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6 gennaio 2016


autocertificazione

Per essere “di sinistra” prego compilare l'apposito modulo
Alessandro Robecchi
Piovono Pietre del 6 gennaio 2016 su Il Fatto Quotidiano e su FB


I prodigi dell'autocertificazione semplificano tutto, snelliscono le procedure, velocizzano l'analisi, dichiarano l'appartenenza e morta lì. Fatto! Rapido e indolore. E così Giuseppe Sala, il grande manager di Expo che Matteo Renzi chiama Beppe – per dire quanto sono amici e quanto questa fiducia lo farà casualmente finire a fare il sindaco di Milano – si è fatto la sua targhetta coi trasferelli, se l'è attaccata al bavero della giacca e ha proclamato al mondo: “Io sono di sinistra”. Il valore dell'autocertificazione, in questo caso, sta tutto nella credulità di chi ascolta. Molti annuiscono e sono contenti, altri alzano il sopracciglio e si chiedono… eh? Ma nel modulo dell'autocertificazione di appartenenza politica mancano quelle due righette che dicono: le dichiarazioni devono essere veritiere. Già, in fondo, cosa diavolo vuol dire “sono di sinistra” ai tempi del renzismo, a parte che si è diventati renzisti? Lo fece Andrea Romano, quando attraversò faticosamente il deserto (20 centimetri di deserto) che separava Scelta Civica dal Pd di Matteuccio nostro: “Sono sempre stato un po' di sinistra”. Ecco, bene, un po', perché a volte basta. Attraversando altri deserti, arrivò anche Gennaro Migliore che era di sinistra senza se e senza ma, e anche senza un sacco di altre cose, ma disse che aveva fatto le sue valutazioni e la sua analisi e “in questa fase” era meglio stare con Matteuccio. Un caso di certificazione per sottrazione, in cui si decide che è meglio essere “un po' meno” di sinistra.
Ognuno poi si fa le sue ragioni su cosa voglia dire essere di sinistra. Giuseppe Sala, per esempio, sostiene che lui, avendo fatto l'Expo e “creato lavoro”, è di sinistra. Esattamente come Henry Ford con gli operai, Remo Gaspari coi postini abruzzesi, Silvio Berlusconi con i dipendenti Mediaset, l'imperatore Hiro Hito con i kamikaze giapponesi e Pablo Escobar con i suoi sicarios colombiani. Insomma, se accettiamo che “creare lavoro” ti colloca automaticamente nel campo della sinistra, non se ne esce.
Ma dunque torniamo lì, all'autocertificazione del “sono di sinistra”, magari accompagnata, come ha fatto Sala, dalla piccata aggiunta a verbale: “Basta con gli esami del sangue!”. Come dire, ok, sono di sinistra, lo dico io e non menatemela più con questa storia.
Ma poi una simile autocertificazione necessita di autoconvincimento, di autoipnosi, di un “a me gli occhi”. E' allora che l'autocertificazione diventa una specie di mantra, di cantilena ripetuta all'ossessione in cui ci si dichiara di sinistra fino a convincersene. Mai si è visto, ad esempio, un segretario di un partito di sinistra (ehm…) ripetere così ossessivamente “noi siamo di sinistra” come fa Renzi. Diciamo che Berlinguer non ne aveva bisogno, e che se Togliatti avesse chiuso un comizio dicendo “Noi siamo di sinistra”, la platea avrebbe vacillato nello sconcerto.
Quel che non si capisce, alla fine, è il perché. Si sa chi voterà Sala come sindaco di Milano: destra, berlusconiani rinati, morattiani del settimo giorno, quelli del Pd di strettissima osservanza expo-ottimista, chi vuole il manager credendo che sappia governare e la maggioranza silenziosa. Tutta gente che non ha bisogno della certificazione, e molti, anzi, spinti piuttosto al dubbio e al sospetto verso uno che dice: “sono di sinistra”. C'è da pensare che Sala lo faccia per essere accettato nel club, oppure per ordine di scuderia, oppure perché oggi “di sinistra” ha lo stesso significato di “da agricoltura biologica”, cioè basta metterci un'etichetta e poi vai a sapere che c'è dentro. Che poi, in tempi grami, è di sinistra anche la quotazione in Borsa della Ferrari, un grande passo verso il riscatto delle masse oppresse. Venceremos! Come da modulo allegato.


  6 gennaio 2016