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Democrazia ed estrema destra
Il caso monzese
Umberto De Pace

fasci

L’affrontare temi della realtà contemporanea, pur in un contesto locale, non ci può esimire dall’approfondirli in un’ottica più ampia: storica, culturale, politica e sociale. Lo studio, l’analisi, la critica, il sano esercizio del saper distinguere e del dare il proprio significato alle parole, il ricostruire i fatti per quello che sono è un esercizio complesso e impegnativo che richiede il suo tempo; un esercizio al quale non si può rinunciare se si vuole tentare, quantomeno, di interpretare al meglio la realtà che ci circonda. Neofascismo, antifascismo e democrazia sono i grandi temi alla base del fenomeno dell’estrema destra monzese e non solo. Avere una maggiore consapevolezza su questi temi ci permetterà di avere una più chiara comprensione del fenomeno che stiamo analizzando.
Sull'antifascismo - 2




Come accennato nella precedente puntata la tesi che individua fra le cause principali dell'odierna crisi dell'antifascismo la cosiddetta questione “comunista” è condivisa anche da altri storici oltre a Sergio Luzzato. Per Emilio Gentile, nel suo già citato ultimo libro “Chi è fascista” (editori Laterza, aprile 2019) ricorda quanto fin dal 1979 scriveva: “A proposito del totalitarismo, è forse opportuno fare alcune considerazioni, per evitare confusioni. Infatti, col “modello totalitario” si intende ad assimilare, per alcune somiglianze esteriori, regimi radicalmente diversi, come il fascismo, il nazismo e il comunismo … (i quali) sono fenomeni dotati di una specifica originalità storica; sono irriducibili a un denominatore comune”. Nel merito dell'antifascismo lo storico spiega come: “La pretesa totalitaria dei comunisti di incarnare il vero antifascismo della Resistenza, dopo il 1948, fu teorizzata e propagandata attraverso l'identificazione del Partito comunista con l'antifascismo, con la democrazia e con la nazione. Fu una sorta di aggiornamento della teoria del socialfascismo, del fascismo “oggettivo”, che, revocata l'applicazione ai socialisti, fu applicata nei decenni della Guerra Fredda alla Democrazia cristiana e ai suoi alleati di governo. Di conseguenza, tutti gli antifascisti anticomunisti furono accusati dai comunisti di essere fascisti camuffati o i manutengoli del nuovo fascismo, e come tali nemici della democrazia e della nazione, perché solo il Partito comunista rappresentava la vera democrazia antifascista e la vera nazione delle classi lavoratrici.” Anche se, aggiunge Emilio Gentile, lo stesso atteggiamento ebbero i socialisti, almeno fino al 1956, così come intellettuali del Partito d'Azione, fino a giungere a un: “… nuovo antifascismo militante, generato dalle rivolte generazionali del '68 e del decennio successivo, deciso a riscattare la Resistenza tradita riprendendo la guerriglia rivoluzionaria contro il fascismo vecchio e nuovo.” Emilio Gentile invita quindi alla stessa cautela, consigliata nell'utilizzo del termine “fascista”, per il termine “antifascista”. Perché l'abuso di entrambi può essere nocivo non permettendo l'interpretazione corretta della realtà e il riconoscimento dei pericoli reali che in essa si presentano. Per lo storico, fascismo e antifascismo appartengono entrambi a un passato che è definitivamente passato quantomeno “storicamente”: “Ma con una sostanziale differenza. Il fascismo è definitivamente trapassato, perché nessuno oggi – neppure i neofascisti, mi pare – vuole restaurare il regime totalitario che fu abbattuto con la vittoria irreversibile delle forze antifasciste, unite per restituire al popolo italiano la libertà e la sovranità. Questo fu l'obbiettivo comune di tutti i partiti della Resistenza, che per raggiungerlo e fondare un nuovo Stato repubblicano e democratico accantonarono le loro diverse e persino opposte concezioni dello Stato e della società. Così è avvenuto con la fondazione della Repubblica e con la Costituzione. E' questa l'eredità vitale che l'antifascismo, passando alla storia, ha lasciato ai cittadini dello Stato italiano, con il compito di realizzare la simbiosi fra il metodo e l'ideale della democrazia.”


