valutazione di queste dichiarazioni sui politici è molto difficile, anche perché non si tratta di fatti con una diretta rilevanza penale, i soli che andranno ricostruiti con assoluta precisione nei tribunali. Di certo i magistrati, almeno per ora, non hanno alcun motivo di pensare che un industriale del calibro di Maltauro, mentre viene interrogato in stato di detenzione, possa mettersi a raccontare bugie su un tema scottante come quello dei rapporti tra i faccendieri delle tangenti e i loro presunti sponsor politici nazionali. Il vero problema è che Maltauro è in grado di riferire solo quello che gli dicevano Frigerio e Greganti, che potrebbero aver avuto interesse a esagerare le loro entrature nei partiti, appunto per spillare soldi al ricco imprenditore. Infatti nei giorni della prima retata per l'Expo, quando i giornali pubblicarono le più pesanti intercettazioni degli arrestati, molti politici liquidarono i primi riferimenti ai loro nomi come fandonie, millanterie, vanterie, parole in libertà pronunciate solo per fare colpo. Ora però c'è un imprenditore del peso di Maltauro che si è assunto la responsabilità di dichiarare a verbale quei nomi, davanti ai magistrati milanesi che lo hanno arrestato, e indicare con precisione il presunto ruolo di quei politici nazionali rispetto al nuovo “sistema” della corruzione.

In alcuni casi, le indagini hanno già trovato i primi riscontri, ad esempio sull'attualità dei rapporti tra l'ex deputato Frigerio e l'ex premier Berlusconi. Per altri politici, almeno per ora, mancano invece conferme oggettive: al di là delle parole, in particolare, resta dubbio che Greganti riuscisse effettivamente a incontrare Bersani. Lo stesso Maltauro, in un passaggio dell'interrogatorio, precisa che Greganti non aveva rapporti diretti con Piero Fassino, ma con «un suo collaboratore di fiducia», di cui non sa dire il nome, anche perché non l'ha mai conosciuto. Forse è solo una coincidenza, ma quando scattarono gli arresti per l'Expo, destò stupore la scoperta che tra i collaboratori dell'attuale sindaco di Torino compariva anche l'ex funzionario del Pci Giancarlo Quagliotti, che era stato coimputato proprio di Greganti in un processo chiuso con la prescrizione. Ma se è vero che lo stesso Maltauro non attribuisce ai politici nazionali nessun reato, forse in un paese civile bisognerebbe cominciare a porsi anche il problema delle responsabilità politiche. Anche perché tra i primi faccendieri arrestati nell'inchiesta sull'Expo, compaiono due due tra i più famosi pregiudicati della Tangentopoli di vent'anni fa, che allora non rubavano per arricchirsi personalmente, ma intascavano montagne di soldi in nero proprio per i loro partiti.

Primo Greganti, ex funzionario comunista, ha scontato nel 1993 la più lunga carcerazione preventiva di tutta l'inchiesta Mani Pulite, rifiutandosi di rivelare i nomi dei suoi complici dentro la sinistra, ed è stato quindi condannato da solo, con sentenza definitiva, come tesoriere delle tangenti destinate al Pci per gli appalti dell'Enel. Nonostante questi precedenti, nella primavera del 2014, fino a pochi giorni prima del nuovo arresto, Greganti riusciva a entrare senza problemi al Senato (dove la polizia giudiziaria non ha potuto pedinarlo); incontrava europarlamentari di rango del Pd come Gianni Pittella; e offriva consulenze d'affari, a suo dire lecite, a favore di alcune tra le più importanti cooperative rosse, comprese quelle in cordata con Maltauro per l'Expo.

