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3-4 dicembre 2014



lavoro

Lavoro, ora licenziare conviene: il pasticcio del Jobs Act.
Con la nuova legge, che cancella l'articolo 18, l'imprenditore che caccia dipendenti per riassumere ci guadagna
Salvatore Cannavò su il Fatto Quotidiano

Gli elementi oscuri del Jobs Act spuntano come funghi. Come quello denunciato dalla Uil alla voce “licenziare conviene”. Ma si potrebbe proseguire con i vizi già denunciati dal professor Francesco Giavazzi sulla mobilità negata nel mondo del lavoro. Oppure sulle disparità che si verranno a creare tra lavoratori impiegati nelle stesse mansioni e nello stesso posto di lavoro ma con contratti diversi.

Più tagli occupati, più soldi incameri
Il risvolto conveniente del licenziamento era deducibile già a una prima lettura del Jobs Act. La Uil, però, si è incaricata di quantificarlo mettendo a confronto gli sgravi da nuove assunzioni per le imprese con le ipotesi di indennizzi che potranno essere erogati a fronte di un licenziamento economico. Questo, prima del Jobs Act, se ritenuto illegittimo da un giudice, prevedeva il reintegro, sia pure rivisto dalla legge Fornero; ora, le nuove norme prevedono un indennizzo “certo e crescente”. Di quanto? Le stime ruotano attorno a una mensilità e mezzo per anno lavorato. Secondo il sindacato diretto da Carmelo Barbagallo la differenza tra il costo del licenziamento e il guadagno dello sgravio contributivo oscillerebbe tra 2.800 e più di 5.000 euro per ogni lavoratore. Licenziare un lavoratore, quindi, sia pure ingiustamente, per assumerne un altro potrebbe convenire E anche molto. Una falla evidente che può essere risolta in due soli modi: prevedere una norma che vieti alle imprese di assumere in presenza di un licenziamento ingiustificato oppure alzando gli indennizzi a un livello non più conveniente. La decisione del Pd al Senato di presentare una norma contro “i licenziamenti facili” (vedi articolo in basso) fa pensare che il problema ha più di un fondamento.

Fermi sul posto, l'eddio alla mobilità
Così come resta irrisolto il problema evidenziato sulle pagine del Corriere della Sera dal professor Giavazzi, il quale scrive: “Il rischio maggiore è il blocco della mobilità”. “È improbabile – afferma – che un lavoratore oggi tutelato dall'articolo 18 decida di spostarsi, firmando un nuovo contratto che invece non lo prevede. Alcuni lo faranno perché non temono il licenziamento, ma altrettanti non ne vorranno sapere”. Non si recupererà alcuna mobilità e chi ha un posto di lavoro farà di tutto per non perderlo senza avventurarsi in territori sconosciuti. I tentativi di replicare alle osservazioni di Giavazzi da parte del senatore Pietro Ichino – relatore del provvedimento in seconda lettura al Senato – non hanno risposto al cuore della domanda, lasciando irrisolto il problema.

Tutti meno uguali: chi è garantito, chi no
Così come rimane irrisolto quanto sollevato più volte dalla Cgil, la disparità di condizioni tra lavoratori impiegati nelle stesse mansioni. Secondo l'articolo 3 della Costituzione, infatti, “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge”. Un lavoratore assunto dal momento in cui il Jobs Act sarà in vigore, però, non godrà degli stessi diritti di uno che è stato assunto prima. E questo, nonostante abbia lo stesso contratto, a tempo indeterminato e sia impiegato nella stessa condizione. Fonti della Cgil hanno più volte ribadito che potrebbe essere proprio questo l'appiglio per ricorrere in sede europea contro la legge-simbolo del governo Renzi.
La stessa Cgil ha scandito una serie di “domande e risposte” sul provvedimento a cura di Corrado Ezio Barachetti che si occupa di contrattazione nazionale. Il dirigente sindacale fa notare alcuni punti incongruenti della norma di legge. Matteo Renzi ha sbandierato più volte l'abolizione dei co.co.pro, ma il testo parla solo di “superamento”.
“Richiami che non possono essere scambiati con la sua abolizione, così come la semplice individuazione delle forme contrattuali esistenti, in ragione di una loro semplificazione, non può valere un reale disboscamento in favore di poche forme contrattuali”. Al di là di quello che si pensa sul demansionamento – e su queste pagine abbiamo già spiegato ampiamente come cambia, in peggio, la normativa – il provvedimento, fa notare la Cgil, punta a “un'azione unilaterale del governo” visto che la nuova regolarizzazione “può” e non “deve” definirsi in sede di contrattazione collettiva anche di secondo livello. Secondo il presidente del Consiglio, poi, il contratto a tutele crescenti diventerà la norma dei rapporti di lavoro ma nel provvedimento non si parla mai di abolire i contratti a termine acausali, quelli che prevedono fino a cinque rinnovi in 36 mesi senza specificazione della causale: come si può ritenere che agli imprenditori convenga di più quello a tutele crescenti, si chiede Barachetti?
Infine, per i licenziamenti economici si definisce un indennizzo “certo e crescente”. Vuol dire, quindi, che verrà esclusa “l'attuale discrezionalità del giudice nello stabilire il giusto compenso”? Oppure il “certo” “sarà puntualmente declinato nei suoi valori? Quali?”. Le domande sono più delle risposte. Così come i pasticci di una legge che non è ancora legge.



