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1 luglio 2016


Fassino


Fassino: lascio una Torino in piedi

Luigi La Spina su La Stampa

rNel giorno dell'insediamento della nuova sindaca di Torino, sbollita l'umana, comprensibile arrabbiatura per un voto sentito come «ingiusto» rispetto al lavoro svolto in questi cinque anni, Piero Fassino appare orgoglioso dell'eredità che consegna al suo successore, Chiara Appendino. «Sì - afferma - lascio una città in piedi. Sono stati anni di crisi molto duri e, al termine di questi cinque anni, si deve riconoscere che la città non è stata piegata dalla crisi. Il bilancio si può riassumere in questi risultati: l'indebitamento è stato ridotto di 600 milioni, abbiamo garantito alle famiglie tutti i servizi, nonostante i tagli imposti ai Comuni, in un città che in molti servizi, bisogna ricordarlo, ha standard più alti della media nazionale. Abbiamo continuato a investire nella trasformazione della città, perchè sappiamo che la trasformazione è stata il motore del grande cambiamento di Torino. E siccome le risorse pubbliche erano minori, abbiamo aperto alla partnership con i privati che si è rivelata proficua per poter realizzare obbiettivi importanti, dal completamento della linea 1 del metro, al grande boulevard sul Passante ferroviario, ai campus universitari, al parco della Falchera, alla Continassa. Infine, con l'investimento in cultura, abbiamo cambiato l'immagine di Torino e la sua attrattività, consentendo alla città di diventare anche un importante polo turistico». 
 
La critica che le è stata fatta, però, è proprio quella di aver privilegiato lo sviluppo del centro, trascurando i quartieri dove le difficoltà erano maggiori.  
«Non è vero. Abbiamo gestito emergenze difficili. In primo luogo, il contrasto alla povertà. Ricordo che ogni anno abbiamo speso circa 25 milioni di euro in sostegni a famiglie senza reddito, senza lavoro o sotto sfratto. Abbiamo anche affrontato l'emergenza rom. Non so quante città italiane sarebbero state in grado di svuotare un campo rom di 800 persone, dotandole di situazioni abitative finalmente civili. Gran parte degli investimenti sono stati collocati proprio in periferia. Quindi, non solo abbiamo tenuto in piedi la città, ma l'abbiamo dotata di un dinamismo che, oggi, è prezioso in un momento in cui incominciano ad apparire segnali di ripresa». 
 
Allora, per quali motivi siete stati sconfitti?  
«Più di una ragione. La prima è certamente questo generale vento di cambiamento che, come si vede, non soffia solo a Torino, ma in molte città italiane ed europee. In fondo, dietro Brexit ci sono parecchie dinamiche analoghe a quelle che hanno ispirato i risultati delle recenti nostre amministrative. Vento di cambiamento che ha premiato i “5 stelle” perchè quello è un partito che si è presentato come anti-sistema e perciò ne ha più beneficiato». 
 
Ma il loro successo, soprattutto nelle periferie, non è il sintomo di una rottura del centrosinistra con il suo tradizionale bacino elettorale?  
«Non in tutte le periferie, ma in alcuni quartieri dove si è manifestato più grave il disagio sociale si sono accumulati alcuni motivi di particolare crisi: numero più alto di anziani, quindi più esposti a rischi di povertà, a forti inquietudini; patrimonio edilizio più fatiscente; presenza maggiore di extracomunitari. L'insieme di questi fattori ha determinato una condizione di sofferenza sociale che si è vista anche nel voto». 
 
Condizioni di sofferenza che i partiti tradizionali, diciamo così, non hanno saputo evidentemente comprendere e rappresentare ...  
«Sì, ma ricordiamoci che l'elemento decisivo per il risultato a Torino è stata la scelta di una larga parte del centrodestra di votare per l'Appendino. Il consenso reale dell'Appendino è il 31%. L'unico obbiettivo è stato quello di sconfiggere il centrosinistra, perchè, dal punto di vista programmatico, le parole d'ordine del candidato “5 stelle” sono state molto distanti dalle idee dell'elettorato di centrodestra, dalla “no Tav” alla “no città della salute”». 
 
La stessa convergenza di voti eterogenei vista a Torino si potrebbe realizzare nella prossima tappa della politica italiana, il referendum sulla riforma costituzionale.  
«E' possibile, perchè questa alleanza tra la destra, l'estrema sinistra e i “5 stelle” sollecita un voto strumentale. Non chiede un voto sulla Costituzione, ma su Renzi. Noi, invece, dobbiamo chiedere un voto sulla Costituzione e tutta la nostra prossima campagna elettorale deve spingere gli italiani a un giudizio sul merito della questione, perchè i governi cambiano, ma una Costituzione deve durare per molto tempo». 
 
Ma non è Renzi che ha personalizzato questo voto?  
«La strumentalità, in questo caso, non sta in Renzi, ma in Brunetta, in Di Maio, in tutti quelli che chiedono un voto per far cadere Renzi e non per l'oggetto del quesito, la riforma costituzionale. Ma questa alleanza eterogenea ha un altro punto di debolezza: non solo chiede un voto strumentale, ma chiede un “no” sulla base di una posizione di pura conservazione, proprio quando, come abbiamo detto, nel Paese soffia un vento di cambiamento». 
 
Questa tendenza alla strumentalità del voto, allo sfruttamento cinico di una protesta generalizzata, a tutto quello che ormai viene etichettato sotto la comune voce di “populismo” non nasce dall'incapacità di guida politica da parte di leader e di partiti che hanno perso autorevolezza e credibilità?  
«La democrazia rappresentativa è stata la forma politica del Novecento, soprattutto nel secondo dopoguerra, fondata sulla centralità del Parlamento, su partiti strutturati, su corpi intermedi con una forte rappresentatività sociale. Le forme di organizzazione del potere sono cambiate ogni secolo. Forse dobbiamo pensare a cambiarle anche in questo nuovo secolo. È la grande sfida che sta davanti a noi, se vogliamo sconfiggere il populismo». 



  1 luglio 2016