Gianstefano Frigerio, anche lui arrestato e inquisito a ripetizione tra il 1992 e il 1994, è stato condannato con tre sentenze definitive come cassiere delle tangenti della vecchia Dc milanese e lombarda. Ciò nonostante, nel 2001 è stato candidato in un collegio sicuro e puntualmente eletto in Parlamento con Forza Italia, appena tre giorni prima di essere riarrestato per scontare le sue precedenti condanne per corruzione e concussione. Eppure fino al giorno del suo nuovo arresto nel 2014, l'ex onorevole pregiudicato Frigerio continuava ad avere un proprio ufficio nella sede romana di Forza Italia e partecipava pure alle riunioni internazionali del Partito popolare europeo.

Un altro faccendiere arrestato in maggio a Milano, l'ex senatore Luigi Grillo, era stato uno dei principali indagati nell'inchiesta sulle scalate bancarie piratesche dell'estate 2005: in quel processo è stato assolto soltanto dopo che il parlamento, riconoscendogli il privilegio politico dell'immunità, ha impedito alla magistratura di utilizzare le sue intercettazioni telefoniche, che rappresentavano la principale prova a suo carico. Fino alle elezioni del 2013, quindi, Grillo è rimasto un potente parlamentare di Forza Italia, nonché presidente della strategica commissione Lavori pubblici del Senato. E il suo braccio destro, da anni, era Sergio Cattozzo, il faccendiere dell'Udc che dopo l'arresto ha confessato il proprio ruolo di tesoriere delle tangenti dell'Expo e della Sogin.

In attesa che i giudici stabiliscano se Frigerio, Greganti e gli altri faccendieri dicessero la verità sui loro sponsor politici, o se invece propinassero solo bugie al loro grande corruttore, va registrato che il diretto interessato, ovvero Maltauro, non sembra avere dubbi: decenni di esperienza nei grandi appalti in tutta Italia gli ha insegnato che la corruzione dei faccendieri funziona eccome, anzi non lascia scampo alle aziende oneste. Ed è lo stesso imprenditore veneto a chiarire questo concetto ai magistrati, quasi a giustificazione delle troppe tangenti che ha dovuto prima pagare e poi confessare: «In definitiva voglio aggiungere che si tratta di un sistema illecito, con il quale ho intrattenuto i rapporti che finora ho descritto, particolarmente efficace ed in grado di consentirmi di ottenere l'aggiudicazione delle gare alle quali ho partecipato», dichiara Maltauro, che sui faccendieri conclude: «Mi sono rivolto a questi personaggi poiché ritenevo, e ritengo, che questo rappresentava per me e per la mia azienda una necessità, nel senso che solo utilizzando questo sistema potevo garantire sopravvivenza e continuità alla mia attività imprenditoriale. D'altra parte, la mia precedente esperienza mi ha insegnato che, laddove ho partecipato semplicemente alle procedure di gara senza munirmi di alcuna protezione, ho perso inspiegabilmente la massima parte degli appalti, con particolare riferimento alla sanità lombarda e all'Anas». Tutta colpa di Frigerio e Greganti? Davvero, sopra i faccendieri, non c'è mai stato nessuno?


Nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!
Eugenio Scalfari su la Repubblica | 19 ottobre 2014

titoli dei miei articoli domenicali li faccio utilizzando spesso i versi dei poeti che si attengono secondo me a descrivere il tema meglio d'ogni altra soluzione. Di solito utilizzo Dante ma non sempre. Questa volta m'era venuto in mente paggio Fernando, un bellissimo giovane che gioca una partita a scacchi con una principessa straniera che corteggia e vuole sposare.

Direi che Renzi che gioca e corteggia Angela Merkel sarebbe stato un buon titolo e un bel finale perché Renzi avrebbe vinto la partita e conquistato la principessa. La gioiosa commedia la scrisse a fine Ottocento Giuseppe Giacosa e fu rappresentata con successo in moltissimi teatri italiani. Ma non credo che le cose sarebbero andate e andranno a quel modo. Sicché sono tornato al canto VI del Purgatorio dantesco di qui il titolo che avrete certamente già letto.