Ministro Poletti ci spieghi quella cena 
Roberto Saviano su la Repubblica


A DOMANDA risponde" è l'espressione usata nei verbali per differenziare una dichiarazione spontanea da una dichiarazione sollecitata da una domanda degli inquirenti. Il ministro Giuliano Poletti non deve rispondere ai magistrati perché non è indagato.
Né coinvolto nell'inchiesta "Mafia capitale". Quindi la sua dichiarazione non dovrebbe essere trascritta come "a domanda risponde" ma, piuttosto, come dichiarazione spontanea. Perché dovrebbe spiegare non ai pubblici ministeri che si occupano di reati, ma al paese, il rapporto che pare esserci tra lui e Salvatore Buzzi, presidente di un grande consorzio di cooperative legate alla Legacoop e braccio destro del boss Massimo Carminati. Che ci faceva, Poletti, quando non era ancora ministro ma presidente di Legacoop Nazionale, nel 2010, a una cena di ringraziamento organizzata proprio da Buzzi per tutti "i politici che ci sono a fianco "?

Salvatore Buzzi ha ucciso ed è stato condannato a 24 anni per omicidio. Ex impiegato di banca vicino all'estrema sinistra, è diventato uno degli uomini più rilevanti dell'imprenditoria capitolina. Massimo Carminati, formazione di estrema destra. Il suo uomo più fidato, Salvatore Buzzi, formazione di estrema sinistra. Ma con l'ideologia i due non hanno più nulla a che fare. Loro unico obiettivo sono i soldi. Dopo aver scontato la pena, Buzzi si è reinventato come geniale organizzatore del "terzo settore": gestisce una galassia di società che raccolgono ex detenuti. Ma non solo, perché così definisce la sua Onlus: "La 29 Giugno è cooperativa sociale di tipo b nata a Roma nel 1985 ed ha come scopo sociale l'inserimento lavorativo delle persone appartenenti alle categorie protette svantaggiate, disabili fisici e psichici, tossicodipendenti ed ex, e più in generale delle persone appartenenti alle fasce deboli della società (senza fissa dimora, vittime della tratta, immigrati)".

Attraverso rapporti diretti con la politica e con la mediazione criminale di Carminati, Buzzi arriva a mettere le mani sugli appalti che contano. In questa intercettazione la sintesi del suo business: Buzzi: "Tu c'hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno". Il bilancio pluriennale 2012/2014 di Roma Capitale è condizionato dall'organizzazione mafiosa per ottenere l'assegnazione di fondi pubblici, per rifinanziare i campi nomadi, per la pulizia delle aree verdi e per minori per l'emergenza Nord Africa. Ribadisco la domanda: perché Poletti era a quella cena? Era presidente di Legacoop? Non è risposta sufficiente. Quella era una cena di ringraziamento: e la presenza del presidente non era necessaria. In quella foto si vedono molti altri invitati. È una classica cena sociale organizzata in un centro d'accoglienza della cooperativa 29 Giugno. C'è l'ex sindaco Gianni Alemanno, c'è l'ex capo dell'Ama Franco Panzironi (arrestato con Buzzi), c'è un esponente del clan dei Casamonica, c'è il dimissionario assessore alla Casa Daniele Ozzimo (al tempo consigliere Pd e pure lui indagato), c'è il portavoce dell'ex sindaco Sveva Belviso e c'è Umberto Marroni, parlamentare Pd (Buzzi in un'intercettazione dichiara che proverà a lanciarlo alle primarie democratiche per il sindaco di Roma). Il ministro non conosceva Buzzi e il suo modus operandi ? Da presidente della Legacoop immaginiamo non potesse conoscere il dna di tutte le cooperative: ma nemmeno di questo impero da 60 milioni di euro? Eppure la Onlus apparteneva proprio alla realtà Legacoop. Poletti non si è reso conto di come la gestione degli appalti sia stata quantomeno disinvolta? Degli appalti che la giunta Alemanno concedeva e del flusso di denaro che la beneficiava? C'è bisogno di inchieste della magistratura, quando a Roma si sapeva da anni che Buzzi era un dominus nell'assegnazione alle sue cooperative degli appalti? Perché la politica deve rispondere solo se interrogata da un giudice?

