prima pagina pagina precedente




sulla stampa
Emmanuel Macron e Marine Le Pen

4 maggio 2017



Francia: Macron vince l'ultimo duello al veleno con Le Pen
Marco Moussanet  su IlSole24Ore 03 maggio 2017


Un corpo a corpo. Più che un confronto sui temi di fondo, il dibattito televisivo di ieri sera tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen è stato una battaglia. Uno scontro confuso e teso, a volte ai confini della rissa. Che certo non è servito ai francesi per approfondire le proposte dei due candidati alle presidenziali.
Da una parte la leader dell'estrema destra, incalzante, insistente, con qualche efficace frase a effetto («Non faccia come il professore e l'allievo, con me non funziona», «La Francia sarà guidata da una donna, o sarò io o sarà Angela Merkel»). Dall'altra l'esponente centrista che ha cercato, non sempre riuscendoci, di spiegare con calma, di non cadere nella trappola degli slogan e delle provocazioni – continuamente ripetute e accompagnate da irritanti risate - di un'avversaria palesemente più sperimentata in questo genere di esercizio ma spesso eccessiva, sopra le righe.

La Le Pen – molto aggressiva, a volte anche insultante, ai confini della diffamazione 
(«Mi auguro che nei prossimi giorni non si scopra un vostro conto alle Bahamas») – piuttosto che parlare del proprio programma è andata subito all'attacco, accusando Macron di essere «un Hollande junior, il candidato del sistema e delle élite, della Francia che si sottomette, della mondializzazione selvaggia, dei grandi interessi economici e finanziari, con la freddezza e il cinismo del banchiere d'affari».
Macron, facendo un evidente sforzo per conservare il proprio sangue freddo, ha ribattuto rinfacciando alla Le Pen di essere «portatrice di uno spirito di sconfitta, di rassegnazione, di chiusura», contrapposto allo «spirito di conquista di un Paese aperto al mondo». Di dire «schiocchezze e bugie, parlando di vicende che non conosce, di giocare sulla pelle dei lavoratori con promesse non sostenibili, senza proporre in realtà nulla di concreto, di fattibile, di credibile». Fino ad affondare il colpo: «Siete indegna di rappresentare le istituzioni, di esserne garante, perché le offendete. La Francia merita di meglio».



INTERVISTA
«Perché io, di sinistra, non voterei Macron per fermare la Le Pen»
«È il "meno peggio" a creare il peggio. Scegliere uno per contrastare l'altro è un controsenso. I cui unici esiti stanno nello spostamento sempre più a destra del quadro politico». La posizione controcorrente dell'economista Emiliano Brancaccio
Intervista Di Giacomo Russo Spena su L'Espresso

Professore, veramente al ballottaggio in Francia non voterebbe Macron per impedire l'affermazione di Marine Le Pen? Dice sul serio?
«Certo, se fossi un elettore francese al ballottaggio non andrei a votare».

Nel giorno del 25 aprile la sua risposta sorprenderà molti lettori. In questi anni lei ha spesso paventato il rischio di nuovi fascismi in Europa, ed è stato tra i più irriducibili oppositori delle destre xenofobe….
«Io festeggio il 25 aprile non semplicemente per celebrare una ricorrenza, ma perché reputo l'ascesa di nuove forme surrettizie di fascismo la minaccia principale di questo tempo. In questi anni ho trovato patetici gli argomenti di quegli intellettuali sedicenti “di sinistra” che hanno lavorato per sdoganare Le Pen in Francia o Salvini in Italia».

Però adesso che un partito di origini fasciste è a un passo dal conquistare l'Eliseo, lei sceglie di non appoggiare il candidato alternativo. Come mai? 
«Chi a sinistra invita a votare il “meno peggio” non sembra comprendere che nelle condizioni in cui siamo il “meno peggio” è la causa del “peggio”. Le Pen e i suoi epigoni sono sintomi funesti, ma è Macron la malattia politica dell'Europa. Scegliere uno per contrastare l'altra è un controsenso».

