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26 ottobre 2014

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Le pillole amare del Jobs Act
Andrea Fumagalli su alfabeta2 | 26 ottobre 2014

1. Sarebbe troppo facile paragonare la promessa di 800.000 posti stabili di lavoro del Ministro Padoan (grazie al Jobs Act) con l’analoga promessa (di poco superiore) di un milione di posti di lavoro fatta da Berlusconi esattamente 20 anni fa. L’analogia non sta solo nei numeri ma soprattutto nella non corretta informazione (quindi mistificazione) degli strumenti che si vorrebbero utilizzare per raggiungere l’obiettivo dichiarato.

2. Berlusconi all’epoca aveva affermato che era sufficiente che un imprenditore su cinque assumesse una persona e immediatamente si sarebbero creati un milione di posti di lavoro. Una banale constatazione che aveva il suo appeal comunicativo (ed elettorale) se il futuro nuovo governo operava a favore dell’economia di mercato e della stessa attività imprenditoriale, in un contesto di espansione economica. E infatti l’argomentazione ebbe il risultato sperato, mettendo in un angolo le scarse contro-argomentazioni dell’allora avversario Achille Occhetto. Peccato che nessuno (e men che meno Occhetto) aveva fatto rilevare che in Italia gli imprenditori non erano 5 milioni, ma solo 400.000 e quindi se uno su cinque (il 20%) assumeva una persona il massimo dell’occupazione possibile era di 80.000 unità. Per imprenditore si intende infatti colui che ha tre gradi di libertà (seppur vincolata): libertà di decidere come, quanto e a che prezzo produrre. Dei 5 milioni di lavoratori “indipendenti”, infatti, il 40% circa (2 milioni) è composto da lavoratoti autonomi e partite Iva che lavorano su commessa altrui (quindi eterodiretti), 20% sono liberi professionisti iscritti agli albo di settore, 15% sono soci di cooperative, 15% sono ditte familiari (dati Istat). I veri imprenditori sono quindi meno del 10%. E infatti, il milione di posti di lavoro divenne una chimera.

3. In un contesto economico del tutto diverso, l’attuale governo promette 800.000 posti di lavoro a tempo indeterminato. In realtà non si tratta di vera “creazione” di posti di lavoro, con conseguente calo del tasso di disoccupazione, ma piuttosto di sostituzione di contratti precari (cococo, tempo determinato, ecc.) con rapporti stabili di lavoro, sulla base delle stime (di fonte ignota) relative al futuro utilizzo del contratto di lavoro a tempo indeterminato con tutele crescenti. Peccato che ciò oggi non venga ricordato come ai tempi di Berlusconi non ci si ricordava del vero numero di imprenditori degni di tale nome.

4. Oggi non ci si ricorda neppure che con la legge 78 approvata in via definitiva lo scorso 16 maggio, nota come legge Poletti (o Jobs Act, atto I), si sancisce la totale liberalizzazione del contratto a termine (CTD) rendendolo a-causale (http://quaderni.sanprecario.info/2014/07/job-act-dal-diritto-del-lavoro-al-lavoro-senza-diritti-di-giovanni-giovannelli/). Viene fittiziamente posto un limite massimo ai rinnovi possibili (cinque), ma poiché i rinnovi non sono applicabili alla persona ma alla mansione, basta modificare quest’ultima per condannare una persona al lavoro intermittente a vita. La precarietà è stata così completamente istituzionalizzata.

5. Come uno specchietto per allodole, a mo’ di compensazione, con il testo approvato con voto di fiducia, si istituisce il contratto da lavoro dipendente a tutele crescenti, in relazione all’anzianità di servizio. Si tratta di un particolare “contratto a tempo indeterminato” che dà la possibilità al datore di lavoro di interrompere il rapporto in qualunque momento e senza motivazione nei primi tre anni. In pratica, in questo lasso di tempo, l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non si applica. Inoltre, poiché nel testo non si dice se tale tipo di contratto andrà a eliminare i contratti in essere, esso si aggiunge alla normativa già esistente. Ci si dovrebbe allora domandare: se già si può assumere (nel caso si voglia assumere) un lavoratore o una lavoratrice con un contratto a termine senza alcuna giustificazione, perché mai un datore di lavoratore sarebbe incentivato a utilizzare questo nuovo contratto “a tutele crescenti”? Ebbene, potrebbe essere disposto a farlo nel caso in cui avesse estrema necessità delle competenze e della professionalità del lavoratore/trice. Ma grazie alla “tutela crescente”, invece, potrà sottoporre a un periodo di prova, lungo la bellezza di tre anni, anche coloro che hanno questi requisiti. Si tratterebbe quindi di un contratto di lavorio di serie B, come evidenziano anche Boeri e Garibaldo (http://www.lavoce.info/quali-tutele-quanto-crescenti/). Il capolavoro è compiuto, il futuro incerto.