C'è però in quel titolo un errore che mi corre l'obbligo professionale di indicare ai lettori: non è vero che la nave Italia sia senza nocchiere. Il nocchiere c'è ed è Matteo Renzi.

Somiglia, è vero, a paggio Fernando ma è molto più duro di lui e esperto principalmente o soltanto in quella che si chiama politica politichese. Una buona parte dei leader italiani di questo periodo ha questa stessa e sola competenza. Per approfondire temi specifici e specializzati si valgono di collaboratori non sempre all'altezza della situazione. I consulenti di Renzi più noti (a parte Padoan che è un caso speciale emanato a suo tempo dalla volontà di Giorgio Napolitano) sono per lo più donne: la Mogherini, la Madia, la Boschi e tante altre ancora.

Intelligenti senza dubbio ma con scarsa esperienza e conoscenza delle questioni che dovrebbero trattare per dar consigli al loro leader il quale peraltro molti consigli e molto autorevoli non sempre li riceve di buon grado; la politica politichese è appunto questo: si inventa da sola le soluzioni.

Talvolta sono buone e danno buoni risultati, tal altre (il più delle volte) sono pessime e travolgono il Paese nel peggio. Voglio sperare che questa sia la volta buona.

Una delle ragioni per le quali Renzi non può essere battuto in un'aula del Parlamento è che mancano le alternative o almeno così si dice.

È curiosa questa mancanza di alternative della quale l'Italia da quando esiste come Stato repubblicano, ma anche prima, non avvertiva l'assenza. Dopo De Gasperi nella Dc venne Fanfani e con lui La Pira e Dossetti e poi De Mita e poi Cossiga. In un momento di estrema difficoltà economica e politica, l'allora primo ministro Giuliano Amato suggerì al presidente Scalfaro di chiamare a formare il nuovo governo Carlo Azeglio Ciampi e fu un vero e proprio trionfo perché tutte le soluzioni che gli erano state poste furono entro un anno portate a compimento e si fecero le nuove elezioni. Naturalmente Renzi ha degli appoggi ed anche importanti e uno di questi è Giorgio Napolitano il quale, prima di lasciare il suo incarico al Quirinale, vorrebbe che le leggi costituzionali fossero state quantomeno ampiamente avviate e tra queste la legge elettorale, la giustizia civile, la riforma del lavoro. Un tema, anzi un numero sterminato di temi, che farli tutti insieme è molto aleatorio.

Quando Renzi arrivò al governo dopo aver conquistato il Pd con un voto di tre milioni di simpatizzanti, e poi con un colpo di mano si mise al posto di Letta, sembrava che non ci fossero alternative di sorta e sembra tuttora, ma non è affatto vero. Ci sono alternative per il Quirinale, ci sono alternative per la Presidenza del Consiglio. Basta pensare ai nomi di Romano Prodi, Enrico Letta, Walter Veltroni, e molti altri che mi sembra inutile ora elencare e che possono essere tratti anche dalla Corte Costituzionale e da altri luoghi dove persone tra i sessantacinque e i settant'anni hanno formato una loro esperienza di vita.

La mancanza di alternative è dunque una scusa che è stata usata infinite volte in tutti i Paesi. Pensate a Obama di fronte alla dinastia dei Bush o pensate a Mitterrand dopo il postgollismo che aveva in mano il Paese e pensate infine a quanto accadde in Germania quando Schroeder diventò cancelliere e fece riforme fondamentali per ammodernare l'economia tedesca; poi perdette le elezioni successive ma ci fu una larga coalizione con la Merkel che non aveva nulla di simile alle larghe intese che tuttora dominano lo scenario italiano.

La posta in gioco in questo momento (lo dicono tutti e in tutti i Paesi) è quella di ravvivare lo spirito del popolo italiano e da questo punto di vista Renzi sembra la persona più adatta: ha coraggio, è spregiudicato, conosce alla perfezione la politica politichese, è un po' scarso nella qualità dei collaboratori.