Può spiegarci meglio?
«Macron incarna l'estremo tentativo del capitalismo francese di aumentare la competitività, accrescere i profitti e ridurre i debiti per riequilibrare i rapporti di forza con la Germania e stabilizzare il patto tra i due paesi sul quale si basa l'Unione europea. Al di là degli slogan di facciata, se vincerà le elezioni Macron cercherà di sfruttare il crollo dei socialisti e lo spostamento a destra dell'asse della maggioranza parlamentare per promuovere le riforme che gli imprenditori francesi invocano e che, a loro avviso, Hollande ha portato avanti con troppa timidezza. Per citare un esempio, Macron non ha mai nascosto che uno degli elementi della sua politica presidenziale sarà una nuova legge sul lavoro, ancora più precarizzante della “Loi Travail” di Hollande. La sua svolta graverà dunque in primo luogo sui lavoratori e sui soggetti sociali più deboli. La beffa è che alla fine questa politica alimenterà anche in Francia i meccanismi deflazionistici che hanno distrutto domanda e base produttiva nel resto del Sud Europa. Alla fine Macron non raggiungerà nemmeno il suo obiettivo di fondo, di riequilibrare i rapporti economici con la Germania e stabilizzare il quadro politico europeo. Chi oggi decide di votare Macron sarà ricordato per avere aderito a una politica anti-sociale, che per giunta si rivelerà fallimentare rispetto ai suoi stessi scopi. Non dovremo meravigliarci se poi si apriranno ulteriori praterie di consenso operaio a favore di ipotesi politiche con caratteristiche ancora più marcatamente nazionaliste, e al limite neo-fasciste».



D'accordo, professore. Ma se poi Le Pen vincesse le elezioni? Lei verrà additato tra i “cattivi maestri” colpevoli del successo fascista, lo sa questo?
«Le forze potenzialmente neo-fasciste possono già vantare un enorme successo: stanno cambiando il modo di pensare dei popoli europei. Nel mio piccolo, mentre altri supposti “maestri” giocano a lusingarla e accarezzarla, io lotto da anni contro una montante cultura retrograda e fascistoide, che si sta facendo strada molto più di quanto le sole dinamiche elettorali indichino. Bisogna comprendere che anche se non vincono le elezioni i partiti nazionalisti e xenofobi stanno già facendo vera e propria egemonia. Schengen crolla, la politica securitaria avanza, il parlamentarismo è sempre più in crisi. I partiti cosiddetti di “establishment” introiettano sempre di più pezzi di programma delle destre estreme: in certi frangenti le agende politiche mi sembrano condizionate persino più da queste forze che dai tecnocrati di Bruxelles. Davvero c'è chi pensa di contrastare questa lunghissima onda nera, che durerà anni, con il liberismo a scoppio ritardato di Macron, con la sua proposta politica avversa alle istanze sociali e del lavoro? E' un'illusione folle».

Questa volta non tutti saranno d'accordo con lei…
«Me lo immagino. Già vedo due file di opinionisti “di sinistra”, una lunga costituita da quelli che si affretteranno a dichiarare il loro voto per il giovane delfino del più retrivo liberismo finanziario, e una più corta di coloro che non mancheranno di dare sostegno alla signora fascista candidata all'Eliseo. Provo sincera pena per gli uni e per gli altri».



Macron-Le Pen, non votare il male minore è una scelta assurda e tragica 
ripreso dal sito www.micromega.net”, copyright © Paolo Flores d'Arcais 

Il 25 aprile, festa nazionale perché festa della Liberazione, cioè della vittoriosa insurrezione antifascista, la testata on line dell'Espresso ha pubblicato una intervista all'economista di sinistra Emiliano Brancaccio (realizzata da Giacomo Russo Spena), il cui titolo, perfettamente perspicuo, recitava: “Perché io, di sinistra, non voterei Macron per fermare Le Pen”. 

Credo che di fronte al dilemma tra un banchiere liberista (espressione dunque del capitale finanziario internazionale, che ormai è mera speculazione selvaggia e produzione di azzardi tossici, responsabile della crisi in cui il mondo è avvitato,) e un politico fascista, la scelta dovrebbe scattare automatica, istintiva, addirittura pavloviana: si vota il banchiere, benché sia voto orripilante, perché il fascismo resta il male assoluto. Questa consapevolezza dovrebbe essere una sorta di anticorpo, di difesa immunitaria, presente come incancellabile DNA nell'organismo neuronal-ormonale di ogni democratico. 