5. Ci viene detto che liberalizzare il mercato del lavoro è condizione necessaria e sufficiente per mettere un piede nel mercato del lavoro, soprattutto a vantaggio delle giovani generazioni. Non è vero. In primo luogo, tali politiche del lavoro sono sempre accompagnate da politiche di riduzione dei costi di produzione delle imprese con effetti di ridurre la domanda via austerity. La legge di stabilità 2015 presentata dal governo è un ottimo esempio. Diminuzione delle tasse delle imprese (Irap), dei contributi sociali per i neo assunti a tempo indeterminato, taglio di parecchi miliardi per la spesa degli enti locali e centrali (giustificati demagogicamente dalla volontà di ridurre gli sprechi, che, pure, ci sono, ma non di tale entità): provvedimenti che vanno a sostegno dell’offerta, sostenuti dall’idea che aumentare i profitti riducendo i costi faciliterà l’aumento degli investimenti e quindi della produzione e dell’occupazione. Non vi è nessun provvedimento serio a sostegno della domanda, se non gli insufficienti – e non per tutti – 80 euro di elettorale memoria. Non viene introdotto né un salario minimo, né un reddito minimo. Una seria riforma del welfare a sostegno dei redditi più poveri non viene neppure presa in considerazione. Non è necessario essere degli esperti economisti per comprendere che se non vi sono stimoli seri e duraturi (strutturali) alla domanda, anche in presenza di costi minimi, nessun imprenditore sano di mente rischia di investire per aumentare la produzione se si aspetta che poi le merci o i sevizi prodotti non verranno acquistati. Ne consegue che il Pil langue e il rapporto deficit/pil non può ridursi se il denominatore del rapporto non cresce, ma addirittura diminuisce.

6. In secondo luogo, oggi dopo vari anni di precarizzazione del mercato del lavoro e di politiche di austerity siamo in grado di misurare la loro efficacia. Qualche dato: nel corso dell’ultimo anno, sono stati persi più di 200.000 posti di lavoro: è il saldo tra le dismissioni e le assunzioni (dati Istat). Si tratta dell’effetto, mai ricordato, che sono stati cancellati più di 550.000 posti stabili di lavoro (grazie anche alle facilitazioni della riforma Fornero del giugno 2013 che ha introdotto il licenziamento individuale per motivi economici) e sostituiti da 350.000 circa posti di lavoro precario (in maggioranza a tempo determinato). Non solo l’occupazione è peggiorata in quantità ma anche in qualità! Ma non solo. Se guardiamo all’occupazione giovanile (dati Ocse), negli ultimi 5 anni la quota di giovani precari sul totale dei giovani occupati è passata dal 43% al 55%. Eppure, nonostante l’aumento della flessibilizzazione, il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato di oltre 10 punti percentuali, sino a sfiorare il 45%. Infine, l’indice di protezione dell’impiego (un indice che calcola la rigidità del lavoro) negli ultimi 10 anni è diminuito di quasi un terzo in Italia (sempre dati Ocse), mentre la disoccupazione è aumentata. A riprova che la causa prima della disoccupazione non risiede solo nelle condizioni interne a mercato del lavoro e men che mai nella sua presunta rigidità ma piuttosto nella debolezza della domanda finale.