All'inizio del periodo renziano, quando con un colpo di pugnale alla schiena fece fuori Enrico Letta dopo averlo rassicurato fino a poche ore prima, sembrava che il processo di risanamento e di rifondazione dello Stato sarebbe stato compiuto nientemeno che in quatto mesi, da giugno a settembre: la riforma elettorale, la riforma del Senato e la sua pratica abolizione, il Titolo V, la giustizia soprattutto quella civile ma non soltanto, e, perla tra tutte le perle, il mercato del lavoro. Quattro mesi per questo lavoro.

Renzi ci mise la faccia, poi quando ha visto come andavano le cose la faccia l'ha ritirata immediatamente e adesso non si sa dove quella faccia la conservi. Da quattro mesi passammo a mille giorni cioè all'intera legislatura.

Sembra molto, ma non lo è. Aldo Moro che di queste cose se ne intendeva a fondo, disse in un'intervista che ci volevano almeno vent'anni per rifondare lo Stato italiano e che quei vent'anni lui li voleva passare in alleanza tra il popolo cattolico e quello operaio dei lavoratori comunisti. Purtroppo lo disse quindici giorni prima di esser rapito dalle Br e due mesi e mezzo prima di esserne trucidato. E così quel disegno procedette ancora un poco zoppicando e poi scomparve. Adesso si parla di manovra. All'inizio, quando dai quattro mesi il crono-programma passò ai mille giorni, si parlò di 23 miliardi che poi salirono a 24, poi a 26, poi a 30, poi a 33 e infine, tre giorni fa, a 36.

Ora si spera che restino questi perché non si tratta di ricchezze miliardarie a nostra disposizione.

C'è un punto che resta fisso: il deficit di bilancio non supererà il 3 per cento. Lo sfiorerà, questo sì, cavandone una cifra di 11 miliardi.

Naturalmente speriamo che la caduta di due giorni fa degli spread di tutto il mondo e delle quotazioni di Borsa delle banche sia decisamente superata come è apparso venerdì mattina, ma coi tempi molti bui nei quali viviamo non ci si può contare in modo certo. Potrebbero nuovamente crescere o non diminuire abbastanza nel quale caso il risparmio che ce ne attendiamo almeno in parte si volatilizzerebbe. Speriamo comunque nel meglio.

C'è poi il ricavo dell'evasione fiscale contabilizzato per circa 3 miliardi. Di solito l'evasione fiscale viene contabilizzata quando è stata incassata e non quando è semplicemente prevista, ma capisco che la situazione è tale per cui la politica politichese impone questo strappo e pazienza.

La spending review dovrebbe dare 15 miliardi. Cottarelli aveva studiato a fondo per due anni questo problema, coadiuvato da persone di estrema competenza. Non paragonabile a quella delle ragazze di paggio Fernando. La conclusione era stata una trasformazione delle strutture dello Stato a cominciare dalla sanità, dai piccoli ospedali, dai posti di pronto soccorso, dai piccoli tribunali o preture. Apparentemente potrebbe sembrare che l'idea centrale di Cottarelli fosse quella di abolire fin dove possibile i piccoli insediamenti sanitari o amministrativi o giudiziari concentrando il massimo del lavoro su quelli maggiori.

In realtà, come sa chi ha avuto modo di parlare con lui e con i suoi collaboratori, il progetto non era esattamente questo. I piccoli ospedali se situati in zone di difficile accesso dovevano restare e diventare semmai più efficienti e la stessa cosa dicesi per i pronto soccorsi che ne diventavano in qualche modo una filiale minore. Naturalmente bisognava rimodernare in tutti i sensi (quello edilizio compreso) i grandi ospedali eliminando alcuni dei baroni che ormai avevano fatto il tempo loro e potevano tranquillamente proseguire i loro studi e le loro consulenze a casa propria o nei propri studi privati. Analoghi criteri valevano anche per i tribunali e le preture. Non c'era una lotta ad oltranza per far sparire i piccoli e concentrarsi sui grossi ma c'era una selezione tra piccoli efficienti e necessari e grossi a volte pletorici e invecchiati. Questo era il piano - per quanto risulta a me - di Cottarelli. Ma è un piano che mi ricorda le parole e le previsioni tempistiche di Aldo Moro, che non sono certo mille giorni. Io spero tuttavia che Renzi ce la faccia. Tra l'altro mi fa simpatia, del resto è normale perché la seduzione è il suo requisito principale e su quello basa il suo potere in modo non molto dissimile se non in meglio del Berlusca che l'aveva preceduto.