In questo caso è la legittimazione politica e sociale che il ministro Poletti ci deve spiegare. Buzzi apre nel maggio 2014 l'assemblea di bilancio "Gruppo 29 Giugno" con un discorso. Prima però ringrazia alcune persone. Tra i presenti ringrazia il direttore generale dell'Ama Giovanni Fiscon che, secondo le accuse, sarebbe stato nominato grazie all'organizzazione mafiosa. Ringrazia Angiolo Marroni, garante detenuti del Lazio e padre di Umberto Marroni, capogruppo Pd presente alla cena di cui sopra. Ringrazia Salvatore Forlenza, responsabile rifiuti (indagato: il gip ha rifiutato la richiesta d'arresto proposta dai pm). Ringrazia Mattia Stella del gabinetto del sindaco Ignazio Marino (nelle intercettazioni, Buzzi dice che occorreva "valorizzare" Mattia e "legarlo" di più a loro). Poi ringrazia anche chi non ha potuto partecipare all'assemblea. Ringrazia i consiglieri comunali Anna Maria Cesaretti e Mirko Coratti (e Buzzi nell'intercettazione indicava le persone che lo avrebbero aiutato a vincere la gara proprio in Cesaretti e Coratti, per parlare con il quale avrebbe dovuto elargire 10mila euro, indicandoli quali "assi nella manica per farci vince la gara"). Ringrazia Cosimo Dinoi (e l'organizzazione vuole sostituire al "gruppo misto" il capogruppo Dinoi e ottenere la presidenza della commissione trasparenza del Comune di Roma). Saluta l'assessore Daniele Ozzimo  -  e nell'inchiesta si legge che "il 19 giugno 2013 a bordo dell'autovettura Audi veniva intercettato un dialogo tra Buzzi e le sue collaboratrici Chiaravalle Piera e Bufacchi Anna Maria, nel corso del quale i tre interlocutori discutevano di quelli che sarebbero potuti essere i ruoli in Municipio per i loro 'amicì Marroni Angelo o Ozzimo Daniele, sperando che il sindaco avrebbe lasciato loro un posto nel campo del sociale, di fondamentale importanza per le attività economiche delle Cooperative e, di conseguenza, del sodalizio ".

E chi saluta per ultimo Buzzi a quel convegno? Ecco il passo: "Concludo, infine, con un augurio di buon lavoro: al ministro Giuliano Poletti, nostro ex Presidente nazionale che più volte ha partecipato alle nostre assemblee; al Governo Renzi affinché possa realizzare tutte le riforme che si è posto come obiettivo, l'unico modo per salvare il nostro Paese dalla stagnazione e dall'antipolitica; in particolar modo a tutti voi soci che con il vostro lavoro quotidiano avete contribuito a raggiungere questo risultato così soddisfacente ". Salvatore Buzzi è accusato di essere il ministro dell'economia della cosca e "si occupa  -  secondo i Ros  -  della gestione della contabilità occulta della associazione e dei pagamenti ai pubblici ufficiali corrotti". Il ministro del lavoro Poletti è finito in copertina proprio con Buzzi sul magazine della cooperativa 29 Giugno. Non si era informato su come queste cooperative vincessero gli appalti? Su come i disperati che ci lavorano non fossero altro che bacini di voti, strumenti di pressione sociale, oggetti per riciclare? Non si tratta di una foto con uno sconosciuto, di una cena elettorale dove non sai con chi parli e a fianco di chi sei seduto. Non sono imboscate. Qui si tratta di non aver monitorato, capito come agivano le maggiori cooperative a Roma. Possibile?
Dice in tv il premier Matteo Renzi che "non si può mettere in mezzo Poletti perché ha partecipato a una cena". Giusto: non c'è, ripetiamo, nessun reato che viene contestato. Ma è politicamente che questo rapporto può essereconsiderato grave, anzi gravissimo. È di questo che il ministro deve rispondere al Paese e in Parlamento. Non basta dire ""non sapevo, non potevo sapere, non c'entro". Non si tratta di una semplice foto scattata, ma di un rapporto continuativo, durato anni. Perché?