7. Quando il ministro Padoan ha dichiarato che verranno creati 800.000 posti di lavoro, forse voleva riferirsi anche al fatto che con il piano Garanzia Giovani, introdotto nel Jobs Act Atto I e finanziato dalla Comunità Europea, si introducono avviamenti al mercato del lavoro per i giovani basati su stage sotto-remunerati, lavoro volontario e servizio civile. Il paradigma del lavoro gratuito si sta sempre più diffondendo nel nostro paese come modalità illusoria di poter mettere appunto un piede nel mercato del lavoro e distogliere i nostri giovani dalle sirene dell’ozio e della fannullaggine. L’evento Expo2015 testerà questa operazione. Ci saranno risultati? Difficile crederlo. Non si sazia un affamato, invitandolo alla tavola più o meno imbandita di un ristorante ma senza ordinargli nulla da mangiare!

8. Si dice che Renzi abbia inventato una nuova branca dell’economia politica: l’economia dell’annuncio. Probabilmente è vero, anche perché oggi l’annuncio caratterizza la svolta linguista della politica economica, come ci ricorda Christian Marazzi. Ma purtroppo ad alcuni annunci seguono fatti concreti, assai preoccupanti. Se guardiamo l’insieme dei provvedimenti che compongono il Jobs Act (atto I e atto II), crediamo che l’obiettivo sia di ridurre il mercato del lavoro italiano in tre segmenti principali, in grado di procedere ad una razionalizzazione della rapporto di lavoro precario, che ne consenta la strutturalità e la generalizzazione, in una condizione di ricatto (e sfruttamento) continuo:

a. si punta a fare del CTD il contratto standard per tutti/e, dai 30 anni all’età della pensione. Tale contratto, basato su un rapporto individuale, ricattabile e subordinato deve diventare il contratto di riferimento, in grado di sostituire per obsolescenza il contratto a tempo indeterminato. A tale contratto si aggiungerebbe il contratto a tutele crescenti (presentato a mo’ di pannicello caldo), che verrebbe applicato soprattutto a coloro che presentano livelli di professionalità medio-alti.

b. per i giovani con minor qualifica, l’ingresso nel mercato del lavoro diventa il contratto di apprendistato, ora trasformato, in seguito alle “innovazioni” introdotte dal Jobs Act (atto I), in semplice contratto di inserimento a bassi salari (- 30%) e minor oneri per l’impresa. Il target di riferimento sono essenzialmente i giovani al di sotto dei 29 anni che non hanno titoli universitari (trimestrale e magistrale).

c. per i giovani under 29 anni che invece hanno qualifica medio-alta (laurea o master di I e II livello) entra in azione invece il piano “garanzia giovani”, che, utilizzando i fondi europei del progetto 2020 (1,5 miliardi di euro stanziati per l’Italia, in vigore dal 1 maggio di quest’anno, su base regionale), intende definire una piattaforma di incontro tra domanda e offerta di lavoro, con intermediazione di società pubblico-private garantite a livello regionale, in cui si delineano tre percorsi di inserimento al lavoro in attesa di poter essere poi assunti con CTD o, ora, con il contratto a tutele crescenti: servizio civile (gratuito), stage (semi gratuito), lavoro volontario (gratuito). Il modello è quello delineato dal contratto del 23 luglio 2013 per l’Expo di Milano, che ora viene esteso a livello nazionale. L’obiettivo è aumentare – come si dice nel linguaggio europeo – l’occupabilità (employability), ovvero definire occupati a costo zero circa 600.000 giovani (se tutto funziona!), così da toglierli dalle statistiche sulla disoccupazione giovanile e consentire al governo Renzi di mostrare che nel 2015 il tasso di disoccupazione è miracolosamente diminuito di 10-15 punti! Altro che aumento dell’occupazione!

Ne consegue che questa ristrutturazione del mercato del lavoro sancisce la completa irreversibilità della condizione precaria, confermandone la natura esistenziale, strutturale e generalizzata. Una condizione che è tra le prime cause della stagnazione economica dell’Italia: chi di precarietà ferisce, prima o poi di precarietà perisce.

9. Negli spot pubblicitari della Cgil che annunciano la manifestazione di sabato 25 ottobre, per la prima volta si dichiara che si vuole combattere la precarietà e non solo la disoccupazione, in nome del diritto al lavoro e della dignità. Siamo nel 2014 a 30 anni esatti dall’introduzione in Italia del primo contratto precario, il contratto di formazione-lavoro del 1984. Meglio tardi che mai e benvenuti tra noi! Ma non sarà un po’ tardi? Non si cerca di chiudere la stalla, quando i buoi sono già scappati? E a quando la richiesta da parte sindacale di un salario minimo e di un reddito minimo di base?



