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20 ottobre 2014

la rivoluzione degli ombrelli

Le rivoluzioni e gli ombrelli
Conversazione con Adriano Sofri su
Facebook

Fra i manufatti umani, l'ombrello è dei più antichi e versatili, e il suo rilievo simbolico fu universale. Si legge di un antico sovrano birmano che si attribuiva il titolo di “Re dell'elefante bianco e Signore dei ventiquattro ombrelli”. Da noi oggi, fabbricati in Cina, si comprano da benedetti venditori africani o asiatici al primo accenno di acquazzone, a una tariffa usa e getta.

E di colpo i giovani di Hong Kong ne fanno l'insegna della propria impresa. Il bello delle rivoluzioni è che si trovano i loro simboli per una felice combinazione fra il caso e l'inventiva. A Hong Kong fa caldo, e bisogna proteggersi dal sole. Poi gli agenti speciali, nelle loro uniformi marziane, cominciano a usare spray al pepe e lacrimogeni, e viene fatto di proteggersi dietro gli ombrelli. Poi a un ragazzo, più esilarato degli altri, viene di mettersi a saltare in mezzo alla nube di gas con due ombrelli spalancati, e lo fotografano e lo battezzano “l'uomo-ombrello”, e di lì a poco è già un manifesto planetario.

Un giorno, al capezzale di Elsa Morante, e le dissi che fuori c'era una pioggia noiosa; “Sì –disse- ma gli ombrelli sono bellissimi quando si aprono”. Se avesse visto aprirsi gli ombrelli di Hong Kong! Anche i giovani di Hong Kong sono incerti se chiamare la cosa “rivoluzione” o “movimento”. Il primo nome sembra troppo solenne, e anche troppo canonico, il secondo promette di preservarne la duttilità, ma le cose poi finiscono, o comunque tornano a inabissarsi. Ora che le rivoluzioni politiche, quelle che si proponevano di conquistare il potere, non si fanno più, e così sia, le rivoluzioni si riprendono il loro diritto: che è quello di irridere la menzogna del potere, di denunciarne la violenza, e di proporre, almeno per un po', un altro modo di vivere insieme. Sbucano all'improvviso, non più come vecchie talpe pazienti che hanno saputo scavarsi la loro occasione: e tuttavia sotterraneamente, misteriosamente si ricordano le une delle altre, senza antenati ed eredi, come nella storia politica, ma per citazioni creative, come nella storia dell'arte.

In una delle innumerevoli variazioni grafiche –hanno fatto un concorso per il logo dell'ombrello, con risultati fantastici- c'è un ragazzo con l'ombrello aperto sulla testa che fronteggia la colonna dei carri armati: è una citazione del 4 giugno della Tiananmen, e fissa una parentela con quel meraviglioso giovane di Pechino che ipnotizzò la fila di tank col suo sacchetto di plastica in mano. Così è toccato alla Cina di offrire due immagini delle migliori della storia contemporanea: il giovane che ballava davanti al carro armato nell'89, e i ragazzi degli ombrelli nel 2014. (Però la migliore, quest'anno, è della bambina che estrae dalle macerie di casa a Gaza il libro di scuola). Le rivoluzioni si ricordano l'una dell'altra, senza preoccuparsi di essere in linea.

“Occupy Central” è la traduzione di Hong Kong di “Occupy Wall Street”, e la canzone che ne è diventata l'inno, “Do U hear the people sing …”, viene dal musical sui Miserabili, e le barricate montate ordinatamente con le transenne dai ragazzi di Hong Kong sono cugine di quelle parigine sulle quali muore Gavroche, senza finire la sua canzone. Nel riadattamento in cantonese per la rivoluzione degli ombrelli l'inno dice più o meno: “Nessuno ha il diritto di restare indifferente di fronte alle migliaia di fiammelle di candele che luccicano in ogni mano: noi ci battiamo audacemente per il diritto a votare il futuro che ci appartiene”. Victor Hugo sarebbe stato entusiasta, tanto più se avesse potuto vederlo quel firmamento di telefonini-candela luccicanti sollevati nella notte in tutta la città, e la miriade di ombrelli colorati. I simboli delle rivoluzioni sopravvivono loro, e le valgono.

Sapete perché la rivoluzione portoghese del 25 aprile 1974 si chiama “dos cravos”, dei garofani? Mentre i militari ribelli e la folla occupavano Lisbona, una sontuosa festa di matrimonio in un locale del centro dovette essere rinviata, e i titolari regalarono i garofani che l'avrebbero addobbata ai soldati, che li infilarono nelle canne dei fucili. La rivoluzione dei garofani. In Tunisia si chiamò dei Gelsomini, nel 2010, e l'anno dopo il governo cinese fu così spaventato dal contagio da censurare su Twitter la comparsa della parola: gelsomino. Gli ombrelli hanno qualcosa di più domestico e cattivante, specialmente quando sono rotti, rivoltati, storti, dopo aver fatto da scudo alle botte da orbi delle squadre speciali. (Ce n'erano anche nelle fotografie di ieri sugli scontri di Bologna: l'emulazione è veloce, ma l'analogia finiva troppo presto).

Per militanti che siano, gli ombrelli sono del tutto non-militari. Nei giorni scorsi, grazie al meticoloso Cottarelli, si è saputo che il regolamento proibisce agli ufficiali di coprirsi dalla pioggia con un ombrello. Regola universale, a quanto pare, visto che anche Obama ha dovuto scusarsi con un cadetto cui aveva chiesto di tenerglielo aperto sulla testa. L'ombrello è stato a lungo un accessorio femminile, e anche questo ha giovato al movimento di Hong Kong, che li ha scelti colorati, e ne ha mostrato la somiglianza con dei grandi fiori che si aprano e richiudano. La serietà e il coraggio di un movimento che sfida la prepotenza di un impero colossale e lo fa danzando con gli ombrelli, abitandoci sotto e scrivendoci sopra, e drizzandoli a testuggine, ecco un capitolo che il gran libro delle rivoluzioni cucirà con orgoglio tra le proprie pagine.

“Altre mani si leveranno e impugneranno le nostre armi”, scriveva il Che. “Se un ombrello si strappa –dice uno dei manifestanti di Hong Kong- un altro arriverà a rimpiazzarlo”. I tempi cambiano e si fanno la rima. Gli ombrelli poi hanno qualcosa del paracadute, ma di un paracadute alla rovescia, specialmente quando vento o manganelli li rivoltano, e sembrano poter portare le ragazze e i ragazzi in alto, come aquiloni. Hanno anche citato la Grande Rivoluzione Culturale, a Hong Kong: mettendo in mano alla giovane Guardia Rossa dei manifesti di allora che doveva spazzar via il Quartier Generale… un ombrello. E riempiendo la metropoli di minuscoli e minuziosi post-it, versione ingentilita dei tazebao di allora, ed espressione di una moltitudine composta di altrettanti individui manoscriventi. Uno dice: “Sono così arrabbiato che l'ho scritto”. Una moltitudine di persone che ha preso le sue legnate, ha curato la raccolta differenziata, ha fatto della propria città minacciata un'arca di Noé, e l'ha provvisoriamente salvata dal diluvio. Una Fahrenheit degli ombrelli. 


  20 ottobre 2014