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17 febbraio 2015



Libia

Da Gheddafi al Califfato: cronaca del disastro Libia in dieci tappe
La primavera araba aveva illuso ma la Libia è precipitata rapidamente dalla speranza al caos. Come è potuto accadere? Ecco una cronistoria ragionata dei quattro anni che hanno sconvolto il nostro vicino meridionale
Roberto Bongiorni su Il Sole 24 Ore

Dopo lo scoppio delle rivolte in Tunisia e in Egitto e la caduta dei loro due dittatori, una manifestazione antigovernativa a Bengasi viene repressa duramente. Siamo a metà febbraio 2011: la rivolta dilaga. Le forze di Muammar Gheddafi aprono il fuoco sulla folla. La popolazione della Cirenaica insorge. Appicca il fuoco alle caserme e agli edifici governativi. L'esercito di Gheddafi batte in ritirata. Tobruk, Derna , Baida, Bengasi, Ajdabiya, Marsa Brega. Flussi di giovani combattenti male organizzati e improvvisati conquistano città dopo città fino a spingersi al porto di Ras Lanuf, vicino al più importante terminale petrolifero del Paese. Via via si impossessano delle vecchie armi custodite negli arsenali abbandonati. Dopo 43 anni di duro e sanguinario regime, la Cirenaica sembra libera. Nella parte occidentale della Libia hanno invece la meglio le forze governative.

Ma le forze di Gheddafi si riorganizzano e comincia una guerra aperta in Cirenaica fatta di continui cambiamenti di fronte. Saif Gheddafi, figlio del Rais, arriva con l'esercito alla periferia di Bengasi. Ma il 17 marzo, su pressione della Francia, il Consiglio di Sicurezza dell'Onu approva la risoluzione 1973: il suo mandato è proteggere le vite dei libici minacciati dalla rappresaglia del rais. In realtà aiuta i ribelli a indebolire le strutture militari di Gheddafi con pesanti raid aerei. Che iniziano subito. A Bengasi si festeggia. Ma la guerra continua. La città costiera di Misurata è assediata. Ridotta in macerie dai missili del rais dal mare, dal cielo e dalla terra, è il simbolo della resistenza.

Il 22 agosto inizia l'assedio di Tripoli. Il giorno dopo viene conquistatala Bâb al-Azîzîyya, il quartiere generale di Gheddafi, che però riesce a fuggire. La città è paralizzata dai cecchini rimasti e dalle sacche di resistenza. Si compiono atroci carneficine a danno dei civili. Le milizie armate dei ribelli, che hanno origine e interessi diversi, hanno un obiettivo comune: la caduta del dittatore. Il 20 ottobre Gheddafi viene ucciso a Sirte , la sua città natale e roccaforte in cui si era rifugiato. Dopo 9 mesi di guerra civile, costata la vita a decine di migliaia di persone, il consiglio provvisorio di Transizione annuncia la fine della guerra. La popolazione saluta la formazione della Nuova Libia. I businessmen di molti Paesi stranieri – tra cui turchi, italiani, tedeschi e francesi – ritornano nel Paese sperando di partecipare alla ricostruzione, che si preannuncia come un affare colossale.

In principio le cose sembrano andare bene. La produzione petrolifera, quasi indenne dai bombardamenti, riprende a ritmi sorprendenti, molto al di sopra delle aspettative. Nel luglio del 2012 assistiamo alle prime elezioni libere nella storia dell'ex colonia italiana. Si vota per il Parlamento provvisorio. A sorpresa si afferma la coalizione di partiti laici e moderati guidata da Mahmoud Jibril, ex capo del governo del Consiglio di transizione. I partiti islamici accusano una dura e inattesa sconfitta. Il mondo saluta con soddisfazione l'unico Paese dove la transizione sembra aver preso una strada promettente. Ma il punto critico sarà la formazione dell'Assemblea costituente che dovrà disegnare la Nuova Costituzione e l'assetto politico della Libia. E qui iniziano i problemi.

In principio le cose sembrano andare bene. La produzione petrolifera, quasi indenne dai bombardamenti, riprende a ritmi sorprendenti, molto al di sopra delle aspettative. Nel luglio del 2012 assistiamo alle prime elezioni libere nella storia dell'ex colonia italiana. Si vota per il Parlamento provvisorio. A sorpresa si afferma la coalizione di partiti laici e moderati guidata da Mahmoud Jibril, ex capo del governo del Consiglio di transizione. I partiti islamici accusano una dura e inattesa sconfitta. Il mondo saluta con soddisfazione l'unico Paese dove la transizione sembra aver preso una strada promettente. Ma il punto critico sarà la formazione dell'Assemblea costituente che dovrà disegnare la Nuova Costituzione e l'assetto politico della Libia. E qui iniziano i problemi.