Lavoro gratis mai, sottopagato neanche
Elisabetta Ambrosi su il Fatto Quotidiano | 26 ottobre 2014

Da un lato il Jobs Act, dall’altro la piazza della Cgil. Da un lato l’esaltazione del lavoro mobile, “light”, con vaghe promesse di tutele, dall’altro la difesa del Contratto a tempo indeterminato e lo slogan: aboliamo la precarietà. Ma per chi oggi ha venti, trenta, o quarant’anni, è difficile decidere da che parte stare, specie se nessuna delle parti ti rappresenta veramente. Alla Leopolda, affollata di giovani sì, ma in fondo con cospicui stipendi da dipendenti pubblici, si discute di come rendere più flessibile il lavoro a tempo indeterminato. Dall’altra parte, di come difenderlo, restando comunque all’interno dello stesso universo semantico, quello del lavoro a tempo indeterminato, appunto. Esattamente come i talk show, dove si dibatte di Tfr in busta paga e di 80 euro per i “lavoratori”, senza neanche specificare – a rifletterci ha dell’incredibile – che si sta parlando di  “lavoratori dipendenti”.

Eppure là fuori, nel mondo del lavoro di oggi, giovani e meno giovani con partite Ive, microsocietà, lavoro a prestazione d’opera, mini-contrattini di pochi mesi, lavori stagionali, stage e via dicendo, i problemi sono altri. Il primo, sicuramente, è ottenere un’occupazione retribuita, non camuffata sotto le sembianze dello scambio perverso tra lavoro e arricchimento di esperienza da mettere nel curriculum oppure, specie in territori editoriali, tra lavoro e visibilità pubblica (segnalo qui l’articolo di una collega).

Ma se il primo passo, essere in qualche modo pagato,  è relativamente facile il secondo è molto più arduo. Perché non è vero che oggi il lavoro manchi. Al contrario ce n’è tanto, per tutti, di sicuro per chi abbia voglia di fare, intelligenza e magari una buona formazione alle spalle. Il problema è che è retribuito poco, troppo poco per rispondere alle esigenze reali di una persona, ai suoi bisogni concreti. Oggi è difficile trovare un laureato o una laureata che non abbiano un’occupazione: se andate a vedere come vivono, al contrario. scoprirete che il lavoro occupa quasi tutta la loro mente e quasi tutte le loro giornate: peccato che in cambio non dia reddito, o meglio ne dia veramente troppo poco per vivere, regalando a chi lo fa una costante sensazione di frustrazione e insoddisfazione che non dipende da fantomatici conflitti interiori o psicologici, ma è semplicemente una conseguenza di un sistema dove lo scambio tra prestazione e retribuzione è diventato drammaticamente impari. Dove ce la puoi fare se magari vivi ancora in famiglia, o ricevi qualche sussidio familiare, oppure magari rinunci a un figlio e punti alla semplice sopravvivenza della tua persona.

Risolvere il problema del lavoro sottopagato è molto più difficile che discutere di art. 18 e dintorni. Perché lo sfruttamento è spesso invisibile, perché tutto dice ai giovani lavoratori senza reddito che dovrebbero essere già contenti di avercelo, un lavoro, anche se non gli basta per fare quasi nulla. Ma è molto più difficile, infine, perché per farlo  bisognerebbe non solo discutere su  come creare più lavoro dipendente, o a come cambiarlo per renderlo più appetibile, ma soprattutto su come ridare diritti a chi è fuori da quel mondo. Sembra incredibile, ma persino nell’universo post fordista, post sindacale e post socialdemocratico della Terza Repubblica (renziana), questo tema non è ancora al centro dell’agenda pubblica.


 
Le due sinistre parallele che non si appartengono più
Aldo Cazzullo su il Corriere della Sera | 26 ottobre 2014

La sinistra del futuro è il mungitore sikh con bandiera rossa o Fabio Volo con telecamera? I precari dei trasporti o il finanziere Serra che propone di impedire loro di scioperare? I tipografi dell’ Unità con la foto degli occhiali rotti di Gramsci o i nuovi alfieri del made in Italy Bertelli, Farinetti, Cucinelli?

