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"Fake(new)democrazia" o
"il sonno della ragione genera mostri" Umberto Puccio
Sono passati abbastanza giorni dalla "marcia su Washington " e dall'irruzione e occupazione violenta della sede del Congresso USA per una riflessione, a bocce ferme e a largo raggio, su quanto accaduto. Molte indicazioni scaturiscono dalle disparate reazioni e diverse interpretazioni del fatto sui giornali e media italiani e stranieri. La prima considerazione è che la retorica (ed ipocrita) esecrazione del fatto ("ferita intollerabile alla democrazia americana"; "profanazione del tempio della democrazia mondiale") ha unificato in un mondiale trasversalismo tutti: antisovranisti e sovranisti; antitrumpiani e trumpiani; populisti più o meno soft; "liberal-democratici", che fino a ieri auspicavano un "superamento" della democrazia rappresentativa verso la cosiddetta "democrazia decidente" e l' avvento di un vero "Capo", eletto, direttamente e plebiscitariamente, dal Popolo). E non si tratta solo di "ipocrisia": si tratta di un carattere culturale che accomuna americani ed europei in un acritico complesso di superiorità, con evidenti sfumature di narcisistico solipsismo. L'unico e migliore modello di democrazia è quello della democrazia "occidentale", che trova le sue radici e la sua "nobiltà" nella democrazia ateniese. Basterebbe rileggere il discorso degli ambasciatori ateniesi http://www0.mi.infn.it/~palombo/Dialogo-dei-Melii.pdf agli abitanti della piccola isola di Melo, riportato da Tucidide nella sua "Guerra del Peloponneso", per rendersi conto del carattere "imperiale" (se non "escludente" e direi quasi "razzista") della democrazia ateniese. Con le dovute differenze, l'atteggiamento di "superiorità" è lo stesso: e anche la democrazia americana contemporanea può ben definirsi una "democrazia imperiale". Ho usato l'aggettivo "acritico", perché non si riflette e non ci si rende conto della profonda crisi di questo modello di democrazia: crisi che i fatti del 7 e 8 gennaio scorso (occupazione armata del Campidoglio americano; oscuramento ed esclusione di Trump da Twitter) hanno impietosamente messo a nudo. Se poi si considerano, nella storia USA, l'uccisione dei Presidenti in carica (quattro: Lincoln-1865; Garfield-1881; McKinley-1901; John F. Kennedy-1963), i numerosi attentati falliti agli ultimi Presidenti e l'uccisione del candidato alla presidenza Robert Kennedy (1968) si può dire che la democrazia americana, oltre che "imperiale", è anche piuttosto "violenta". Quando, nel 1973, la Casa Rosada fu militarmente "violata" e Allende, Presidente democraticamente eletto dai Cileni, fu ucciso da un golpe militare, sostenuto dagli USA, non si parlò di "fatto storico", di "attentato alla democrazia mondiale", come se la democrazia cilena (come quella di tutti gli altri Paesi del Mondo) fosse "figlia di un Dio minore". In realtà, sacrificabile e sacrificata agli interessi imperiali USA. Ma queste considerazioni fungono da premessa generale, da definizione dell'atteggiamento psico-politico con cui si sono affrontati i due "fatti" del 7 e 8 gennaio scorsi. Di fronte agli avvenimenti del 7 due sono state le interpretazioni. Una, "minimalista": si è trattato di un manipolo di facinorosi armati, che vanno individuati e puniti esemplarmente. Punto. Questa interpretazione, che sottintendeva una distinzione di responsabilità tra Trump e i "dimostranti" è stata sposata dai sovranisti e trumpiani più o meno palesi di qua e di là dell'Atlantico. Insomma, da posizioni di destra, più o meno esplicita, più o meno estrema, sino a posizioni razziste e naziste. L' altra, volta non a "minimizzare", bensì ad ampliare la dimensione e la gravità del fatto e le sue conseguenze non solo nello scenario politico americano (nuova presidenza; situazione del Partito Repubblicano; ruolo di Trump nel futuro scenario e della sua OPA su questo Partito; mosse del Partito Democratico), ma anche nello scenario geopolitico europeo e mondiale. Dall'approfondimento delle analisi dei componenti della "manifestazione", compiute nei giorni successivi, anche per stabilire le responsabilità penali dei singoli, emergono alcuni dati: 1) la complessità ed eterogeneità di questi componenti (che alcuni commentatori hanno liquidato col termine, riduttivo, di "accozzaglia"); 2) il numero dei manifestanti, in quanto tale del tutto insignificante, diventa invece molto rilevante (e preoccupante), perché rappresenta, nella sua trasversalità, metà degli americani e la divisione conflittuale della società americana, operata da Trump e dal trumpismo. Insomma, nel trumpismo, nel suo atteggiamento divisivo e violento nei confronti del "diverso" (politicamente; o "di colore"; o di provenienza storico-geografica: sudisti contro nordisti), ma anche nell' essere riuscito a catturare e a "rappresentare" il reale e profondo disagio di molti strati della società in direzione protestataria e violenta, si realizza la sua formidabile e pericolosa unificazione. Perciò, anche l'eliminazione politica dell'individuo Trump non scalfisce il trumpismo e i suoi effetti degenerativi nella società e nella democrazia americana e mondiale. La nuova presidenza Biden si troverà di fronte a questo enorme macigno: e non sarà facile scalzarlo. A questi due dati, relativi ai fatti del 7 dicembre, si aggiunge ciò che è successo il giorno dopo: Twitter ha oscurato Trump. E successivamente l'hanno imitato gli altri grossi Social-media. Non affronto qui la questione generale della liceità o meno del potere di escludere, a proprio piacimento, l'accesso di qualcuno (nel caso specifico, un Presidente degli Stati Uniti ancora in carica) dalla rete informatica da parte di quelli che ne sono, di fatto, i più grossi "gestori". Questione di rilevanza mondiale e estremamente complicata, come dimostra l'ampiezza del dibattito che ne è scaturito. Mi interessa invece fare alcune considerazioni generali. La prima è che la vicenda di Trump e del trumpismo "americano" è emblematica (e ammonitrice per tutte le altre democrazie mondiali) del pericolo mortale, per l'essenza stessa della democrazia liberale e degli stessi rapporti di convivenza civile, costituito dal populismo (inteso come rapporto di totale dipendenza ed identificazione fideistica della massa dei cittadini con la persona del Capo). La seconda è che i mass-media e l'universo virtuale della rete sono diventati il luogo effettivo del dibattito e del consenso politico, rendendo del tutto superflui ed autoreferenziali i luoghi e le procedure istituzionali della democrazia: luoghi e procedure che vengono vissuti come lontani ed ostili e su cui viene scaricata la responsabilità e la colpa del crescere a livello insopportabile delle disparità socio-economiche e della sofferenza individuale e social e che ne deriva. Il "caso Trump" ha fatto emergere la funzione predominante e destrutturante delle cosiddette "fake news": anglicismo, che sostituisce la più chiara espressione italiana di "false notizie", ottundendo la percezione della distinzione tra vero e falso e della necessità di un criterio socialmente condiviso di distinzione. Nello specifico settore della comunicazione e del linguaggio politico, la sovrabbondanza e diversità dei messaggi e il fatto che ad uno se ne affianchi un altro esattamente opposto al primo generano una confusione cognitiva, un disorientamento, un atteggiamento scettico e sfiduciato di relativismo assoluto, Questo atteggiamento viene "giustificato" come diritto alla "libera espressione individuale". In soldoni: ciascuno è libero di pensarla come vuole. Punto. Questa "logica" la si può riscontrare in tutti i dibattiti e talkshow televisivi in Itala dagli anni Ottanta ad oggi. Con l'avvento delle TV private, si affermarono i "duelli", l'affossamento del cosiddetto "politically correct" e l'Imbarbarimento linguistico ("parla come mangi"). La nascita del populismo contemporaneo si può ben dire sia "made in Italy": e gli esiti del populismo trumpiano sono un campanello d'allarme per il futuro politico dell'Italia. Siamo in un periodo storico di "notte in cui tutte le vacche sono grigie" e abbiamo dimenticato l'ammonimento che il sonno della ragione genera mostri. E che i mostri sono dentro ciascuno di noi. Umberto Puccio 1 Riflessioni 2 Principi irrinunciabili 3 Tesoretto 4 La scuola 5 Catalogna e affini 6 Competenze 7 Identità e diversità 8 Identità e diversità 2 9 Igiene lessicale 10 Democrazia 11 Anniversari 12 Tifosi d'Italia, l'Italia s'è desta 13 Popolo! 14 Né patria, né matria, FRATR ÍA 15 L'ipocrita polemica sulle fake news 16 Il discorso di Fine d'anno 17 Neologismi 18 La retorica dell'anniversario 19 Smartphonite 20 C'era una volta il dialogo! 21 La crisi istituzionale che viene da lontano 22 Dissesto idrogeologico e Legge urbanistica 23 Le parole della politica: autonomia 24 Europa ed europeismo 25 La Svolta 26 Le parole della politica: "statalismo" 27 Le parole della politica: "sviluppo", "sostenibilità", "sostenibile" 28 Utopia 29 Le parole della politica: semplificazione, macchina burocratica, statalismo 30 Le parole della politica: "giustizialismo" "garantismo" 31 L'insegnamento delle pandemia 32 Le parole della politica: diritti libertà,responsabilità, potere decisionale 33 "Etica del Sacrificio" ed "Etica della Rinuncia" 34 Homo insaziabilis 35 Le parole della politica: "purtroppo" 36 Economia e Politica 37 Politica e Giornalismo politico 38 Parlamento e Governo 39 "Fake(new)democrazia" o "il sonno della ragione genera mostri" Condividi su Facebook Segnala su Twitter EVENTUALI COMMENTI lettere@arengario.net Commenti anonimi non saranno pubblicati
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