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RIFLESSIONI
Pandemia e cambio di paradigma:
bilancio provvisorio
Umberto Puccio


Alla fine di ottobre 2020 mi chiedevo, su queste pagine, se mesi di pandemia da Covid-19 ci avessero insegnato qualcosa sul nostro rapporto con l' ambiente, con l'economia e con gli "altri" uomini. Auspicavo, allora, un radicale cambiamento del paradigma economico-finanziario che ci permettesse di uscire "in avanti" dalla pandemia.

A livello mondiale, l'unico che ha parlato in maniera chiara, senza infingimenti e diplomatiche ipocrisie, della necessità di un radicale cambiamento di paradigma, usando la metafora religiosa dell'obbedienza al danaro e al profitto come forma moderna di idolatria, è stato Papa Francesco.
Bergoglio ha identificato l'umanesimo "laico" con l'umanesimo "cristiano", presentandosi come  portavoce di entrambi, con una risonanza e una credibilità planetarie, in quanto al di sopra e contro la logica competitiva del profitto.
Nella sua accettazione (anzi, valorizzazione!) di tutte le diversità  sta di fatto tentando di trasformare la Chiesa cattolico-romana in una componente, pari a tutte le altre, di una futura Federazione delle chiese e delle religioni di tutto il mondo.
Infatti sta sottraendo l'evangelizzazione dalla logica aggressiva e "colonialistica" della chiesa controriformistica, per rivolgerla all'interno della chiesa stessa, di cui egli si ritiene fedele tra i fedeli, al pari di tutti gli altri, ma gravato della responsabilità di guida attraverso l'esempio della pratica personale.
Fin dall' inizio del suo pontificato, presentandosi come Vescovo di Roma, primus inter pares dei vescovi di tutto il mondo, sta cercando di trasformare la struttura gerarchico-piramidale (romanocentrica, italocentrica o, al massimo, eurocentrica) della chiesa cattolica in una struttura democratica universale. 
Bergoglio ha recentemente risposto alle accuse di "comunismo", affermando di applicare semplicemente i Vangeli e il Cristianesimo delle origini. Non sfuggirà l'apertura alle chiese protestanti, di cui riprende l'impostazione teologica di ritorno alla "parola di Cristo", alla sua originalità e radicale rivoluzionarietà.

Questa visione rivolta al futuro, ma indispensabile per uscire veramente dalla pandemia e dalla crisi climatico-ambientale era la sostanza della omelia papale della Pasqua 2020. Se la si confronta con quella della Pasqua scorsa, non si può non notare il tono diverso, più rivolto a contrastare il clima prevalente di sfiducia, se non di disperazione, causato dalla persistenza e dall'aggravamento della pandemia dopo un anno di rinunce, sofferenze e morti. L' accento si sposta dal Cristo sofferente al Cristo risorto, in cui si concreta la speranza di tornare alla vita "normale", se si continua a "tener duro" nella lotta contro la pandemia.

La posizione di Bergoglio (e il suo relativo cambiamento), se confrontata con la situazione attuale, sembra essere contraddetta dai fatti. Per quanto riguarda il paradigma dei rapporti umani, dal "noi e insieme" siamo tornati all'"io", in una lotta egoistica senza esclusione di colpi, in cui la solidarietà va a farsi benedire: individui contro individui; gruppi sociali e politici contro altri gruppi; Stati contro Stati; ricchi contro poveri; "primo mondo" contro "secondo", "terzo" e così via sino a scaricare sugli ultimi (nonché sul genere femminile, sulle donne, ultime degli ultimi) le violenze, il peso e le sofferenze della pandemia.

Il modo secondo cui avviene la vaccinazione a livello nazionale e mondiale e si è verificata la corsa all'accaparramento dei vaccini, è la smentita totale di quel cambio di paradigma auspicato un anno fa.
Il "noi", come principio, includente, di solidarietà universale tra tutti gli uomini, si è trasformato in "noi contro voi", contro gli "altri" (diversi per sesso, religione, appartenenze politico-sociali, clan e gruppi di potere). Anche a livello geopolitico, si sono aggravate le conflittualità e le "politiche muscolari" di grandi, medie e piccole potenze, in un riarmo generalizzato che contraddice la necessità di concentrare le risorse sulla salute del pianeta e dei suoi abitanti.