Siamo nell'estate del 2013: le diverse milizie rivali sono sempre più ai ferri corti, tutte intente a guadagnarsi una fetta di potere e di denaro. Un'ondata di scioperi e proteste, e in alcuni casi di attacchi armati, paralizza il settore petrolifero. I terminali vengono chiusi. In tre mesi la produzione passa da 1,5 milioni di barili al giorni di giugno a meno di 200mila barili al giorno di fine settembre. Da questo punto in poi la produzione procederà a singhiozzo per poi crollare nuovamente agli attuali 180mila barili al giorno. Il Governo della Libia, un paese che dipende in tutto e per tutto dall'export di gas petrolio, non riesce più a finanziare il suo budget. Nel frattempo i Fratelli musulmani si rafforzano in Parlamento, portando dalla loro parte i candidati indipendenti. La Libia è sempre più islamica.

Nel febbraio 2014 le milizie fedeli all'ex capo di Stato maggiore Khalifa Haftar cercano di destituire governo e Parlamento di Tripoli ma l'esercito riesce a fermarli. Poco dopo Haftar dà il via «all'operazione dignità» contro le milizie islamiche a Bengasi. Il generale che piace all'Egitto viene riabilitato e apparentemente “riassorbito” nelle forze armate regolari contro i jihadisti. La sua guerra personale contro le milizie islamiche della Cirenaica, tuttavia , non sembra coordinata con quella del Governo di Tobruk .

Nel giugno 2014 si svolgono nuove elezioni parlamentari, con una nuova vittoria di una coalizione più moderata. Ma due mesi dopo un'alleanza di milizie islamiche, al Fajr Libya (alba della Libia), guidata dalla potente milizia di Misurata, conquista la capitale dopo intensi combattimenti con le forze governative e le milizie di Zintan. A Tripoli viene creato un Governo ombra che compete con quello “esiliato” a Tobruk, ai confini con l'Egitto, “laico” e riconosciuto dalla Comunità internazionale. La Libia è spaccata in due (in verità è quasi polverizzata). Due sono dunque i Governi, due i Parlamenti e perfino due i ministri del Petrolio, che pretendono di essere i soli rappresentanti del settore energetico nazionale, tanto strategico quanto in difficoltà. Sono due anche gli “eserciti”, che ormai si fronteggiano sempre più spesso.

A Derna, in Cirenaica, i movimenti radicali islamisti sono sempre più attivi e sfuggono ormai al controllo del Governo già da parecchi mesi. Nell'ottobre scorso gruppi separatisi da Ansar al-Sharia insieme ad altre milizie e combattenti tornati dalla Siria, dove hanno combattuto nelle file dell'Isis, proclamano la città “Califfato islamico” sotto la guida del califfo Abu Bakr al Baghdadi. Intorno alla città vengono creati una decina di campi di addestramento per jihadisti. Vengono imposte le brutali e oscurantiste leggi del Califfato siriano-iracheno. Con tanto di esecuzioni. Intanto i due Governi, quello ombra di Tripoli, e quello più laico “esiliato” a Tobruk, intensificano i loro scontri, ricorrendo a volte a bombardamenti con l'aviazione. Questo vuoto agevola l'ascesa di cellule jihadiste fedeli all'Isis, che si espandono in altre città della Cirenaica, dove intanto è sempre più aperto il secondo fronte, quello che vede le milizie del generale Haftar e le truppe islamiche combattere per il controllo di Bengasi, seconda città del Paese.

Arriviamo agli sviluppi degli ultimi giorni. Il 27 gennaio i jihadisti vicini all'Isis sferrano un attacco kamikaze contro l'Hotel Corinthia di Tripoli, l'albergo blindato dove vengono ospitate le delegazioni straniere. Muoiono almeno cinque stranieri. Pochi giorni dopo, il 4 febbraio, attaccano il giacimento di Mabrouk, a sud di Sirte, gestito dalla francese Total e dalla compagnia di stato libica (Noc). Vengono uccisi , tra gli altri, cinque stranieri - tre lavoratori filippini e due ghanesi - quasi tutti decapitati. L'Isis non si ferma. Decapita 21 egiziani cristiani copti e conquista Sirte. Le sue bandiere nere appaiano anche in altri porti della Libia, ma non ci sono notizie confermate di un controllo reale del territorio. A Zuara, piccolo porticciolo noto per essere quello da cui partono i barconi di clandestini in fuga per l'Europa, circolano voci di prime cellule di sostenitori del Califfato. L'Isis minaccia l'Europa e l'Italia: infiltreremo i nostri uomini tra i clandestini per colpirvi. La guerra è dichiarata. L'ambasciata italiana chiude ed evacua i connazionali rimasti in Libia.


  17 febbraio 2015