Corruzione, siamo i primi
Il blog di Marco Travaglio su ilfattoquotidiano.it


“L'Italia sarà la guida dell'Europa”, aveva promesso Renzi a luglio, assumendo per sei mesi la guida dell'Unione. Ed è stato di parola. Non che il merito sia suo, anzi: lui è appena arrivato, ben altri sono i protagonisti di questa irresistibile ascesa, a destra, a sinistra e al centro. È stata dura, ma dopo anni d'impegno indefesso ce l'abbiamo fatta: siamo il paese più corrotto del continente. L'ambìto riconoscimento arriva da Transparency International, che pubblica l'annuale Corruption Perception Index con le valutazioni degli osservatori internazionali sul livello di corruzione percepita in 175 paesi del mondo. Nel 2014 l'Italia conferma la 69ª posizione conquistata nel 2013 nella classifica generale dei paesi meno corrotti, ultima nel G7 e nell'Ue, sbaragliando gli ultimi concorrenti che ancora osavano sopravanzarci, Bulgaria e Grecia, che ci raggiungono a pari merito, facendo il vuoto alle nostre spalle.
Ora, dopo avere sbaragliato anche Sudafrica, Kuwait, Arabia Saudita e Turchia, puntiamo al Montenegro e a São Tomé, che contiamo di superare quanto prima. Nel ringraziare le bande del Mose e di Expo per il fattivo contributo, resta il rammarico per il tardivo esplodere dello scandalo del Cupolone, i cui effetti benefici potranno farsi sentire solo nel 2015 (se no sai che performance). L'importante è che Renzi tenga duro, tenendo bloccate le leggi contro la corruzione, la frode fiscale, l'autoriciclaggio, il falso in bilancio, i conflitti d'interessi e la prescrizione. Ma il Patto del Nazareno col Pregiudicato regge e, se Dio vuole, ci darà presto un capo dello Stato che garantisca gli standard nazionali almeno quanto l'attuale. Preoccupa, questo sì, il persistere a macchia di leopardo di alcuni pm che – nonostante gli innumerevoli moniti a lasciar perdere – si ostinano a indagare sulla corruzione, privando il Paese dell'apporto di tanti “uomini del fare” dediti ad attività criminali che fanno girare l'economia e crescere il Pil.
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Ecco perché, come giustamente chiedono Forza Italia, Ncd & galeotti vari, è tempo di por mano a una legge che limiti, o meglio proibisca tout court le intercettazioni: si sa che, intercettando un vecchio tangentista pluricondannato come Greganti o Frigerio o Maltauro (casi Mose ed Expo) o un ex esponente dei Nar e della Banda della Magliana o un condannato per omicidio (inchiesta Roma mafiosa), è inevitabile incappare in qualche sindaco o assessore o politico di destra, di centro e di sinistra. E poi diventa dura insabbiare tutto: quando hai i morti in casa, è già troppo tardi, i cadaveri puzzano e i vicini mormorano, mica puoi far finta di niente. Bisogna agire alla fonte, evitando di scoprire queste brutte cose. Lo spiegava l'altra sera a Ballarò il generale del Ros Mario Mori, purtroppo in pensione, rivendicando orgogliosamente la trattativa Stato-mafia del ' 92 con un giusto distinguo lessicale (“Non è stata una trattativa, è stato un baratto”): “Io ero la Polizia giudiziaria che stava facendo operazioni antimafia e quello era un mio compito. Io avevo il coraggio di andarci (dal mafioso Vito Ciancimino, ndr), nessun altro aveva il coraggio, erano tutti nascosti sotto alle scrivanie in quel periodo. Quella fatta con Ciancimino è una trattativa, però è una trattativa consentita dalla norma. Ciancimino era debole, sul suo capo s'addensava una serie di procedimenti che l'avrebbe portato sicuramente in galera, ci poteva dare qualche spunto e barattarlo con un trattamento migliore”.
Ecco, chi oggi pensa di tener dentro il camerata Carminati & C., prenda buona nota: questo deve fare una polizia giudiziaria che si rispetti in un paese moderno. Infischiarsene della Costituzione e delle leggi, tenere all'oscuro i magistrati e i vertici dell'Arma, e trattare anzi barattare con i criminali. Poi, naturalmente, evitare accuratamente di arrestarli e affidare loro le perquisizioni dei covi. Infine diventare generali, capi dei servizi segreti e, una volta in pensione, consulenti per la sicurezza del sindaco Alemanno (già…) e controllori della trasparenza degli appalti di Expo su incarico del governatore Formigoni (ri-già…). Altrimenti si perde la guida dell'Europa.


  10 dicembre 2014