Per molti aspetti parallelo alla suddetta lettura e interpretazione dei fatti è il pensiero dello storico Alberto De Bernardi, anch'egli già citato. Nella ricostruzione che fa nel suo libro “Fascismo e antifascismo. Storia, memoria e culture politiche” (Donzelli Editore, ottobre 2018) partendo dalle origini, tra il 1920 e il 1924 fino ai nostri giorni, giunge alla conclusione che per tenere a bada il neofascismo contemporaneo, che pur esiste e alle volte preoccupa, sono sufficienti “… magistratura, polizia e carabinieri, oggi leali alla Repubblica, non come cento anni fa non lo furono allo Stato liberale …”. Alberto De Bernardi ritiene che contro le riemersioni del neofascismo che “ … urtano la coscienza democratica l'unica risposta plausibile non è la “nuova Resistenza” antifascista al canto di Bella ciao, quanto piuttosto una diuturna operazione culturale, che partendo dalla ricerca alimenti una storia pubblica nuova, estranea alle vecchie guerre sulla memoria, capace di coinvolgere le nuove generazioni, mettendo in campo tutte le tecnologie e i circuiti associativi di cui disponiamo per reimpossessarsi della propria storia, senza occultare il passato fascista della nazione, senza nascondere le pagine oscure della Resistenza, senza esaltare il difficile itinerario dell'antifascismo, senza demonizzare la storia della Repubblica.” Per De Bernardi, come per gli storici che abbiamo precedentemente citato, non è possibile una comparazione tra i due totalitarismi del XX secolo, fascismo e stalinismo, pur aggiungendo che la rinuncia programmatica a tale comparazione “… collocando il fascismo tra i cattivi da combattere e il comunismo tra i buoni “che hanno sbagliato” da redimere impedisce di cogliere … “ appunto quella che abbiamo già definito più volte l'”odierna crisi dell'antifascismo”. Per lo storico Enzo Traverso (“I nuovi volti del fascismo”, editore ombre corte, ottobre 2017): “ … la nozione di totalitarismo presenta dei limiti considerevoli, in particolare quando si tratta di storicizzare la violenza e le forme di dominio del XX secolo, perché utilizzando tale termine si cancellano tutte le differenze e si delinea un paesaggio indistinto nel quale il comunismo e il fascismo sono equivalenti – in breve, più nulla è comprensibile.” Difatti: “Dire che la Germania nazista o l'Urss di Stalin erano totalitarismi può mettere d'accordo tutti i democratici, ma non ci aiuta a capire come questi sistemi politici sono nati, si sono sviluppati e si sono scontrati in un conflitto mortale che ha lasciato la sua impronta nella storia del XX secolo, né perché le democrazie occidentali abbiano dovuto allearsi con il comunismo nella loro lotta contro il nazismo.” Al di là del fatto che come ricorda Rossana Rossanda – antifascista, ha partecipato alla Resistenza, dirigente del Partito Comunista Italiano, radiata dallo stesso nel 1969 e fondatrice del quotidiano “il Manifesto” – nel suo libro di memorie “La ragazza del secolo scorso” (ed. Einaudi, novembre 2005): “Ma che potevo sapere di Stalin allora?” aggiungendo che lei allora non si interrogò sull'Urss e quelle che allora si chiamavano democrazie popolari: “Non per troppa oscurità e silenzio, come nel 1938 sugli ebrei, ma perché nel 1948 il frastuono sull'est saliva al cielo.” in quella contrapposizione politica, ideologica e militare che si stava consolidando e che passerà alla storia come “guerra fredda”.



Come poteva quindi convivere questa idea di nazione con quella democratica, nei paesi dell'Europa occidentale nei quali i partiti comunisti avevano avuto un ruolo decisivo nella Resistenza e nella transizione alla democrazia?” si chiede Alberto De Bernardi, spiegando come fu la Resistenza a fornire “ … ai partiti antifascisti l'effettiva legittimazione perché potessero assumere il ruolo di nuove classi dirigenti e determinare lo spazio politico nel quale elaborare una nuova idea di unità nazionale iscritta in nuova Costituzione. Fu la Resistenza a trasformare i partiti antifascisti, e tra loro anche il Partito comunista, in “vincitori”, cioè soggetti dotati dell'effettiva disponibilità politica di scrivere il futuro dell'Italia, tanto più solida quanto più essi riuscirono a caratterizzare e a rappresentare la lotta armata come insurrezione nazionale, oscurando, o opacizzando, la sua natura di guerra civile interna al corpo della nazione stessa.” Ciò comportò il fatto che: “… una parte non piccola di italiani, se ripudiò la nazione del fascismo, che rimase il riferimento simbolico di sparute minoranze neofasciste, non si riconobbe pienamente nemmeno in quella dell'antifascismo, anche perché in essa la presenza dei comunisti impediva, al di là del patto sui fondamenti della Costituzione, che l'idea di nazione propria dello stalinismo non fosse vissuta come minaccia incombente del nuovo ordine repubblicano.” Nasce e si sviluppa, all'interno di questa contraddizione: “… la contronarrazione “antiantifascista” della transizione dal fascismo alla democrazia, elaborata dalle destre: antiantifascista e non neofascista, perché, a differenza di quest'ultima che pur si realizzò nei circuiti semiclandestini e minoritari del neofascismo, non si fondava tanto sulla nostalgia del passato e sulla volontà politica di recuperare quell'esperienza storica, quanto piuttosto sul rifiuto qualunquista della “Repubblica dei partiti” e su un anticomunismo radicale di stampo maccartista.” Dando riscontro alla testimonianza di Rossana Rossanda, lo storico spiega come: “Mentre il mondo veniva travolto dalla guerra fredda, l'anticomunismo, inteso visceralmente come “odio per i rossi”, che trasudava da riviste come “Il borghese” di Leo Longanesi o il “Candido” di Guareschi, divenne il perno su cui elaborare una ricostruzione della storia d'Italia tra il 1943 e il 1948, opposta alla cosiddetta “vulgata antifascista”. Nel racconto antiantifascista la Resistenza appariva una lotta inutile ai fini della Liberazione dell'Italia, che era stata liberata dagli americani, come ricordava ne La pelle Curzio Malaparte, ma utile a garantire la legittimazione del Pci, che era e restava “antinazionale”. L'unità antifascista era dunque una menzogna ideologica perché era impossibile tenere insieme nazione e antinazione, libertà e totalitarismo. …”. Se questa visione, precisa lo storico, era “ … oggettivamente una menzogna di minoranze di estrema antidemocratiche, che negava l'evidenza dei fatti perché solo l'antifascismo – e non l'anticomunismo – poteva costituire il terreno ideale e politico sul quale impiantare la costruzione del nuovo Stato democratico …” è altrettanto vero che “ … solo la Resistenza aveva impedito che l'Italia venisse collocata per intero tra le nazione vinte, alla mercé dei vincitori, come la Germania o il Giappone, garantendo che essa potesse scrivere la propria Carta costituzionale in piena autonomia.”