Una difesa immunitaria che invece sta rovinosamente venendo meno, e nelle giovani generazioni sembra ancor più che nelle altre, benché il fenomeno sia ormai generale. Il fascismo è visto solo come un male tra gli altri, una forma di sfruttamento tra le altre, per cui tra due mali diventa possibile e anzi auspicabile e perfino doveroso e infine gioioso (così un intellettuale della sinistra francese) astenersi. 

L'argomentazione di Brancaccio (l'intervista ha avuto sul web una eco enorme, è stata ripresa da “Mediapart”, continua a circolare, e del resto è in sintonia con lo sciagurato ponziopilatismo di Melanchon) in sostanza è la seguente: la politica finanziaria iperliberista è la causa del lepenismo, dunque sarebbe assurdo immaginare di combattere l'effetto sostenendo la politica che l'ha causato. 

L'argomento ha fatto presa, sembra accattivante, come del resto tutte le più efficaci fallacie logiche. Perché di violazione della logica innanzitutto si tratta. 

La politica finanziaria (ma anche economica in tutti i suoi aspetti) liberista, infatti, non è la causa del lepenismo, è la responsabile della crisi economica, della mostruosa hybris di diseguaglianza che avvilisce e mina la democrazia in Europa e negli Usa, della crescente e giusta rabbia di masse popolari sempre più vaste, del loro anelito sacrosanto e razionale a punire gli establishment. Il lepenismo è solo una delle risposte a questa situazione. La politica di Sanders, di Podemos, e altre che potranno nascere, costituiscono altrettante risposte possibili alla mostruosità sociale e all'inefficienza economica che il liberismo sempre più selvaggio (ma egemone ahimè da tre decenni e mezzo) incuba e produce. 

Insomma, il liberismo finanziario sfrenato, di cui Macron è grand commis, non produce una risposta politica (il lepenismo), produce una catastrofe sociale, il cui esito politico dipende dalla capacità delle culture, dei cittadini, e soprattutto delle elités politiche, che quel liberismo combattono. 

Se la conseguenza del liberismo fosse il lepenismo, se il rapporto fosse di causa-effetto, vorrebbe solo dire che ogni agire a sinistra (non le “sinistre” di establishment, sia chiaro, che sinistre non sono e almeno dai tempi di Blair sono solo un'altra forma di destra), ogni impegno per giustizia-e-libertà è mera velleità, è un inconcludente e patetico agitarsi. Che insomma siamo davvero alla famosa fine della storia: hybris liberista o fascismo, il destino è ormai unico e in atto. 

La domanda che a sinistra (la sinistra della società civile e della coerenza e intransigenza) ci si deve porre è perciò: la lotta per una crescente giustizia-e-libertà, dove diritti sociali e diritti civili vanno di pari passo inestricabilmente intrecciati, è più difficile se Presidente diventa un fascista o se vince un banchiere liberista? Quale delle due prospettive minaccia costi umani più grandi, sofferenze, sacrifici, per i cittadini e la lotta giustizia-e-libertà? 

Qualcuno proclamerà che comunque anche un Presidente fascista non significherà il fascismo … che le istituzioni in Francia sono troppo solide … Vogliamo fare l'elenco di quanti in Italia mentre emergeva Mussolini, in Germania mentre crescevano i consensi per Hitler, hanno avanzato analoghi ragionamenti? Naturalmente è vero che la storia non si ripete mai tale e quale, ma che la prima volta sia tragedia e la seconda farsa è una generalizzazione di Karl Marx tanto brillante sul piano retorico quanto calamitosamente infondata. 

Sia chiaro, che personaggi come Macron risultino a un cittadino di sinistra (ma direi a ogni cittadino coerentemente democratico) detestabili financo antropologicamente, è alquanto ovvio. Sarebbe anzi anormale, e segno di insensibilità etica e cecità politica, se non fosse questa la reazione standard, giustificatissima sul piano emotivo e addirittura ancor più sul piano razionale. Ma trarne l'equivalenza con il fascismo sarebbe razionalmente buio ed emotivamente misero. Vorrebbe dire, oltretutto, disconoscere il fondamento delle democrazie europee (di quel che ancora ne resta), la loro Grundnorm, che come insegnava Kelsen regge tutto l'edificio normativo ma non può essere a sua volta una norma, bensì un fatto storico. Quella Grundnorm è la Resistenza antifascista, che vieta di equiparare anche il più reazionario e detestabile dei politici al politico fascista. 

(4 maggio 2017)

  16 aprile 2017