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La bella fiaba di Augusto
Il Lucignolo café commemora Augusto Daolio
Anna Marini

Augusto Daolio

In questa occasione non si tratta di una biografia, non si tiene una conferenza e neppure si verifica un'occasione di interscambio tra il relatore e il pubblico, ma si partecipa alla serata che la regia di Antonio Gentile dedica ad Augusto Daolio. E questi così si racconta attraverso le parole di chi ha conosciuto l'uomo e l'artista. “Sono nato al caldo e mi hanno chiamato Augusto, come un nonno che non ho mai conosciuto”: così il re dei Nomadi narra il suo arrivo al mondo e segna il suo ingresso al caffè letterario, nella splendida voce di Maria Teresa Mandriani. Una donna, di rosso arancione vestita, incarna quindi lo spirito allegro ed esuberante del musicista, declamando le poesie che compose.

Daolio era artista dal genio multiforme e necessitava di ogni forma artistica per esprimere se stesso. “Quando non ho voglia di disegnare, ho voglia di scrivere; quando non ho voglia di scrivere e non ho voglia di disegnare, ho voglia di viaggiare”. Prorompenti e cariche di un pathos che contagia i presenti, alle spalle di Antonio prendono forma le esibizioni del cantante e le parole commosse nel ricordo di chi lo ha amato. Con un ritmo incalzante e travolgente si susseguono rime, immagini e video dei suoi concerti entrati nel mito: tutto canta Daolio, in ogni strofa trionfa il genio musicale dell'artista. Per lui l'arte non è un' attività utile ad occupare il tempo, ma lo strumento per soddisfare una necessità, che l'anima denuncia con urgenza.
Il disegno, dalla funzione terapeutica, gli permette un'indagine introspettiva, regalandogli un momento di intimità con se stesso e con il foglio bianco, prima di apparire davanti ad occhi estranei. Nel suo mondo si dispiega il paesaggio e la sua intuizione, dai tratti fiabeschi, tramuta l'opera in racconto.

Nell'arte Augusto non conosce confini, ed esplorando gli innumerevoli spazi offertigli dal talento, li riconosce come dono di natura e come una fortuna. Ciò che lo induce a dipingere, a scrivere e a comporre versi e rime acquisisce nella sua consapevolezza quasi i tratti misteriosi di un oscuro male. L'artista vuole lasciarsi possedere e consumare da questo morbo antico e ciò che desidera è compiere un lavoro che diventa a volte anche faticoso, quasi doloroso, quando agisce sulla sua interiorità. L'arte, come la vita, esprime l'individualità di chi le si accosta: esige autenticità, deve sgorgare spontanea dalle fonti della propria unicità, senza contaminazioni esterne, né emulazioni.

Ma con essa Daolio interroga la vita, interpella nella sua fuggevole dimensione onirica questo mistero che non ci è concesso conoscere. “Vita che sembri sogno… Chi ucciderai ancora? Chi porterai ancora alle stelle? Che altre menzogne inventerai?” Nella sua poesia la vita sovverte le logiche del tempo, scardina le dinamiche interiori della memoria: passato, presente e futuro si intrecciano, compenetrandosi in un'unica presenza, come le possibilità mai realizzate e ciò che invece è stato.

Numerose e belle, le musiche della vita, ma tra esse la “più straziante, più forte, prepotente, cattiva” è la morte: così ingiusta nell'inghiottire tutti, è uno sconosciuto viaggio, faticoso e senza speranza. Viene promessa, ma non la si consce se non nelle “grandi stanze, vuote, lunghe, troppo alte, troppo buie” di chi “parte così all'improvviso senza lasciare indirizzo”. Spegnendo ciò che ardeva nella luce e nei colori della vita, la nera signora inscena il suo inaccettabile paradosso. Così cantano le rime struggenti del Principe Desiderio, dedicate a Dante Pergreffi, il bassista della band, che la strada in una notte di maggio conduce “al suo porto”. Così Augusto saluta l'amico e ne veglia il ricordo. Amicizia significa per il cantante simbiosi con i sentimenti del prossimo e con quelli dell'universo, che palpita di emozioni, dalle sembianze antropomorfe.

Scorrono sulle pareti del caffè, divenute schermo, le acque del Po nella struggente luce del tramonto. L'inesorabile fluire dell'acqua nei suggestivi scatti di Alessandra Chiavegatti immortalano lo scorrere irrequieto del fiume, in uno splendido omaggio al musicista reggiano. Chi nasce sulle sue rive, lo chiama “un pezzo d'anima”, un compagno fedele, che ti è accanto nella vita e nei ricordi di un passato affidato alla memoria. Alessandra, come Augusto, lungo le sue acque vanta le origini e nella sera dell'Artista, declama le splendide parole che al Po ha dedicato. Affascinata dagli autunni di golena, la poetessa celebra la grande meraviglia dell'acqua, in cui tutto si scioglie. Nel fiume maestoso non si scorgono forme, ma movimento e riflesso: un incessante divenire, che nei mulinelli trascina tutto ciò che incontra verso il mare. Chi si allontana dal Fiume per cercare altrove altri mondi, nelle rime di Alessandra viene invitato a fare ritorno dalla danza delle piccole foglioline. Il pensiero volge allora il suo sguardo alla pianura, vegliata dai “pioppi smarriti” ed ai “fili d'erba che cercano il cielo”. Un'antica nostalgia riporta i ricordi là dove la vita fluisce finalmente nel colore e mostra il suo fascino nelle cascine diroccate. La poetessa, a cui “gli uccelli consentono di volare per loro” si fa mistero della natura nella voce delle stagioni.

Nessun applauso sonoro scandisce i momenti salienti della celebrazione di Daolio, perché tutto si compia nella più assoluta sobrietà, secondo il volere di Augusto. Ma trapela tra il folto pubblico il grande coinvolgimento nella splendida manifestazione culturale, che Antonio dirige in ossequioso silenzio. “E' una serata che andava preparata” afferma il regista con evidente modestia, nel commentare la bellissima iniziativa. Perché il re dei Nomadi è presenza costante ed ispiratrice nella vita di Antonio, che nel suo locale all'artista ha intitolato l'angolo del lettore.

Anna Marini

Maria Teresa Mandriani e Antonio Gentile Antonio Gentile e Alessandra Chiavegatti

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  12 giugno 2015