Napoli, 27-30 settembre 1943.
Subito dopo Matera, Napoli fu la prima città italiana a liberarsi dai tedeschi.
Nella foto alcuni ragazzi, gli "scugnizzi" armati per partecipare all'insurrezione

(foto Archivi della Resistenza)

Ciononostante le debolezze identitarie dell'antifascismo permisero a quella “contronarrazione” di fare presa nelle coscienze di una parte del paese, che non riconosceva alla Resistenza quel carattere di “guerra di riscatto” che le attribuirono gli antifascisti: l'”antiantifascismo” divenne la cultura identitaria e l'autorappresentazione di una parte di quella “zona grigia” che tra il 1943 e il 1945 non solo, e non tanto, aggirò la scelta tra Resistenza e fascismo saloino, ma soprattutto rimase profondamente scettica di fronte allo sbocco democratico della guerra e del collasso della dittatura.” Questa incertezza sulla democrazia, affiancata da quella delle componenti comuniste e socialiste per le quali “… la rivoluzione socialista, e non la democrazia, costituiva l'esito più coerente della lotta contro il fascismo …” non permetteva alla nascente Repubblica l'acquisizione piena e concreta della lotta partigiana e dell'antifascismo quanto un “ … compromesso tra istanze rivoluzionarie e interessi moderati, tra vecchio e nuovo, tra utopia e realismo, nel quale si annidava la permanenza del vecchio regime camuffato dietro altre maschere … In quest'ottica l'antifascismo aveva un futuro, non tanto come memoria collettiva e fondamento ideale dello Stato nuovo, ma come ideologia di un cambiamento rivoluzionario perseguito come possibile e facente capo alla classe operaia, che animava la lotta politica nell'Italia repubblicana.”
Le tesi di Andrea De Bernardi non hanno mancato di destare polemiche fra i suoi stessi colleghi storici, come ad esempio Angelo d'Orsi che in un articolo, pubblicato sulla rivista Micromega del 27 dicembre 2018, denuncia le “veementi” pagine di un “libello” che “ … mira niente meno che a fare i conti con fascismo e antifascismo, in un momento in cui, a suo giudizio, impropriamente si tirano in ballo queste due categorie desuete e ormai fuori della storia (De Bernardi dixit).”
Un compromesso instabile e precario quindi quello sull'antifascismo, che vedrà tale opposizione, nel corso della storia repubblicana del nostro paese, diventare oggetto di discussione e divisione, strumento di propaganda o valore identitario a seconda degli attori e dei tempi, accusandone, subendone o accentuandone le tensioni del momento. Non da ultimo sapendosi trasformare con il cambiare dei tempi stessi.

Umberto De Pace

GLI ARTICOLI PUBBLICATI
0 - Prologo
1 - Perché Monza?
2 - Bran.Co. e Lealtà Azione - 1
3 - Bran.Co. e Lealtà Azione - 2
4 - Forza Nuova - 1
5 - Forza Nuova - 2
6 - CasaPound - 1
7 - CasaPound - 2
8 - CasaPound - 3
9 - Lorien e Progetto Zero
10 - Lorien e Compagnia Militante
11 - A.D.ES.
12 - Le radici dell'estrema destra monzese - 1
13 - Le radici dell'estrema destra monzese - 2
14 - Sul neofascismo - 1
15 - Sul neofascismo - 2
16 - Sul neofascismo - 3
17 - Sul neofascismo - 4
18 - Sull'antifascismo - 1
19 - Sull'antifascismo - 2



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  10 giugno 2019