Il "figlio buono". E speriamo che lo sia. Ma se non lo sarà non portiamo in giro la favola che è insostituibile. I principi azzurri sono delle apparizioni di fantasia. Spesso risvegliano le ragazze, ma spesso no e risvegliano soltanto i Cappuccetti Rossi con i guai che ne vengono appresso.

Post scriptum. Vorrei dedicare qualche parola al tema che mi pare non più citato, dell'articolo 18. Ricorderete tutti come fu messo e perché e come fu salutato dai lavoratori che vedevano finalmente scomparire o attenuarsi i padroni e comparire al loro posto imprenditori capaci e disposti a lavorare come e più di loro.

Naturalmente il tempo passa e la società cambia e quindi il tema della giusta causa doveva necessariamente esser ridotto. Lo fece la Fornero, ministro del Lavoro nel governo Monti, donna di sinistra sociale. Restrinse i motivi di giusta causa alla discriminazione indicando a titolo esemplificativo la discriminazione di genere e di etnia. Ma era esemplificativo perché ci potevano essere una serie di discriminazioni abilmente nascoste ma che pure tali erano. Se per esempio l'imprenditore decide di licenziare un lavoratore perché ha gli occhi azzurri e gli sono antipatici, il lavoratore ha diritto di appellarsi al giudice per sapere se questa è una giusta causa non più esistente o una discriminazione esistente. Francamente non so quale sarebbe la risposta del giudice ma ho dei dubbi che sia certamente negativa per il lavoratore. Si possono fare decine e decine di altri esempi, per esempio quello di un lavoratore che viene licenziato perché fa la corte alla moglie dell'imprenditore la quale lo ricambia. È un problema privato o comporta anche un licenziamento? E se lo comporta, il licenziato non può appellarsi alla giurisdizione? E quale giurisdizione, perché alla fine di tribunale in Corte di appello e di Corte d'appello in Cassazione si arriva inevitabilmente alla Corte costituzionale la quale deve affrontare se la discriminazione sia in realtà una giusta causa oppure no. In molti casi non lo sarà, in altri lo sarà, sempre che sia approvata.

Io mi rendo conto che l'abolizione dell'articolo18 - che non conta assolutamente nulla per le ragioni sopraddette - rappresenti però una mano tesa di Renzi alla Confindustria e agli ambienti che ad essa si riferiscono.

Qui il politichese fa il suo gioco ed è naturale che lo faccia. Ma i lavoratori tuttora protetti, sia pure in modi più labili, sono 6 milioni di persone, che equivalgono a 10 milioni comprese le famiglie, ai quali bisogna aggiungere un indotto quindi si parla di molti milioni di persone. Che faranno queste persone? Scenderanno nelle piazze rispondendo alla Camusso e a Landini? Oppure andranno a farsi una partitina a carte e bere una birra in un parco fresco di qualche città? Mancano ormai pochi giorni e per quanto mi riguarda aspetto con molta curiosità se il vero politichese di chi dirige un partito soi-disant di sinistra democratica abbia convenienza a farsi stringer la mano più e più volte dal presidente della Confindustria e lotti a pugni con Camusso, Landini e dieci o dodici milioni di persone. Ecco un punto che per ora non so risolvere ma tra pochi giorni potremo parlarne con più attenzione.



  20 ottobre 2014