La pratica della "solidarietà universale" si è sgonfiata e ridotta ad un appello alla "collaborazione" per raggiungere l'obiettivo di un ritorno alla crescita del PIL, nazionale e mondiale, al livello pre-pandemia: anzi più consistente, per recuperare la percentuale di crescita del 2019.
Da quel che si sa, anche il PNRR italiano pare rispondere prevalentemente alla logica della "produttività" e della crescita del PIL, ad un neoliberismo di fondo (come notava, immagino positivamente, Cerasa su "Il Foglio" di alcuni giorni fa, definendolo "un capolavoro di neoliberismo"), di cui la cosiddetta "transizione ecologica", sbandierata (a fini politico-partitici, come "bandierina" identitaria) come filosofia di fondo e "ratio" del PNRR stesso, si riduce ad un "green washing", ad un vestito sotto cui di ecologico e di lotta al cambiamento climatico non c'è molto. Anzi. il passaggio ("transizione")  alle energie rinnovabili, alle auto elettriche o ad idrogeno, alla completa digitalizzazione  di tutti i settori delle attività umane comporta un notevole consumo energetico ed ambientale. Si sa (ed è scientificamente provato) che miliardi di connessioni Internet al minuto consumano una quantità spaventosa di energia; che la produzione di computer e smartphone è strettamente correlata con l'estrazione delle "terre rare"; e che tale estrazione avviene (per minimizzarne il prezzo) attraverso un disumano sfruttamento del lavoro, anche infantile. Oggi il confronto e la competizione geopolitica hanno per oggetto il possesso di tali minerali. In ciò sta l' aporia della cosiddetta "transizione ecologica": che essa aumenta il consumo energetico e contraddice così la logica dell'ecologia come risparmio energetico e riduzione dei consumi di beni e di suolo, in modo da renderli compatibili con l'equilibrio ambientale e climatico.

Per quanto riguarda il settore agricolo e zootecnico, si tratta di un passaggio graduale dalla produzione intensiva a quella estensiva, con disincentivazioni per la prima e incentivi per la seconda, agendo contemporaneamente sulla riduzione dei consumi.  
Questa è, a mio avviso, la vera ecologia, l'effettiva "riconversione ecologica" e l'effettivo "cambio di paradigma". Da quanto si sa e da quanto "illustrato" alle Camere da Draghi non risulta che ci sia niente di tutto questo e il PNRR italiano mi sembra obbedisca alla logica della crescita del PIL e del profitto privato. Altro che "rivoluzione" e cambiamento "epocale"!

Tra le riforme previste in questo Piano non è molto chiaro (o per lo meno non esplicitato chiaramente, per non rivelarne la sostanza) in che cosa consista quella della concorrenza e liberalizzazione (di cui Draghi ha dato "assicurazioni" alla von der Leyen e ha presentato come "conditio sine qua non" dell'approvazione del PNRR italiano). Presumo che riguardi il "libero mercato" europeo e la limitazione degli investimenti pubblici, cioè dello stato italiano, nei settori produttivi. Non a caso ciò riguarda (e avrà conseguenze precise su) questioni ancora aperte (e che i governi precedenti e quello attuale non son riusciti a risolvere, o hanno volutamente lasciato "marcire"). Mi riferisco principalmente alla gestione Autostrade, all'ILVA di Taranto, all'Alitalia, alle Acciaierie di Piombino e agli altri comparti produttivi che non siano l'agroalimentare, il turismo, la moda e il cosiddetto "Made in Italy".

Ma c'è un altro elemento che va evidenziato e che le parole e le espressioni usate da Draghi ("Medicina territoriale", "Ospedali di comunità", "Case dell'anziano") non chiariscono. A conferma di tale ambiguità riporto quanto detto da Cipolletta a Prima pagina giorni fa, riferendosi alla parte Salute-Sistema Sanitario del PNRR. Ha parlato di "servizi collettivi" da elargire a tutti i cittadini "a prezzi modici". Sia Draghi, sia Cipolletta non usano il termine "pubblico". Questa ambiguità nasconde una ben precisa posizione, che contrasta con quanto stabilito dalla Costituzione Italiana nella sua definizione del diritto del cittadino a servizi sanitari universali e gratuiti, elargiti dal Sistema Sanitario Nazionale (unico e pubblico!), sovvenzionato dalla fiscalità generale. Il Covid ha messo in evidenza il mal funzionamento della sanità regionale e della privatizzazione di fatto del sistema pubblico: la sanità privata, invece di essere puramente sussidiaria, è diventata sostitutiva e lo Stato, attraverso le cliniche, le case di cura " (e i previsti futuri "servizi collettivi" della "medicina territoriale" degli "ospedali di comunità"?) convenzionatesovvenziona il privato a scapito del pubblico.
Dati i precedenti della carriera politica di Draghi viene il sospetto che le somme inserite nel PNRR per la salute siano destinate, direttamente o indirettamente (attraverso la cosiddetta "collaborazione" tra pubblico e privato) al settore privato. Anche l'accenno di Speranza alla necessità di ricostruire il sistema pubblico con i soldi del PNRR, non ha avuto alcun seguito effettivo ed è sembrato una mossa politica, per marcare la propria identità e diversità di partito.
Analoga riflessione si può fare per quanto riguarda la scuola e l'università pubbliche, che necessitano di profonde e radicali riforme ben al di là della digitalizzazione, della valorizzazione (in funzione del mercato del lavoro) dell' istruzione professionale e tecnica e  della ricerca applicata universitaria (le somme previste dal PNRR sono giudicate del tutto insufficienti dalla maggioranza dei docenti universitari). Per non parlare della ricerca di base, su cui sono previsti investimenti risibili nell'arco temporale di copertura del NeuGeneretionEu (sino al 2016).

