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Condividere il Ricordo 2
Tullio Canevari
Questo articolo una replica a quello dallo stesso titolo pubblicato in occasione del Giorno del ricordo.

Verzarolla
La lapide nel cimitero di Pola.

L'Istituzione del Giorno del Ricordo è stato il doveroso, anche se colpevolmente tardivo, riconoscimento di una tragedia.
La vicinanza temporale con la Giornata della Memoria non è stata affatto “strumentalmente volta a fare di ogni erba un fascio e ad equiparare due avvenimenti incommensurabili”.
La data scelta per ricordare la tragedia degli istriani e dei dalmati è quella della firma del Trattato di pace di Parigi, il 10 febbraio 1947, quella in cui il Presidente del Consiglio italiano, Alcide De Gasperi, ha pronunciato la frase, piena di dignitosa tristezza “in questo Consesso internazionale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me.....” È la data che ha condannato una popolazione ad abbandonare terre, case, beni.

Gli esuli istriani e dalmati non vogliono equiparare nulla. E' vero, come scrive Franco Isman, che di avvenimenti come questo “ce ne sono stati tanti”, ma è altrettanto vero che ciascuno ha il diritto di ricordare il giorno in cui è morta sua madre, con maggior dolore di quanto possa fare per quelle degli altri, a maggior ragione se questi altri sono quelli che gliel'hanno uccisa.
Tuttavia, pur con queste differenze nel peso che attribuiamo a fatti e a responsabilità, dò atto a Franco Isman della sua onestà nella volontà di ricordare e di condividere, consapevole come sono dello sforzo che si deve fare per mirare a un dialogo in cui ciascuno possa esprimere le proprie convinzioni.

Condividere il ricordo è possibile.
Condividere le opinioni è difficile.
Io credo che la perdita dell'Istria da parte dell'Italia sia stata un ingiustizia, ma sono convinto che, come è ovvio, per ogni croato questo cambio di sovranità sia stato invece un atto di giustizia: non potremo mai condividere le nostre convinzioni.

Ma quello che più mi rattrista è che il popolo italiano il quale, giustamente, ricorda la strage delle Fosse Ardeatine, non sa cosa significhi la parola Vergarolla. Non lo sa perché lo stato italiano ha lasciato per decenni, colpevolmente, l'appannaggio delle celebrazioni riguardanti le vicende dei giuliano-dalmati in mano alla “destra”. Nessuno ha detto agli italiani che il 18 agosto 1946, a guerra finita, un attentato vigliacco slavo ha ucciso almeno 86 italiani, uomini, donne, bambini, su una spiaggia assolata in un giorno che doveva essere di gioia.
Il 18 agosto 2013 io e il vice-sindaco di Pola, italiano, abbiamo gettato in mare, davanti a Vergarolla, due corone, affratellati nel ricordo.

Verzarolla

Allo stesso modo, non posso condividere l'opinione che la perdita dell'Istria e della Dalmazia sia da attribuire esclusivamente alla seconda guerra mondiale, all'aggressione fascista alla Jugoslavia, alla sconfitta. Questa è stata l'occasione, pienamente sfruttata, che ha realizzato le aspirazioni nazionalistiche degli slavi, sorte, come nel resto d'Europa, nel corso dell'800.
Non è giusto che non si sappia che l'Austria, ben prima che Mussolini chiudesse scuole slovene e croate, imponesse l'uso della lingua italiana, italianizzasse nomi di persone e di località, internasse individui e popolazioni nei campi di internamento, ha fatto altrettanto.
E, oltretutto, c'è anche da dire che la dittatura fascista era così poco onnipotente che chi non voleva sottomettersi poteva non farlo: non solo le grandi famiglie, i Cosulich, i Tripcovich, i Martinolich, ma anche le famiglie normali, quella di mia nonna Giacomina Ghersich, morta nel 1934, col suo bel cognome dal suono slavo, e quella di tanti miei compagni di studio e di collegio, i Cos, i Milich, i Cerniul, gli Stambul, i Lazarevich, i Vosilla...

L'Austria, a fronte delle pressioni nazionalistiche dei suoi sudditi italiani, certamente in quei tempi più evoluti e irrequieti degli slavi, ha favorito le più tranquille popolazioni slave istituendo scuole croate, permettendo ai preti slavi di trascrivere in forma slava i cognomi italiani e veneti, tutti i Marchich, Paolettich, Gregorinich, Grubisa... ha emanato decreti ... non ha permesso che a Trieste nascesse un'Università Italiana.
L'Austria, allo scoppio della prima guerra mondiale, ha internato popolazioni italiane in campi di concentramento, di cui gli Italiani non conoscono non solo il nome, ma neppure l'esistenza: c'è un Italiano, che non sia un esule giuliano, che sappia cos'è Wagna?