La mattinata al corteo della Cgil e il pomeriggio alla Leopolda hanno mostrato che la scissione - anche cromatica - non è nelle volontà, è nelle cose. Mai vista a Roma una manifestazione così rossa, ognuno con la sua pettorina: chimici, tessili, agroindustria, costruzioni e legno, energia e manifattura, trasporti e Nil, Nuove identità di lavoro, che non si sa come chiamare. A Firenze in molti hanno avvertito l’opportunità di indossare la camicia bianca. Contro Berlusconi la Cgil sfilava in un’atmosfera di rabbia e di gioia, si sentivano tensione ed energia. Stavolta il sentimento prevalente è l’angoscia. Certo, si canta e si balla con gli inni tradizionali - Bandiera Rossa, Bella Ciao, Contessa - e la musica etnica. Ma i manifestanti raccontano storie di sconfitte e talora di disperazione, come quelle degli ex lavoratori dell’ex stabilimento Montana di Paliano, Frosinone: «Sono venuti di notte con i Tir, hanno portato via i macchinari e la merce, non abbiamo più trovato nulla. In 36 siamo rimasti senza lavoro». Alla Leopolda si tenta di rappresentare la fiducia e si finisce per esprimere soddisfazione, talora compiacimento. Rituale tra la convention Usa e la seduta degli alcolisti anonimi: «Mi chiamo Alfredo, sono il direttore di una piccola società di biotecnologia...». Slogan: «Il futuro è solo l’inizio».

Anche Landini con felpa Fiom dice che «questo corteo è solo l’inizio». Se Renzi ha conquistato il centro, è inevitabile che alla sua sinistra nasca un nuovo partito; e i punti di riferimento non saranno certo D’Alema e Bersani, cui neppure la minoranza Pd obbedisce più, e forse neanche la Camusso, che con tono lamentoso critica la prima manovra espansiva di un governo italiano da tempo. Landini appare il leader predestinato della sinistra che verrà, l’antagonista naturale di Renzi, cui lo avvicina un feeling personale ma da cui lo separa il sospetto di essere stato usato, anche in funzione anti-Cgil. In futuro potranno ancora rendersi utili l’uno all’altro: il premier confermerà di aver rotto con la sinistra tradizionale, il sindacalista di essere l’unico vero oppositore. Per Renzi il corteo non esprime odio ma estraneità, i pensionati della Spi imbacuccati contro il primo freddo ne parlano come di un nipotino deviato, i percussionisti africani in maglietta portano un cartello con la sua caricatura.

Renzi si improvvisa conduttore e chiama sul palco i «cortigiani» come li definisce Vendola, in realtà tra i più importanti imprenditori italiani, qualcuno sin troppo entusiasta. Cucinelli vaticina «un grande rinnovamento morale, civile, economico, spirituale». Oggi è atteso Farinetti: «Dirò che sono un renzista, non un renziano; fedele al metodo, non all’uomo». Dall’ultima Leopolda è cambiato tutto, Renzi è andato al governo, ha ricompattato il partito chiudendo l’accordo con Errani in Emilia e Rossi in Toscana, ha messo ai margini gli uomini del rinnovamento come Richetti, che è venuto lo stesso. La sinistra è al potere ma l’Unità ha chiuso, «il voto a tempo indeterminato non esiste più» dice del resto il premier, tra due anni potrebbe avere un Parlamento docile nelle sue mani con Salvini sindaco di Milano e la Meloni di Roma. Patrizio Bertelli, il signor Prada: «Io rispetto gli operai, ho passato la vita con loro, ma questo corteo mi è sembrato una liturgia, come la Pasqua e il Natale».

Alla fine si è andati o di qua o di là, nessuno ha osato farsi vedere sia al corteo sia a Firenze, neppure l’ex segretario del sindacato e del partito, Epifani: «Ho scelto Roma, non ce la faccio ad andare alla Leopolda, che comunque considero interessante. Il problema è come il Pd possa tenerla insieme con una piazza in cui la maggioranza l’ha votato». Un problema irrisolvibile. Non è come quando i ministri comunisti di Prodi protestavano contro il loro stesso governo: quella fu una contraddizione, o un’astuzia, subito punita dagli elettori. Ora ci sono due mondi separati, che non si riconoscono e non si appartengono più.



  26 ottobre 2014