Se nei contenuti la presentazione di Draghi si può ben definire un capolavoro di neoliberismo, sul piano formale della struttura del suo discorso, nella logica argomentativa, nei termini e nell'espressioni usate si può parlare di un vero e proprio capolavoro di retorica e oratoria "classica" (che  la raffica stordente e poco comparabile di cifre tenterebbe di trasformare in indice di pragmatismo e realismo).
Lo schema: mozione degli affetti; coinvolgimento emotivo della platea ("noi", "vogliamo", "dobbiamo"); enunciazione delle finalità (in modo generico e su cui non si può non essere d'accordo); passaggio all'uso del futuro ("faremo", "raggiungeremo"), senza specificare i modi effettivi e i particolari concreti con cui le finalità generali verranno conseguite (il cronoprogramma non può sostituirli, in quanto semplice modalità temporale); uso di termini e espressioni altisonanti e ultimative ("svolta storica", "ultima e irrepetibile occasione", "responsabilità verso il futuro e le nuove generazioni"). Non che queste cose non siano reali: ciò che non va, è l'uso persuasivo che Draghi ne ha fatto, come sostitute di argomentazioni concrete.

La parte finale del discorso, l'appello alla coesione, all'abbandono di "visioni di parte", la fiducia nelle capacità e generosità del popolo italiano, l'ottimismo assertivo del raggiungimento delle finalità, della ricostruzione di un Italia "più bella e più grande che pria" sono il capolavoro conclusivo di sollecitazione dell'orgoglio nazionale. Ed anche il modo per corresponsabilizzare tutto il Paese e condizionarne il futuro.

Un' ultima considerazione. Il riferimento all' ultimo dopoguerra, l'uso di termini bellici (con paragone implicito con la lotta di liberazione) per definire la lotta contro la pandemia, mi sembrano antistorici e strumentali. La situazione storica del nostro dopoguerra è totalmente diversa da quella attuale. Non solo per le diverse condizioni oggettive, ma anche per il diverso, se non opposto, comportamento della popolazione italiana e del suo stato d'animo. Però, ciò che hanno fatto i nostri padri con i soldi del Piano Marshall e attraverso grandi ed efficienti strutture pubbliche (IRI, Cassa del Mezzogiorno, Enel, Ferrovie dello Stato, Sip, TV di Stato) dovrebbe spingerci a riparare l'errore fatto della politicizzazione partitica e clientelare di queste strutture nella ultima fase della loro vita. Politicizzazione che le ha rese inefficienti e parassitarie. Errore seguito dal secondo e più grave: la loro "privatizzazione", a cui ha contribuito lo stesso Draghi. Invece di tornare ad un buon funzionamento delle strutture e dei servizi pubblici, in modo che essi garantiscano quanto stabilito dai princìpi costituzionali, il PNRR di Draghi (che il Parlamento ha fatto proprio) mi pare, per quanto sopra argomentato, perseverare nell' errore.

Umberto Puccio

RIFLESSIONI
GLI ARTICOLI PUBBLICATI
  1 – Riflessioni
  2 – Principi irrinunciabili
  3 – Tesoretto
  4 – La scuola
  5 – Catalogna e affini
  6 – Competenze
  7 – Identità e diversità
  8 – Identità e diversità 2
  9 – Igiene lessicale
10 – Democrazia
11 – Anniversari
12 – Tifosi d'Italia, l'Italia s'è desta
13 – Popolo!
14 – Né patria, né matria, “FRATR ÍA”
15 – L'ipocrita polemica sulle “fake news”
16 – Il discorso di Fine d'anno
17 – Neologismi
18 – La retorica dell'”anniversario”
19 – Smartphonite
20 – C'era una volta il dialogo!
21 – La crisi istituzionale che viene da lontano
22 – Dissesto idrogeologico e Legge urbanistica
23 – Le parole della politica: autonomia
24 – Europa ed europeismo
25 – La Svolta
26 – Le parole della politica: "statalismo"
27 – Le parole della politica: "sviluppo", "sostenibilità", "sostenibile"
28 – Utopia
29 – Le parole della politica: semplificazione, macchina burocratica, statalismo
30 – Le parole della politica: "giustizialismo" "garantismo"
31 – L'insegnamento delle pandemia
32 – Le parole della politica: diritti libertà,responsabilità, potere decisionale
33 – "Etica del Sacrificio" ed "Etica della Rinuncia"
34 – Homo insaziabilis
35 – Le parole della politica: "purtroppo"
36 – Economia e Politica
37 – Politica e Giornalismo politico
38 – Parlamento e Governo
39 – "Fake(new)democrazia" o "il sonno della ragione genera mostri"
40 – Le parole della politica: competenza, competente
41 – Le parole della politica: liberalizzazione, esternalizzazione, privatizzazione
42 – Pandemia e cambio di paradigma: bilancio provvisorio


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  3 maggio 2021