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27 novembre 2016


Fidel e il Chè

Fidel Castro, tra fallimenti e figli contesi il rivoluzionario che si trasformò in dittatore
Mauro Evangelisti su Il Messaggero

La carriera di rivoluzionario di Fidel Castro comincia con un clamoroso fallimento, che nell'epopea della revolucion cubana però sarà trasformato in un evento da ricordare e celebrare con lo slogan "siempre es 26". Il 26 luglio 1953 un Fidel Castro non ancora ventisettenne guida l'assalto della Caserma Moncada, a Santiago de Cuba, nel tentativo di dare vita alla ribellione contro il regime di Batista. Finisce malissimo, un epilogo quasi fantozziano, i 160 che partecipano alla missione sono male equipaggiati, ancora peggio organizzati, e hanno ben presto la peggio. Fidel viene catturato e imprigionato. Ecco, la sua storia sembra finire qui, con il processo che lo condanna a 15 anni di reclusione e Fidel, laureato in legge, che si difende da solo e pronuncia la celebre frase «la historia me absolverà». Fu liberato dopo due anni, grazie a un'amnistia, fosse rimasto davvero in carcere per tre lustri difficilmente Fidel sarebbe divenuto Fidel.

Cinque anni dopo il flop della Moncada, Fidel, insieme al fratello Raul e a quell'argentino coraggioso, un poco strano e non amante delle docce, Che Guevara, ci riprova: questa volta parte dal Messico, a bordo dell'imbarcazione Granma che rischia di affondare perché i guerriglieri  a bordo sono troppi e la nave è troppo vecchia, e inizia quella rivoluzione che miracolosamente riesce e resiste agli innumerevoli tentativi degli Stati Uniti, negli anni, di sconfiggerla. Mentre muoiono prima in un incidente aereo - con qualche ombra - uno degli altri protagonisti della revolucion, Camilo Cienfuegos, poi il Che che non ce la fa proprio a trasformarsi in burocrate e torna a combattere in Bolivia, Fidel con al fianco Raul (considerato sempre troppo debole secondo i canoni machisti cubani) si trasforma parte in feroce dittatore che sopprime il dissenso, parte in padre-padrone del suo popolo che oggi versa anche lacrime sincere. Restano celebri i suoi interminabili discorsi alla tv nazionale cubana: il pueblo lo ascolta paziente e spera, ad ogni pausa, che il discorso sia concluso, perché così può riprendere la nuova puntata della telenovela del momento. E invece no: Fidel continua a parlare, per ore e ore.

Le donne. Sì, Fidel Castro - da buon cubano - è seguito dalla fama di grande donnaiolo, di avventure sparse in giro per il mondo, non solo nell'isla. Ufficialmente ha due mogli e dieci figli. La prima è  Mirtha Díaz-Balart, figlia di un ricco e potente politico prima della rivoluzione, studentessa di filosofia all'Avana, due anni più giovane di Fidel. Si sposano nel 1948 e vanno in viaggio di nozze a Miami, proprio dove in queste ore la comunità degli esuli e dei figli e nipoti degli esuli sta festeggiando per strada la morte di Castro. Divorzieranno dopo sette anni, mentre Castro è in esilio. Hanno un figlio, da tutti chiamato Fidelito, che Castro sottrae alla madre quando va in Messico a trovarlo, mentre Mirtha dal 1959 vive in Spagna. Ecco, nella determinazione di Castro per portare Fidelito con sè, c'è chi vede un riflesso nella battaglia che nel 2000 tutta Cuba farà per riportare in patria Elian Gonzales, bimbo portato a Miami dalla madre che però morì nel viaggio e reclamato dal padre che invece era rimasto nella Isla.

Il bloqueo e le jineteras. Fidel è sempre stato un abile, abilissimo, affabulatore e regista della propaganda, ha saputo sfruttare a proprio favore la retorica dell'embargo con cui, con miopia, gli Stati Uniti avevano tentato di strangolare Cuba. Così, anche negli anni 90 del periodo especial, quando davvero i cubani non avevano da mangiare, il regime fu in fondo salvato dalle jineteras, le ragazze che facevano innamorare i turisti. Da una parte Fidel combatteva la prostituzione, perché uno dei cancri del regime di Batista era proprio lo sfruttamento delle donne, dall'altra tollerava gli "strani amori" tra le ragazze cubane e i turisti arrivati dall'Europa e dal Canada, perché fu una fonte vitale di preziosi dollari. Fidel ha però dovuto accettare anche che con il turismo arrivase anche una versione perversa di consumismo, di caccia feroce al regalo griffato. Dal comunismo al consumismo.

I papi. La svolta geniale di Castro, che va sempre ricordato studiò dai Gesuiti, ci fu con il dialogo con il Vaticano. Fidel si è sempre presentato come difensore dei poveri e tra i primi ha messo in guardia sulle possibili distorsioni della globalizzazione. Nella retorica consunta che ripete che a Cuba quanto meno funzionano scuole e ospedali c'è una parte di vero. Ma la svolta avviene il 21 gennaio 1998 quando papa Giovanni Paolo II visita L'Avana. Fu una delle poche occasioni in cui Castro rinunciò alla caratteristica uniforme verde oliva, per indossare la cravatta. 

