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I giorni della vergogna
Umberto De Pace



(dal sito inforomacapitale.it)

Nelle strade delle città in rovina della Striscia di Gaza i cani randagi affamati si contendono famelici le carni di resti umani mentre dal cielo continuano i bombardamenti “mirati” che mietono ogni giorno vittime civili, donne e bambini per lo più; fra di loro i più “fortunati”, affamati come i cani, si battono per una ciotola di cibo strappandosela l'un l'altro di mano; in ciò che rimane degli ospedali bombardati e mitragliati anch'essi, insieme alle loro ambulanze, i malati, i feriti, i mutilati, riempiono il vuoto con i propri lamenti, preghiere, imprecazioni, mancando medicine, antidolorifici, apparecchiature medicali, mentre il poco personale medico e infermieristico risparmiato dalle uccisioni, arresti e torture cerca disperatamente di fare l'impossibile. Per gli ostaggi israeliani ancora in vita, rinchiusi in qualche anfratto di tunnel sotterraneo o chissà dove, il tempo interminabile scandisce la loro sofferenza e agonia, tempo oramai scaduto per quelli già morti, prigionieri tutti di Hamas il cui capo negoziatore a Doha, Khalil al-Hayya, dichiara: “A nome di tutte le vittime, di ogni goccia di sangue versata e di ogni lacrima di dolore e oppressione, diciamo: non dimenticheremo e non perdoneremo le sofferenze inflitte alla popolazione di Gaza durante la guerra” – dimenticandosi vigliaccamente di dire, come scrive Cinzia Sciuto: “ … che questa escalation, questo inaudito massacro è stato innescato dalla loro sciagurata azione del 7 ottobre 2023.” (Micromega, “Gaza: una tregua fragile, un contesto senza prospettive” – 16 gennaio 2025).
Mentre tutto ciò stava accadendo nella Striscia di Gaza, in attesa della tregua oramai certa concordata tra il governo israeliano e Hamas, mentre il sangue e il dolore continuava a scorrere impetuoso in quella terra martoriata, il nostro ministro degli esteri Antonio Tajani parlava di una possibile garanzia di immunità per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, al quale il governo polacco dava il suo benvenuto qualora decidesse di partecipare alle celebrazioni del Giorno della Memoria il 27 gennaio ad Aushwitz. Oltreoceano la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti d'America votava a maggioranza l'introduzione di sanzioni contro la Corte Penale Internazionale, rea di aver messo sotto accusa il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della difesa Yoav Gallant.
Potremmo definirli i giorni della vergogna non fosse che siamo di fronte a un'epoca siffatta e non a surreali quanto crudeli ma pur sempre passeggere perdite di senno. Nessuna impunità per nessuno dei responsabili di crimini di guerra e contro l'umanità, chiunque esso sia, almeno fino a quando gli organi di giustizia competenti non emettono la loro sentenza, questo è il dovere a cui deve adempiere chi quegli organi di giustizia ha creato, Italia e Polonia fra essi, a differenza degli Stati Uniti e di Israele che non a caso non ne riconoscono la giurisdizione.
Questo sul piano giudiziario. Sul piano umano, ancor prima che politico, il solo pensare di far partecipare alle celebrazioni del Giorno della Memoria un rappresentante del governo o delle istituzioni israeliane, fosse anche il Presidente della Repubblica, o un ambasciatore allineato (come non potrebbe) alla politica dell'attuale governo, vorrebbe dire non solo aggiungere un'ulteriore ferita a tutte le vittime di oggi, palestinesi e israeliane, ma sarebbe un insulto alla memoria dei milioni di vittime dell'Olocausto. Per la rete di gruppi e collettivi ebraici, European Jews for Palestine, sarebbe un “insulto assoluto” la presenza del primo ministro israeliano a tali celebrazioni, non a caso l'EJP è stata esclusa dalla “Conferenza sulla memoria dell'Olocausto: ricordare il passato, plasmare il futuro”, organizzata per il 21 gennaio dalla Commissione europea e la presidenza polacca del Consiglio dell'UE, in collaborazione con undici organizzazioni ebraiche, ovviamente tutte impegnate esplicitamente nel sostegno politico a Israele. Come ha scritto Gideon Levy (Haaretz, “Da Auschwitz a Gaza con scalo all'Aja – 23 dicembre 2024) Benjamin Netanyahu non si recherà in Polonia per il timore di essere arrestato: “Il fatto che tra tutti i luoghi del mondo Auschwitz sia il primo in cui Netanyahu teme di andare grida simbolismo oltre che giustizia storica … Una cerimonia di commemorazione dell'80° anniversario della liberazione di Aushwitz, i leader mondiali marciano in silenzio, gli ultimi sopravvissuti marciano al loro fianco e il posto del primo ministro dello Stato sorto dalle ceneri dell'Olocausto è vuoto. E' vuoto perché il suo stato è diventato un paria e perché ricercato dal più rispettato tribunale che giudica i criminali di guerra.” Nessuna equiparazione è sostenibile tra Gaza e Aushwitz, come giustamente sostiene Gideon Levy e ci ricorda Moshe Zuckermann (Il Manifesto,“Israele e tradimento della memoria di Aushwitz – 8 gennaio 2025) perché non è questo il punto, come non lo è il dibattito se a Gaza si stia compiendo o no un genocidio, spetta ad altra sede la decisione. “Semmai, dalla Shoah, si potrebbe far derivare come messaggio astratto unicamente il principio guida di una società impegnata a minimizzare se non a rendere impossibile che degli esseri umani continuino a produrre vittime umane” – sostiene Zuckermann per poi concludere: “E proprio in questo si manifesta l'orrendo tradimento che Israele (non solo adesso, ma ora con una smisuratezza di sua scelta) ha commesso nei confronti della memoria di Aushwitz. E' in questo, esattamente in questo, sta la spaventosità del simbolo che il primo ministro israeliano non parteciperà alla cerimonia di commemorazione dell'80° anniversario della liberazione di Aushwitz perché deve temere di essere arrestato come quel criminale di guerra che in quanto rappresentante di Israele è.”

Dalla parte dei popoli israeliano e palestinese, senza bandiere, almeno fino a quando il tempo non avrà sbiadito il sangue innocente del quale oggi sono macchiate.

Umberto De Pace

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  19 gennaio 2025