E poi, non è vero che del ventennio fascista noi esuli non vogliamo parlare, per non attribuirgli tutte le colpe di cui si è macchiato: esistono centinaia di pubblicazioni che riportano fedelmente la storia di quel periodo, da “Istria, Quarnero e Dalmazia, storia di una regione contesa dal 1796 alla fine del XX secolo” di Cuzzi, Rumici, Spazzali, a “Una guerra a parte, i militari italiani nei Balcani 1940-1945” di Aga Rossi e Giusti, c'è una sterminata bibliografia.
Le Associazioni degli istriani e dei dalmati non sono rappresentate dalle persone che compaiono nelle foto che corredano l'articolo “Condividere il ricordo”. Il presidente dell'A.N.P.I. del Veneto ha chiesto pubblicamente scusa durante un convegno con la A.N.V.G.D. (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) nel municipio di Padova. Solo che noi esuli mettiamo in evidenza che l'incendio dell'Hotel Balkan a Trieste, davanti al quale il Presidente della Repubblica è andato a rendere omaggio, è la conseguenza dell'uccisione del comandante della nave ”Puglia” nel porto di Spalato, due giorni prima. Mettiamo in evidenza che a Gonars c'è un monumento che ricorda un campo di concentramento, nell'elenco dei quali compare anche Chiesanuova che , al contrario, fu un campo di raccolta di sloveni e croati, prima, e di profughi giuliani, poi, come risulta da un libro di testimonianze pubblicato dalla A.N.V.G.D. di Padova.

Franco Isman pubblica una foto del campo di concentramento di Arbe, una serie ordinata di tende, in cui “ morirono di stenti e di malattie 1500 persone”; ma io so che in quel campo che ho visitato e in cui ho visto tra gli altri anche un nome, Buttignoni, che è quello della famiglia di mia madre, furono accolti anche ebrei che l'esercito italiano aveva trasferito dalla Dalmazia, per sottrarli ad un destino ben più tragico per mano degli occupanti tedeschi.
Che i Croati lo definiscano un campo di sterminio è inevitabile, anche se è falso, ma che altrettanto facciano gli Italiani è inaccettabile. E' inaccettabile che gli Italiani non sappiano cos'è Goli Otok, l'Isola Calva, sulla quale non cresceva neppure un filo d'erba e nella quale Tito ha internato, fra torture morali e fisiche indescrivibili oltre ai dissidenti politici slavi, anche 2000 italiani, monfalconesi che erano andati a dare il loro contributo di capacità tecnica e manuale alla crescita della nuova Jugoslavia, erano colpevoli di “coerenza” (virtù così poco diffusa tra gli italiani) perché si erano mantenuti fedeli al comunismo di Stalin, invece di passare, nel 1948, al comunismo revisionista di Tito: a Gonars, Italia, c'è un sacrario per i morti sloveni; a Goli Otok, Coazia, non c'è un segno per i morti italiani.

Non è giusto che gli Italiani considerino criminali di guerra quei soldati italiani che si trovavano davanti i corpi straziati di altri soldati, mutilati, con i testicoli in bocca, prima di partire per le rappresaglie nei villaggi. La guerra partigiana è la causa stessa delle rappresaglie. I nostri soldati non furono gli “Italiani, brava gente” delle agiografie e dei film con i mandolini ma neppure criminali come vorrebbe la moda attuale.

Io ho abbandonato l'Istria nel 1946; i miei genitori fecero quella scelta per tutte le ragioni che Franco Isman ha ricordato, ma soprattutto perché in Istria fu messo in atto tutto ciò che facevano intendere e sottintendere le parole di Milovan Gilas, vice-primoministro della Repubblica Federativa Socialista Popolare Jugoslava:
“Nel 1946, io e Edvard Kardely andammo in Istria a organizzare la propaganda antiitaliana. Si trattava di dimostrare alla Commissione alleata che quelle terre erano jugoslave e non italiane; predisponemmo manifestazioni con striscioni e bandiere.
Non era vero. O meglio, lo era solo in parte, perché in realtà gli italiani erano la maggioranza nei centri abitati, anche se non nei villaggi. Bisognava dunque indurli ad andare via con pressioni di ogni genere. Così ci venne detto, e così fu fatto”.
Così fu fatto, anche a Vergarolla.

Da tutto questo credo che si possa trarre la convinzione che è quantomeno opportuno, anzi indispensabile, che le persone, le popolazioni, si parlino. anche se non si arriverà alla condivisione, la conoscenza di quanto è stato per tanto tempo nascosto costringerà ciascuno a meditare. Ciascuno, soppesando torto e ragione troverà il modo di chiedere perdono e di perdonare, magari con il rimpianto per un mondo che sarebbe potuto essere diverso.

Tullio Canevari
Sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio



Tullio Canevari è un vecchio amico e sono stato io a sottoporgli il mio articolo “Condividere il ricordo” sollecitandogli un contributo.
Gli avevo contestato e contesto il suo titolo di “sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio” dal carattere inesorabilmente revanscista, anche se i profughi non lo sono più; molto meglio sarebbe se la denominazione fosse associazione dei polesani in esilio o qualcosa del genere, non contesto certamente la loro attività mirata ad aiutare gli italiani ancora rimasti in quelle terre a mantenere la loro cultura, fino al risultato di essere riusciti finalmente ad aprire un asilo italiano a Zara, ed a ricordare i terribili avvenimenti degli anni Quaranta, la strage di Verzarolla in primis.
Dissento totalmente dal giudizio sul comportamento dell'esercito italiano nell'occupazione della Slovenia, posso soltanto ripetere che delle atrocità commesse da ambo le parti la responsabilità è fondamentalmente della GUERRA, e che la guerra è sempre stata esaltata e propagandata, ma purtroppo anche scatenata, da Mussolini.
Quanto a Goli Otok, non c'entra nulla con l'esodo, comunque l'ANPI di Monza ha patrocinato uno spettacolo teatrale “Goli Otok. Isola della libertà” di Renato Sarti, tutto incentrato su questo lager e Arengario aveva anche pubblicato un articolo “Il gulag in mezzo al mare”.

Fr.I.

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  26 febbraio 2014