Fidel e il papa Fidel e il papa Fidel e il papa
Fidel Castro con papa Giovanni Paolo II,
papa Benedetto XVI, papa Francesco

Gianni Minà: «Io, Fidel e quell'intervista di 16 ore. Vi spiego perché non è stato un dittatore»
Lo scrittore e saggista, autore di trasmissioni storiche della Rai, ha conosciuto il lider maximo meglio di molti altri giornalisti occidentali.
Paolo Conti su il Corriere della Sera

Gianni Minà, scrittore e saggista, autore di trasmissioni storiche della Rai («Blitz», solo pe fare un esempio, ma fu anche tra i fondatori de «L'altra domenica») ha conosciuto Fidel Castro meglio di molti altri giornalisti occidentali. 
«Il comandante» gli rilasciò due interviste televisive (poi trasferite nei suoi libri): la più famosa è quella, fluviale, del 1987 perché durò sedici ore, tutte registrate, un record imbattuto nella storia della Rai. 
Ma come andò, Minà?
«Stavo realizzando una serie di interviste con i presidenti dell'America Latina. Attendevo a Cuba da dieci giorni la possibilità di incontrare Fidel Castro. Avevo già pronte ben ottanta domande avevo preparato insieme all'amico Saverio Tutino, grande intellettuale e giornalista, ex partigiano, che fu corrispondente dell'America Latina. Mi aiutò molto, i quesiti erano puntuali, mai banali. Venni convocato. Chiesi subito a Fidel se per caso volesse sapere prima le domande, come fanno sempre i capi di Stato e molti interlocutori. Mi diede una risposta che non dimenticherò: “Con la storia che abbiamo, possiamo aver paura delle parole? Risponderò a tutte le domande”. Capii subito che non sarebbe stata una navigazione facile. Finimmo alle 6 del mattino, rischiai di perdere l'aereo per il Messico dove avevo fissato un appuntamento col presidente di quel Paese». 
Intorno a Minà (che sta presentando in Italia il suo film documentario «Papa Francesco, Cuba e Fidel», che racconta la visita del Pontefice nell'isola caraibica dal 19 al 22 settembre 2015), le tracce di una vita professionale. Molti premi, tra cui il Kamera della Berlinale alla carriera, il più prestigioso per i documentaristi. Sulla parete, i ritratti della moglie e delle due figlie di Minà firmati dal pittore messicano Omar Cuevas Manueco. Racconta Minà «che allora si girava in pellicola a 16 millimetri, e il materiale della Rai stava per finire. C'era con Fidel il suo assistente che improvvisamente sparì e tornò con un cartone pieno di pellicola giapponese dell'archivio cinematografico delle Forze armate rivoluzionarie». 
Mangiaste qualcosa in quelle sedici ore?
«Noi qualche panino. Fidel molto tè tiepido e basta. Ricordo che l'intervista si trasformò in un vero e proprio happening, vista la lunghezza». 
Se si chiede a Minà quale sia stato il particolare che lo colpì di più, risponde così: «Capii che non si sarebbe alzato da quella sedia se non avesse finito di parlare di Che Guevara. Gli dedicò cinquanta minuti». 
Fidel Castro, lo ha ricordato la stampa italiana e straniera, ha anche imprigionato molti dissidenti, intellettuali, omosessuali. Lei ebbe la sensazione che Fidel lo ammettesse?
«Vorrei dire che a Cuba avviene ciò che succede anche in tanti Paesi occidentali….ammetteva che la Cia lavorava nell'ombra a Miami, organizzando anche molti atti terroristici nell'isola. Molti responsabili sono ancora vivi e non sono mai stati processati, non credo sia una bella pagina nella storia degli Stati Uniti…».
Però anche Pietro Ingrao su «Liberazione» definì Cuba «una pesante dittatura», e tutto era, Ingrao, tranne che un uomo di destra… 
«Ingrao è stato un padre della sinistra, un grande politico e intellettuale. 
Ma in quel caso scrisse senza conoscere la realtà, non sapendo come stavano le cose. Mi dispiace dirlo, ma dette un giudizio superficiale. Per criticare, occorre sapere. Io ho diretto per quindici anni la rivista «Latinoamerica e tutti i sud del mondo» e ho ospitato molte voci del dissenso. Ma parlando dall'interno dell'isola». 
Per Cuba, secondo Minà, si deve parlare di rivoluzione tradita o attuata? 
«Sicuramente non tradita. Funziona un sistema che assicura alla gente la casa, il cibo, la sanità pubblica uguale per tutti, l'istruzione, la cultura. Oggi sarebbe uno dei tanti Paesi dell'America Latina che attendono che almeno qualcosa cambi, anche di poco, ma cambi. Invece a Cuba funziona, per fare un solo esempio, un centro di ingegneria genetica all'avanguardia nel mondo. Così come Cuba può inviare i suoi atleti alle gare internazionali e alle Olimpiadi, e in molti casi vincerle». 
Minà è convinto che con la morte di Fidel Castro a Cuba non cambierà niente
«No, sull'isola non credo ci saranno contraccolpi. Sarà Trump a doverci dire se vuole ringraziare quelli che, a Miami, hanno pagato parte della sua campagna elettorale. Cuba ha avuto e ha attori politici che sono entrati nella storia e hanno acquisito una grande credibilità. Ci sarà una ragione se papa Francesco ha voluto incontrare Fidel nella sua abitazione privata a Cuba durante il suo viaggio. E ci sarà sempre una ragione se proprio lì papa Francesco e il Patriarca Kirill hanno raggiunto un'intesa dopo mille anni di divisioni. Il Vaticano ha una visione ben diversa di Cuba rispetto a quella presentata da tanta stampa occidentale».
A proposito di papa Francesco, Minà: lei pensa che Fidel possa essersi convertito –lui, ex alunno dei gesuiti- in punto di morte? 
«Su questo punto, l'ultima volta in cui ci siamo visti, nel settembre 2015, è stato chiaro. Non ha mai usato la parola fede. Mi ha detto: “Sono stato educato da un'altra cultura. Poi ho incontrato questa, con cui tuttora vivo”. No, direi proprio nessuna conversione…»


  27 novembre 2016