![]() Diario di guerra, rime di pace
Anna Marini
Giovedì 21 maggio il Lucignolo café mette in scena gli entusiasmi, il terrore e la nostalgia. Giusy Caligari e Marina Panaro declamano magistralmente il destino di uno spirito errante e le contraddizioni irrisolte di chi la guerra converte in poeta. Giuseppe Ungaretti, uomo di pena, di abbagli e di tormenti, parte soldato e ritorna fratello dall'inutile strage: canta il caffè letterario le sue illusioni, i suoi travagli e la sua rima. La voce autorevole del professor Alberto Panaro ricorda che l'Europa è alla vigilia di un'immane tragedia nell'ora in cui ovunque si inneggia alle armi. L'intellighenzia del tempo acclama il giorno dell'ira ed invoca impaziente il bagno caldo di sangue nero. Si arruolano gli interventisti all'ipocrita suono delle marcette e sfodera la baionetta sul Carso Giuseppe Ungaretti, il fante del Popolo. Ma presto si attenua l'euforia per la natura selvaggia che la guerra esalta nell'animo umano: si spegne nel giovane l'ardore patriottico consegnato alla propaganda dalle grancasse intellettuali. La morte gli è accanto per un'intera nottata nella bocca digrignata del commilitone caduto: veglia il poeta, al chiaro di luna, il suo cupo terrore, nelle tenebre di una disperata solitudine. Le note de La leggenda del Piave rompono il passo e si incrinano di fronte all'Osanna di cento bandiere inneggianti alla guerra. Rallenta e quasi si perde il moderno peana nel genio di Antonio Gentile: svaniscono sulla tastiera i ciechi entusiasmi al battesimo del fuoco. Sulle pietre dolenti del San Michele si inaridiscono le lacrime del giovane Ungaretti e un profondo silenzio inghiotte i suoi sentimenti. L'animo interiorizza la desolazione del paesaggio, fondendosi con le nuove rovine: distruzione e macerie allontanano il terrore e con esso il disperato attaccamento alla vita. Non morirà, Giuseppe Ungaretti, per assenza di patria, come accadde all'amico Moammed Sceab. Nato da una famiglia di nomadi, amò la Francia e ricorse al suicidio perché non era francese e non sapeva più vivere nella tenda dei suoi. La voce del poeta si leva in un canto corale e trova il suo posto nella comune certezza: l'unità di Italia. Uniformità d'aspetto e unanimità di sentimenti eleggono Ungaretti a cantore del Popolo, unito nella divisa indossata. Ma lo sfondamento accanito delle linee nemiche rende il suo cuore il paese più straziato: a San Martino del Carso sopravvive solo qualche brandello di muro. La memoria di un passato felice diviene fuga dall'orrore quotidiano e i luoghi della tragedia svaniscono nella rimozione del dolore. Così Bosco Cappuccio, spettacolo osceno della nuova morte di massa, si copre del velluto di un'accogliente poltrona. Si dischiudono per il poeta le porte di un antico caffè ed introducono a ricordi sereni, conciliando un sonno di pace. Le terre di un tempo lontano evocano dolci ricordi e il poeta ritrova l'agognata armonia nel riconoscersi parte dell'universo. La memoria custodisce un rifugio sicuro, dimora inviolata di un animo mutilato: alle sue origini fa ritorno Ungaretti, ad Alessandria d'Egitto, la sua prima patria. La culla paterna e l'antico mito del Porto sepolto convergono nell'onirica regressione, a placare un'innata inquietudine. Nell'Isonzo, desolato orizzonte, scorrono i fiumi che lo rendono uomo, italiano e poeta. La geografia del passato nomina il Serchio, che simboleggia le origini, indica il Nilo, dove il poeta ebbe i natali e la Senna, terra di incontri felici e di cultura. Nella fragilità dell'esistenza umana Ungaretti si laurea poeta e trova il suo stile nella precarietà del tempo. L'intensità di un linguaggio conciso sfida l'attimo che in battaglia potrebbe essere l'ultimo e il poeta affida alla memoria il suo diario di versi. Luci ed ombre scolpiscono una personalità contraddittoria nella brillante performance del Lucignolo. Ungaretti fu genio poetico ma anche travisatore di ideali. Fu portavoce dei pochi che inneggiarono all'immane catastrofe e che tuttavia si eleggevano ad interpreti dell'opinione comune. Dopo la guerra si rifugiò, come troppi, nell'erronea certezza dei fasci di combattimento: confusione e smarrimento seguivano alla grande lacerazione dell'animo di reduce. Ma la scrittura, ricorda Giusy Caligari, è validissimo strumento terapeutico e nel poeta ci ha donato la grande ricchezza dei suoi splendidi versi. Anna Marini Vedi anche Roberto e Federika Brivio al Lucignolo Café di Brugherio Tributo a Leonard Cohen al Lucignolo Café Il Lucignolo café canta Bob Dylan Condividi su Facebook Condividi su Facebook Segnala su Twitter
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